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Perché finora tutto è andato bene? – Cronache dai percorsi di vita indipendente delle persone con disabilità

96891-EscherLoris Forti |

L’area abitare della cooperativa La Rete sostiene percorsi di vita indipendente per persone con disabilità. Nelle settimane di emergenza sanitaria le vite dei protagonisti dei progetti sono andate avanti e anche loro, come tutti, hanno dovuto e saputo adattarsi ad una nuova quotidianità, costellata di inedite costrizioni e opportunità confortanti.

Chissà cosa avremmo pensato se, qualche mese fa, ci fosse stata prospettata l’eventualità di non poter entrare per molte settimane negli appartamenti dove vivono le persone con disabilità al centro dei progetti seguiti dalla nostra cooperativa. Stop alle riunioni di casa (gli appuntamenti settimanali tra utenti e operatori), niente visite, neppure la possibilità di guardarsi negli occhi per cercare di capire se sta andando tutto bene. Ci saremmo attrezzati per mettere in atto chissà quale strategia per prevenire possibili crisi. E probabilmente lo avremmo fatto con lo spirito di chi, pur mettendocela tutta, sa di non avere molte speranze.

Ma la realtà spesso riesce a sorprenderci. Sa essere imprevedibile, sa creare situazioni assurde, che mai ci saremmo sognati di prendere in considerazione.
Ed è così che l’emergenza sanitaria si è trasformata in una prova di autonomia senza precedenti.

Giorni, che sono diventati settimane e ben presto mesi. Senza poter uscire di casa. Senza poter far entrare nessuno. Senza vedere i propri familiari. Senza poter andare al lavoro né frequentare le attività della cooperativa. Una quotidianità senza la quotidianità che scandisce, in modo regolare, le giornate.

C’è chi vive con il proprio assistente personale, come A., che è riuscito a sopportare le settimane chiuso in casa dimostrando una capacità di autocontrollo davvero sorprendente. C’è chi abita insieme, come C., M. e N.: di certo avrebbero voluto festeggiare diversamente i loro primi quattro anni di convivenza in alta autonomia, ma hanno comunque saputo accettare la situazione con maturità, si sono sorretti e fatti forza a vicenda. C’è chi abita da solo, come S., che un anno fa ha espresso con fermezza la propria volontà di provare a vivere senza condividere il proprio appartamento con altre persone. L’isolamento gli ha mostrato le conseguenze più faticose della sua decisione, ma ha saputo resistere e uscirà da questa esperienza ancora più forte. C’è anche chi, come E., ha preferito lasciare temporaneamente l’appartamento condiviso con il proprio coinquilino per tornare a casa dalla madre anziana e condividere con lei questo periodo così delicato. E infine I., che poche settimane prima della chiusura ha dovuto accettare la scelta della sua assistente personale di andarsene. Si è trasferita provvisoriamente a Prove di Volo, l’appartamento che la cooperativa mette a disposizione di chiunque voglia sperimentare le proprie autonomie per periodi programmati: un luogo di solito ricco di rumori e presenze vivaci, divenuto con l’emergenza più sobrio e monotono, nonostante la presenza costante degli educatori.

Percorsi diversi, ognuno con la propria storia, accomunati però da emozioni simili: timore, nostalgia e molta confusione. Ma anche speranza, grinta e consapevolezza di non essere da soli.

Se qualcuno ce lo avesse prospettato alcuni mesi fa, si diceva, non saremmo stati affatto ottimisti. Eppure, quando è iniziato tutto, quando da un giorno all’altro ci siamo resi conto che quello che stava succedendo era effettivamente più grave di quanto avevamo pensato in principio, nessuno ha avuto dubbi: la vita negli appartamenti sarebbe andata avanti e avrebbe fatto fronte a questa situazione. Forse, in quei giorni, la pragmaticità ci ha salvato, perché ha canalizzato tutte le nostre energie nello sforzo di rispondere alla domanda: “Che cosa possiamo fare?”, anziché a quella più inquietante: “Che cosa succederà?”.

Il nostro sostegno si è amplificato, ha cercato in tutti i modi di esserci. Eppure non c’eravamo. Avremmo voluto esserci, ma non potevamo. Il rischio del contagio ha completamente scardinato il cuore della nostra professione, il fulcro della sua stessa etica: la relazione.

Ci siamo dovuti reinventare. Tutti quanti: operatori, familiari, persone con disabilità. Ognuno a modo suo, con le proprie potenzialità e i propri limiti. Ognuno con il suo approccio educativo personale e unico. Giornate più semplici, intervallate da momenti più complicati. Le attività organizzate dal servizio diurno della cooperativa hanno mantenuto, tramite gruppi telematici, un raccordo con il mondo di prima, rendendo le giornate chiusi in casa meno monotone. Oltre a queste, telefonate e videochiamate nelle quali ci si è scambiati piccoli momenti di quotidianità e nelle quali, quanto mai prima, sono state condivise le nostre vite: gli spazi di casa nostra, le nostre famiglie, il cibo che prepariamo. Telefonate in cui, tra una chiacchierata e l’altra, si è cercato di captare indizi, stati d’animo, tensioni da riportare in équipe per poterne discutere con i nostri colleghi.

Già, le riunioni d’équipe. Solo loro meriterebbero un approfondimento specifico. Ognuno, rinchiuso in modo ordinato nel proprio riquadro, costretto ad accendere e spegnere la propria voce per non interferire, ha sicuramente rimpianto il sano baccano di una discussione vivace, dove è possibile manifestare anche fisicamente il proprio pensiero e le proprie opinioni.

In una situazione in cui una banale lampadina rotta diventa effettivamente un problema, così come finire i giga disponibili sul proprio cellulare può provocare piccole-grandi crisi, la distanza ha offerto un’inedita opportunità per aiutare a risolvere i problemi in modo autonomo. Telefonate in cui ci si è sentiti su un crinale, nel corso delle quali è stato necessario calibrare il sostegno con la fiducia, la rassicurazione del “non sei solo” con quella del “ce la puoi fare da solo”, a seconda del momento e dello stato d’animo, dell’interlocutore e anche del nostro. Con l’umiltà e la sincerità di ammettere di non avere una bacchetta magica capace di risolvere tutti i problemi.

“Tutto andrà bene” è stato lo slogan che ci ha accompagnato dall’inizio di quest’avventura. E per quanto ci riguarda, fino ad ora è stato decisamente di buon auspicio.

Sul perché sia andato tutto nel migliore dei modi, è possibile interrogarsi, ma è anche difficile trovare una risposta. La presunzione porterebbe a dire che in questi mesi sono stati raccolti i frutti di anni di lavoro, di supporto all’autonomia e all’indipendenza. Ma si tratta di un aspetto soltanto parziale.

La verità è che lo stato d’emergenza ha tirato fuori il meglio di tutti noi: ci ha dimostrato che, a prescindere dalla situazione in cui ci troviamo, con la collaborazione e il sostegno reciproco, possiamo ottenere risultati stupefacenti.

Faremo del nostro meglio per fare tesoro di questa lezione.

Loris Forti è educatore nell’Area Abitare della cooperativa sociale La Rete di Trento.
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Immagine di Maurits Cornelis Escher

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