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Forse questo è un lunghissimo capodanno – Pensieri in comunità minori

fountain-pen-1851096_1920di Cristina Savalli | 

4 sono le nostre strutture.

40 sono i miei colleghi.

40 sono le persone che possiamo ospitare.

1 sono io che da 10 minuti fisso il quaderno bianco perché sì, sono una di quelle persone allergiche allo schermo che ama il profumo della carta e la bella scrittura.

1000 sono i pensieri che ho in questa testa a volte poco collegata al cuore.

Per protezione, sopravvivenza, nel nostro lavoro abbiamo necessità di tenere queste due parti separate, distinte ma sempre collegate da un filo invisibile.

Filo che in questo tempo è una corda spessa e corta che unisce cuore e testa. E cuore e testa insieme possono creare e distruggere, odiare e amare, piangere e ridere.

In questo momento credo di star facendo tutto questo insieme. È possibile fermarsi? E lo voglio fare?

Non ho una risposta anche se la sto cercando.

La certezza è che queste emozioni vorticanti non mi impediranno di fare di tutto per esserci per i miei colleghi, i miei ragazzi, le mie mamme.

Il mio lavoro è nelle mie fibre, mi alzo la mattina con il sorriso anche in questo periodo surreale, so che qualcuno conta su di me e so di poter contare su un gruppo formidabile.

E qui non sono più “io” ma diventiamo “noi”.

Noi educatori.

Noi che ridiamo isterici.

Noi che troviamo strategie di comunicazione nuove per spiegare a un bambino perché non può vedere la sua mamma.

Noi che non la possiamo mantenere la distanza di un metro e non lo vogliamo fare. La distanza fisica in questo momento è la distanza affettiva. E questo non può essere tollerato.

Noi che giochiamo a calcio, a carte, montiamo reti di pallavolo improvvisate nel nostro meraviglioso parco che ci fa vedere un piccolo pezzo del nostro lago.

Noi che lasciamo fuori dal cancello l’ansia, il pensiero delle nostre famiglie, le paure e ci dedichiamo alle persone che abbiamo scelto di aiutare.

Noi che adesso sorridiamo dicendoci “che bello, adesso mi sembra di avere più tempo per curare la relazione” e “ho il tempo di fermarmi e non pensare ai trasporti, alle attività, alla scuola”. Sì, ora è il momento di sentirle queste cose e di dirle nostri ragazzi.

Noi che adesso la dobbiamo dare una parte in più di noi per creare un legame ancora più forte di sano affetto.

Noi che adesso i libri letti e studiati li mettiamo a dormire e usiamo la forza del gruppo per continuare.

Noi che non ci siamo mai fermati, anzi abbiamo iniziato a correre trovando procedure nuove e fantasiose, bizzarre, meravigliosamente strane, innovative e perché no, trasformative in un periodo che di certo non sarà breve.

Noi sappiamo che nulla tornerà come prima. Ma è poi così tanto male? Forse è il momento di lasciare il vecchio per il nuovo, forse questo è un lunghissimo capodanno.

Noi che d’istinto vorremmo proteggervi da questa tempesta, ma giorno dopo giorno vi spieghiamo come sfruttare i venti per superare il mare in burrasca.

Noi che a volte facciamo uno sforzo immane per non scappare, piangere, urlare.

Noi che vogliamo restare un po’ per noi, ma soprattutto per voi.

Voi che siete il futuro, il nostro presente.

Voi che disegnate alberi neri senza radici.

Voi che ronzate davanti alle vetrate dell’ufficio con un mezzo sorriso chiedendoci silenziosamente due chiacchiere.

Voi che dite “no” a prescindere ma che vi lasciate trascinare con una bomboletta di vernice, con un pallone.

Voi che piangete perché la fidanzatina adesso non la potete vedere.

Voi che tirate pugni e non serve che diciate niente, noi lo capiamo.

Voi che allattate il vostro bambino, lo accarezzate, giocate, fate merenda su una coperta rosa sull’erba in una giornata di sole.

Voi che chiedete di fare dolci per Pasqua anche se è una ricorrenza che voi non festeggiate.

Voi che ci vedete, ci osservate, ci sentite e ora più che mai siamo vicini.

Voi che vivete in una gabbia e vedete noi fuggire per poi tornare comunque sempre da voi.

Voi che siete la nostra luce in questo momento in cui anche noi vorremmo rinchiuderci in una gabbia.

E così noi e voi diventiamo una cosa sola, parte di un motore che non ha intenzione di fermarsi, un motore creativo, rumoroso, folle, fatto di tanti ingranaggi diversi per forma e funzione ma tutti indispensabili.

Non lo so quando questo finirà, ma ci lascerà diversi, nuovi, forse rinati.

Non sono sicura che torneremo ad abbracciarci e forse non lo desidero nemmeno fino in fondo.

Desidero però la consapevolezza di avere fatto del mio meglio, di essere rimasta umana, sensibile ed empatica.

Desidero che tutte le persone con cui condivido le giornate vedano questo momento come un cambiamento profondo che porterà nuove strade.

Desidero vedere sorrisi e risate che illuminano gli occhi.

Desidero che questo motore che ci fa alzare ogni mattina non si spenga mai.

Cristina Savalli, referente Servizi Area Minori e Famiglia Ambito 11, dirige la Comunità “Casa della Fraternità” a Salò (Brescia).

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