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Una nuova cassetta degli attrezzi – Essere un educatore socio-pedagogico oggi

martin-whatson-street-artLe educatrici dell’area minori di cooperativa Margherita |

«Non accade nulla, nessuno arriva, nessuno se ne va, è terribile!» (S. Beckett, Aspettando Godot)

Questo tempo si potrebbe esattamente definire così. Un tempo immobile, ripetitivo, identico giorno dopo giorno, tanto da non farci riconoscere la domenica dal lunedì. Un tempo inaspettato, diverso, che ha rotto la solita routine, cancellato il suono della campanella a scuola, zittito i clacson delle auto immerse nel traffico, spento le luci degli uffici.

Un tempo che sembra renderci tutti uguali… ma in quell’apparente silenzio, in quella calma, in quelle mura dove ogni famiglia trascorre questi giorni, trovano casa squarci di fragilità, talvolta già ben noti alla famiglia stessa, ai suoi componenti, ai servizi che la seguono, magari anche all’educatore che varcava quotidianamente quella soglia, talvolta inediti, sconosciuti e disarmanti.

Un tempo nuovo, come quello che stiamo vivendo oggi, porta con sé tante domande… domande che vivono il presente ma che guardano anche al futuro, che pervadono il lavoro educativo e che pongono un netto divieto alla “non scelta”.

Essere un educatore socio-pedagogico oggi, ai tempi del Covid-19, significa scegliere di reinventare il proprio ruolo, il proprio lavoro, pur rimanendo fedele a se stesso e ai propri principi e valori educativi. Significa credere all’importanza della domiciliarità e trovare le forme più fantasiose per poterla attuare. Significa mantenere la serenità perché non si è soli, perché alle spalle c’è una cooperativa che pone al centro il lavoratore e che continua a sostenere quel lavoro quotidiano educativo di accompagnamento e sostegno ai ragazzi e alle famiglie.

Come poter dunque, in un tempo impregnato di decreti che ci impongono distanze e barriere, mantenere quel contatto che si dimostra essere, in molte situazioni, una mano tesa?

Servono strumenti nuovi!

L’educatore è chiamato a rimboccarsi le maniche e a mettere ogni giorno nella sua borsa tante cose diverse… nella sua cassetta degli attrezzi, oggi rinnovata, puoi trovarci:

  • Un paio di occhiali nuovi. Troppo abituati a scoraggiarci di fronte a quell’impegno assegnato e non rispettato, a quella responsabilità spiegata mille volte e mai compresa, a quella promessa condivisa rimasta inadempiuta, siamo chiamati a vedere e a riconoscere, una per una, tutte le capacità e le risorse, anche inesplorate, che i ragazzi e le famiglie che seguiamo stanno tirando fuori ogni giorno, perché, domani, saranno il tesoro da cui partire. Ci stanno mettendo grinta e voglia di farcela, pur nella difficoltà di questo momento così unico e straordinario. È la resilienza, una parola entrata nel linguaggio comune. Queste famiglie e questi ragazzi meritano la nostra fiducia!
  • I DPI (Dispositivi di Protezione Individuale). Camici, indossati da qualcuno anche storti… a riprova del fatto che non li avevamo usati mai; mascherine colorate con pennarelli a disegnar sorrisi; guanti azzurri da infermiere che creano imbarazzo, a volte timore, spesso solo un intralcio ma che ormai fanno parte del gioco.
  • Le Password. Per accedere al registro elettronico e alle diverse piattaforme online che permettono la didattica a distanza servono codici di accesso: quelle brevi sequenze di lettere e numeri, prima tanto insignificanti da essere dimenticate in chissà quale cassetto di casa e che adesso, invece, altro non sono che le chiavi di accesso alle relazioni con i propri insegnanti e con i propri compagni.
  • Lo smartphone. In questi giorni il cellulare dell’educatore rompe di continuo il silenzio che si può assaporare all’esterno. Squilla perché l’insegnante sa bene che la didattica a distanza non è per tutti e sa bene che Mohamed, Kevin e Zineb non riusciranno a seguire e a stare al passo con le lezioni e i compiti assegnati. Squilla perché la casa di Silvia e Giovanni, due fratellini con disturbo oppositivo provocatorio, si sta trasformando per la loro mamma in una piccola prigione. Squilla perché, ora che la scuola non svolge più il suo ruolo educativo regolatore con i suoi orari e le sue regole sociali, quell’appuntamento fisso, seppur in videochiamata, con l’educatore rappresenta talvolta l’unico motivo per prepararsi, pettinarsi, togliere il pigiama, rappresenta quell’incontro di scambio che è proprio della relazione educativa.
  • Tanti fili rossi. Non dobbiamo mai dimenticare che, anche in questo momento, il territorio c’è! E in esso tutte le relazioni che si sono costruite. Quei fili rossi che sono stati intrecciati con tanta pazienza, oggi dovranno tendersi come mai hanno fatto prima, affinché tutte le opportunità che la comunità mette a disposizione per alleggerire le fatiche di questo tempo possano arrivare alle famiglie e ai giovani.

Questi “attrezzi” da soli, però, non bastano… l’educatore deve condire ogni sua azione educativa con una buona dose di :

  • ottimismo e voglia di proporre cose nuove per rendere questo tempo di attesa, un tempo fruttuoso e costruttivo, consapevole però che i tutorial per fare la pizza o i biscotti spesso si scontrano con la povertà economica che il Covid-19 sta amplificando;
  • fiducia in questi ragazzi che oggi, per la prima volta, hanno la possibilità di essere degli alunni modello… oggi che con un click si possono spegnere i microfoni e non c’è più una classe intera da disturbare;
  • leggerezza negli occhi che fanno capolino dalla mascherina. Quegli occhi devono saper parlare, comprendere, incoraggiare, stimolare, confortare.

Stiamo riscoprendo il ruolo dell’educatore come un perno di equilibrio, un anello di congiunzione tra il dentro e il fuori, tra ciò che si può e ciò che non si può, tra il prima e il dopo… il dopo…

Anche in conference call non manca l’occasione per parlare del “dopo”, per immaginare un futuro che tanti faticano a vedere, consapevoli dell’importanza di questo presente nel quale l’esserci spesso senza esserci è davvero quella piccola cosa che fa la differenza.

Il futuro, il dopo… cosa troveremo dopo che l’emergenza sarà finita? Cosa ne sarà di quelle famiglie, di quei ragazzi, per i quali non è stato possibile tradurre la relazione educativa, instaurata nei nostri Centri per minori, in domiciliarità? O di quelle famiglie che per paura – legittima – del contagio hanno chiuso le porte all’educatore e a ogni altra relazione?

Queste domande ci ronzano in testa ormai dall’inizio di questa emergenza sanitaria. Tentiamo di immaginare scenari nuovi, mettendo in campo quella creatività operativa che ci ha permesso, in estrema velocità, di rimodulare i servizi per non chiudere quella relazione di cura che contraddistingue il nostro lavoro. È difficile e, talvolta, la sensazione di smarrimento è innegabile.

Di una cosa però siamo certi. In questo futuro, che ci riserva certamente tante cose, vogliamo lavorare, con rinnovata energia, ancor più consapevoli dell’importanza del nostro agire pratico, dell’impegno quotidiano, capillare, per trasformare l’indignazione del momento «…in un sentimento stabile, in motivazione che nutre l’azione, in una condivisione che ci fa dire che da soli non andiamo da nessuna parte».

Vogliamo provare a essere detentori di cambiamento, dove il valore dell’attenzione all’altro, del farsi carico delle fragilità, della vulnerabilità, non siano dimenticati ma trovino una veste nuova e un rinnovato vigore.

Testo a cura delle educatrici dell’area minori della cooperativa sociale Margherita di Sandrigo (Vicenza).

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Illustrazione di Martin Whatson, street artist

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