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Ci sarà un tempo in cui ripenseremo nostalgicamente a questo periodo

biliardino2di Sharon Venturelli | 

L’altro giorno mentre andavo a lavorare sono stata fermata dai carabinieri che, come ormai di consuetudine, avevano istituito uno dei numerosi posti di blocco sulle nostre strade.

“Motivo del viaggio?” – Sto andando a lavorare. “Che lavoro fa?”. – Faccio l’educatrice in una comunità educativa per minori. “Ah… deve essere dura, è stancante vero?”.

Talmente è invisibile il nostro lavoro che lì per lì sono rimasta sorpresa dal commento del carabiniere. Certo, fa piacere quando uno estraneo si mette nei nostri panni ma inevitabilmente innesca anche altre riflessioni.

Mai come in questo periodo sono grata per il lavoro che faccio.

È dura? Certo che è dura. È dura perché passi le giornate a cucinare per 15 persone, pulire una casa di 3 piani, rispondere ai Servizi, mandare mail, accompagnare i ragazzi agli allenamenti o dallo psicologo.

È stancante? Inevitabile. È stancante avere turni fitti e variabili, notti, reperibilità e soprattutto è stancante tenere le fila con 10 adolescenti che “mi dai una merendina? – accendi il WiFi? – devo fare una lavatrice – vieni a fumare?”.

Questo lavoro è duro, è stancante, sì, ma è anche il lavoro più bello del mondo… specialmente in questo periodo. Andare a lavorare è un po’ come prendere una boccata d’aria fresca, una di quelle che ossigenano il cervello e rendono tutto più chiaro.

Niente accompagnamenti, niente calcio, niente psicologo, niente mail con i Servizi o telefonate con l’amministrazione: siamo solo noi e loro. Dedicarci tempo è tutto ciò che possiamo e dobbiamo fare. Parlare, giocare, condividere una quotidianità della quale siamo tutti ostaggi e scoprire, in questa quotidianità, il puro piacere dello stare insieme.

Capire il valore del tempo, fare della necessità una virtù e rendersi conto in un clima allarmante di emergenza che qui, in questo luogo di cura che è la comunità, si sta formando una serenità degna di una famiglia.

Può sembrare anacronistico, ma è invece catartico vivere le giornate con la leggerezza di cui gli adolescenti sono contagiosi e piano piano, col setting giusto, emergono talenti, passioni, creatività.

Facendo l’orto si apprendono la costanza e le responsabilità necessarie a prendersi cura di qualcosa per poi coglierne i frutti. Facendo tornei di pallavolo si impara l’importanza della collaborazione e del gioco di squadra per ottenere successi. I laboratori di pittura e pasta di sale servono per vederci finalmente come creatori attivi (e non spettatori passivi) della nostra realtà.

Seminare amore è necessario per raccogliere gratitudine e di solito funziona.

A tutti gli educatori in difficoltà: non molliamo. Più dura è la battaglia e più glorioso è il trionfo (cit. dal film Il circo della farfalla). Mettiamoci in gioco.

Non muore nessuno se per una volta si mangia un po’ più tardi per riuscire a finire la partita a carte iniziata prima di cena. Non cade la comunità se ci dedichiamo a un ragazzo per mezz’ora per comprenderne le convinzioni e conoscerne il cuore.

Questo è il momento ideale per inoltrarci, attraverso vari canali, all’interno dell’anima dei nostri ragazzi e aiutarli a vedere la luce. Valorizziamoli. Utilizziamo ogni minuto per promuovere il dialogo, ascoltiamoli, esponiamoci.

Ci sarà un tempo in cui ripenseremo nostalgicamente a questo periodo nel quale abbiamo fatto i conti con chi siamo realmente e col vero senso educativo del nostro meraviglioso lavoro.

Lo ricorderemo non come il periodo in cui ci siamo ammalati, ma come il periodo in cui siamo guariti.

Sharon Venturelli è educatrice nella comunità educativa “Sant’Isidoro” del Centro di Solidarietà di Reggio Emilia.

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