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“Non sono morto nel deserto, non mi ucciderà il virus”

EnsōEducatori della cooperativa Il sogno di don Bosco | 

(Questo non è un racconto individuale, ma collettivo, a più voci, da parte di educatrici ed educatori nelle strutture SPRAR per Minori Stranieri Non Accompagnati e nelle comunità per Madri con Bambini ai tempi del Coronavirus. Accanto ai racconti ci sono i primi apprendimenti, nel lavoro e nella vita, in questo periodo di emergenza, NdR)

COME CAMBIA IL LAVORO DI EDUCATORI IN COMUNITÀ
Ensō: in giapponese cerchio. È un simbolo sacro per il buddismo zen, da sempre rappresenta la forza, l’illuminazione e l’universo. Il cerchio è anche simbolo di protezione intorno ad una città, ai templi. Nella cultura celtica veniva utilizzato per fermare le invasioni nemiche come un limite magico oppure per delimitare un luogo sacro e magico allo stesso tempo.

Corre l’anno 2020 e ci troviamo ad affrontare un nemico inaspettato, invisibile: una pandemia, un virus straordinariamente contagioso.
Le indicazioni che le istituzioni ci impongono per combattere questo nemico corrispondono alla limitazione della libertà personale, alla rarefazione delle relazioni sociali, al mantenimento della distanza di sicurezza in prossimità di un altro essere umano.
Le città e le persone sono messe sotto controllo perché devono essere protette. I confini vengono delineati e definiti maggiormente. Le frontiere crescono.
In questo clima apocalittico le modalità relazionali si ribaltano: i legami di fiducia vacillano, la solitudine non è più una scelta ma un’imposizione per cercare di sopravvivere e prendersi cura di sé, il senso di responsabilità e il controllo personale, familiare, di gruppo acquisiscono nuove sfumature.

Cosa sta accadendo nel nostro lavoro di educatori in comunità? Come si stanno trasformando le relazioni tra educatori e beneficiari e tra gli stessi educatori? Come riusciamo a connetterci con il mondo dei nostri ragazzi, con i loro punti di vista, con le loro sofferenze pregresse per inquadrare e far comprendere questo altro nuovo viaggio drammatico?
In questo momento è prioritario raccontare il modo nuovo di stare nelle nostre comunità, le nuove modalità relazionali che stiamo sperimentando. La nuova vita che sta sorgendo nelle nostre comunità a causa dell’emergenza pandemica.

Con il susseguirsi dei decreti governativi, delle linee guida dell’OMS e dei bollettini della Protezione civile, stiamo imparando, fra tante difficoltà, a costruire il nostro cerchio di protezione, di fiducia e di consapevolezza attorno alle nostre comunità.
In questa prospettiva, secondo un processo che non riusciamo ancora a descrivere e definire con precisione, sta nascendo, in maniera faticosa e non lineare, una connessione esistenziale che sembra superare di gran lunga ogni distanza: l’io si trasforma in un “noi”, in una voce e in una forza comunitaria che va oltre i turni e le incombenze quotidiane.

Nelle nostre comunità viviamo accanto a ragazzi che hanno varcato frontiere rischiando la propria vita. Ragazzi che, poco più che bambini, sono stati reclusi nelle carceri della Libia dove “prendevano le botte” due volte al giorno: una volta al mattino e una volta alla sera. “Non sono morto nel deserto, non mi ucciderà il virus!” ci sentiamo dire dai nostri ragazzi con la vita che gli trabocca dagli occhi. La frontiera è varcata, bisogna vivere.

Adesso, però, è tempo urgente di far cerchi. E noi ci proviamo a fare il nostro cerchio, a costruire un nuovo argine per proteggerli. Poi succede che mentre stai spiegando che bisogna stare a casa, un ragazzo ti dice: “Guarda che il virus in comunità ce lo portate voi educatori che venite da fuori!”. Ecco la frontiera che si ripropone, come un automatismo, come una sana e vecchia abitudine. Questa volta non sono i nostri ragazzi a essere respinti ma gli educatori, quelli che vengono da fuori. Il nostro compito, da educatori, è come sempre lì, sotto i nostri occhi: dobbiamo smontare l’automatismo della frontiera. Dobbiamo imparare a far cerchi. Cerchi di parole. Cerchi di ascolto. Cerchi di fiducia.

ALCUNI RACCONTI
Mara: «Arrivo in comunità, dopo aver percorso a passo veloce strade deserte, da sola con tanti pensieri in testa e l’autocertificazione in borsa. All’entrata i bambini accorrono gioiosi, vorrebbero abbracciarmi, stringermi le gambe, ma li tengo lontano con un sorriso, come se la distanza fosse la regola di un gioco. Si bloccano, sorridono e mi fanno ciao con la manina. I piccoli ospiti della comunità sanno che la scuola è chiusa perché “gira un virus misterioso”, hanno visto filmati, gli viene ripetuto di lavare le mani con attenzione, di non metterle in bocca e nel nasino. Da un po’ in TV non ci sono solo cartoni animati ma anche programmi informativi.
Un rapido scambio di consegne con la collega, fatto a distanza in un ufficio che odora di candeggina, e poi ti immergi nel lavoro. Le mamme e i loro bambini hanno accettato le nuove regole: i nuclei mangiano a turno e trascorrono più tempo nelle proprie stanze; non escono dalla comunità da un paio di settimane, neanche per la spesa; niente uscite per sigarette o altro, niente passeggiate al parco, niente rientri in famiglia, niente più incontri dei bambini con i loro nonni e papà. Il loro percorso personale si è congelato: rinviati colloqui di verifica con i Servizi Sociali e udienze in Tribunale.
Un’altra novità: le riunioni formative e organizzative si fanno via Skype, così non ci sono contatti tra gli educatori, per evitare che tutta l’équipe vada in quarantena e la comunità resti scoperta.
Tanti cambiamenti che richiedono senso di responsabilità, flessibilità e capacità di adattamento. In un momento in cui si deve porre una distanza fisica, si cerca una vicinanza empatica: lo spazio si ridimensiona con l’ascolto. Le mamme ti aspettano per parlare; nei loro discorsi emergono preoccupazione e accettazione: chiedono cosa accade fuori, se c’è gente in giro, riferiscono la paura di contagio per il proprio nonno o genitore, vogliono informazioni. Qualcuna arriva con le ultime notizie apprese sui social o su internet, allora si entra in contatto con la paura, in attesa che i numeri di morti e contagiati si azzerino e si torni alla normalità.
A fine turno, prima di girare l’angolo per tornare a casa, alzo lo sguardo verso la struttura… sul balcone c’è un grande manifesto colorato, preparato dai bambini, c’è scritto: “Restiamo a casa… Andrà tutto bene!”».

Anna: «Questo è un momento delicato che mi fa sentire e assaporare appieno alcune emozioni come la PAURA… mi fa scontrare con limiti e fragilità. Sto vivendo il mio lavoro con grande conflittualità. Quando esco di casa per recarmi in comunità una voce mi ripete “NON VOGLIO ANDARE” perché ho paura. Paura di contagiare e di essere contagiata… si sa, ogni spostamento è un potenziale pericolo per la diffusione del coronavirus.
Non nascondo di vivere il turno con paura e senso di allerta… dopo però accade qualcosa… il saluto di una bambina, in comunità, che mi dà la buonanotte prima di raggiungere la sua stanza. Mi dice “Buonanotte” da lontano dandomi molti baci a distanza, sorride e mi bacia anche con lo sguardo pieno di significato e affetto. La guardo e mi dico “Ecco… sono nel posto giusto al momento giusto… e tutto ritrova SENSO».

Annamaria: «TUTTI A CASAAAAAAA!! Gli educatori sono al lavoro e davvero in pochi lo sanno. Io mi sento un po’ eroe anche se nessuno me lo dice. Anzi ogni tanto la mia famiglia e gli amici a turno mi ricordano che faccio un lavoro di m…a! Un lavoro con i turni di notte, con i neri, con gli ultimi, con le malattie che ci portano “Vale la pena che ti abbiamo fatto studiare?”. SÌ NE È VALSA LA PENA! Senza i miei ragazzi ora, le mie mamme prima, i miei bambini prima ancora non sarei niente, non sarei quella che sono ora. Non ho mai lavorato per lo stipendio, ho lavorato SOLO PER LORO: per i ragazzi!
In questi giorni però è cambiato qualcosa, vado a lavoro con la paura, paura per loro, per me, per i miei che potrei contagiare, paura di questo brutto virus invisibile che mi dà la sensazione di essere sola quando sono in turno ad affrontare questa nuova situazione dove tutte le teorie pedagogiche vanno a farsi fottere, dove il buon senso, il problema solving non mi ricordo più cosa siano. Vorrei starmene a casa ma non posso. Non posso perché loro qua hanno solo me, hanno solo noi. Loro hanno preso baracca e burattini e sono venuti qui e io non posso scappare per un “fottutissimo” virus che ci sta rubando tutto.
Non riesco in questo momento a lasciare i miei vissuti a casa fuori dal gruppo appartamento e non voglio farlo, perché ci sto comunque provando nonostante il sonno disturbato, l’ansia che mi si insinua a essere per loro, per i ragazzi, quella di sempre. In questi giorni vado dai ragazzi e oltre alle solite cose e a ricordargli quanto dicono i decreti, fargli il riassunto dei bollettini di “guerra” indosso il miglior sorriso e gli ricordo che alla fine ANDRÀ TUTTO BENE se faremo i bravi…».

Michele: «Improvvisamente tutto cambia non solo nel lavoro ma in tutto ciò che mi circonda. Il saluto appena entravo in turno al lavoro era fondamentale, una pacca sulle spalle, un abbraccio, una stretta di mano mi permetteva di entrare in relazione con i ragazzi. La comunità è diventata come una calamita che funziona all’incontrario dove non è più possibile unirsi. Questo mi ha permesso di entrare in relazione in modo diverso, con un sorriso, con i miei occhi, con il tono della mia voce».

Saverio: «Tutti accusano il “COVID-19” di avergli stravolto la vita, di aver modificato le abitudini, la voglia di fare, il modo di concepire le relazioni, di comunicare. È vero anche, però, che potremmo trarre dalla situazione molte deduzioni, piccole, sulla nostra modalità di condurre la vita. In particolare vorrei soffermarmi su una capacità che molti di noi stanno apprendendo, molti stanno trasmettendo a chi, come me, è ancora per molte pagine un libro intonso: RESILIENZA. Mi rasserena utilizzare le scienze materiali per spiegare questa parola: capacità di un materiale di assorbire un urto senza rompersi.

Vorrei raccontare anche la mia categoria: l’operatore sociale.
Cos’è per me essere operatore sociale?
Quasi ogni sera, ogni tanto in questo periodo anche al mattino, mi metto in macchina, giro una sigaretta, l’accendo, parto… Vado dai ragazzi ospiti in un gruppo appartamento dove lavoro ormai da quasi tre anni. Ci vado nonostante tutto!
ESSERCI è la parola che ha caratterizzato la mia vita lavorativa in questi anni. A prescindere dalla situazione, è normale ESSERCI. Io non ho mai preteso di decidere, nel mio lavoro, per chi esserci e per chi no! Ho sempre preso quello che dovevo prendermi, che fossero abbracci, carezze, spinte, sputi, grida.
Io sono in relazione, in continua relazione con l’essere umano. Uscire dall’IO e vivere nove, dieci, a volte pure undici ore nel “NOI”.
Gli operatori sono questo: in costante relazione con l’altro, a volte sono contenitore di emozioni altre volte veicolo, imparano a entrare in sintonia ed empatia con i propri utenti. Ogni giorno lottiamo con i nostri ragazzi per costruire qualcosa di utile per loro, per il loro futuro Adesso il nemico si chiama COVID-19. Non cambia nulla, noi – come molti altri – siamo sempre stati qui! Lo saremo ancora: con resilienza!».

Valentina: «In questi giorni i pensieri che mi attraversano la mente sono tanti, corrono veloci e a fatica riesco a stargli dietro. Quotidianamente vengo sopraffatta da un turbinio di emozioni e stati d’animo: paura, tristezza, rabbia, dispiacere, impotenza, frustrazione, speranza ed effimeri momenti di gioia che ben presto, col bollettino serale, ti riportano a scontrarti con la realtà.
Arrivo in comunità, tiro un forte sospiro. Entro lì, dove i ragazzi ti aspettano nonostante tutto. Così, senza pacche sulla spalla, senza strette di mano, senza abbracci, così in maniera più distaccata. È difficile spiegare che non è freddezza, ma un gesto d’amore per noi stessi e per loro.
Mi ritrovo così a riflettere in maniera ancor più intima e profonda sulle loro storie fatte di lunghi e sofferti viaggi per arrivare qui, di sofferenza per chi ha perso i propri cari o di chi li ha avuti ma non ha donato loro la giusta cura e attenzione, di chi quei cari stava quasi per riabbracciarli ma quest’incontro è stato rimandato.
Rifletto sulle difficoltà non solo nel vivere da tempo in comunità, ma nel vedere quella routine quotidiana, raggiunta a fatica, fatta di piccole conquiste e sacrifici, interrotta improvvisamente. Ma io sono lì per dar forza, pertanto mi faccio coraggio e cerco di spiegar loro quel che succede e come succede, come contenerlo e quanto sia importante la collaborazione di tutti.
Vedi nello sguardo del tuo collega le tue stesse paure e difficoltà celate spesso dietro quella maschera di forza e coraggio che leviamo, solo talvolta, tra noi, e puoi accorgerti che in quel momento chi hai di fronte può essere egualmente in un momento di fragilità e ha bisogno di conforto. Altre volte invece sei tu ad averne bisogno».

Antonella: «Il COVID-19 mi ha tolto la vicinanza, obbligandomi al metro di distanza… quando noi, che lavoriamo nel sociale, sappiamo bene che a volte una carezza o una pacca sulla spalla portano uno spiraglio di luce a chi in quel momento vede tutto buio. È stato difficile abituarmi ad allontanare i bambini quando mi accolgono felici al mio arrivo e quello che ci è rimasto è un bacio da lontano… Andrà tutto bene e torneremo al contatto, ma per adesso continuiamo a lavorare con il cuore perché decisamente SI PUÓ, anche a distanza».

Tonia: «L’emergenza coronavirus ha sicuramente cambiato il mio lavoro in comunità dove è iniziata una specie di vacanza forzata che ha richiesto una gestione diversa della vita quotidiana. I ragazzi, pur essendo informati del decalogo dei comportamenti da seguire, reagiscono in modi diversi: c’è chi si lava le mani continuamente, chi si rintana nella propria camera, chi ironizza o mostra scarso interesse e chi è convinto che il virus infetti solo i bianchi, pertanto non è un problema per gli africani.
Con il passare dei giorni la costrizione, la noia e la preoccupazione cominciano a farsi sentire soprattutto con l’aumento delle misure che hanno richiesto maggiori attenzioni per evitare il contagio e nel contempo hanno portato a trovare nuovi modi di comunicare mantenendo una distanza di sicurezza, facendo sentire ugualmente una “vicinanza” nell’ascolto».

Gianni: «Sfidare il tempo, misurare le parole e allenare lo sguardo. I turni in questo periodo mi stanno insegnando più del solito.
Di tempo ce n’è anche troppo… e pensare a quante volte ne avremmo voluto di più e a quanti istanti lasciati fuggire via. Ora invece condividere coi ragazzi degli istanti ricchi di senso è più difficile; sì, perché devi andare a cercarlo un senso e di sicuro non puoi trovarlo fuori da queste mura. Scavi e vai a ritrovare te stesso, le tue paure e le tue preoccupazioni, che ti sforzi di trasformare in altro, in qualcosa di buono da spartire con i ragazzi. Sfidare il tempo, imparare a fare il minatore.
Le parole sono sempre state lo strumento da utilizzare per innescare un cambiamento. Ma ora è improvvisamente cambiato il piano cartesiano di riferimento: non più come variabili libertà/autonomia. Cerco per i ragazzi le variabili migliori, almeno per ora, ma senza cambiare l’orizzonte, ossia “il futuro”. Parlare di futuro allora, ma per capire meglio quello al quale siamo chiamati ora. Pazienza/cura. Misurare le parole, imparare a fare il progettatore.
Un metro non è mai sembrato così ampio. In un metro c’è quella tenerezza del nostro lavoro che rischia di perdersi; c’è l’odore della storia di un ragazzo che rischi di non sentire. E allora alleni il loro sguardo, il tuo sguardo. Il nostro sguardo. Già la mascherina ti ha fatto rinunciare al sorriso, ma agli occhi quelli non puoi rinunciare. “Uno sguardo vale più di mille parole”; minchia se è vero. Devi “guardare forte” in un certo senso.
A fine turno decido di telefonare a uno dei nostri ragazzi. Qualche giorno prima del decreto dell’11 marzo (quello dell’Italia “zona protetta”), è uscito dalla comunità per andare in un gruppo appartamento. Mi dice di star bene, di essersi rinchiuso in casa e che anche il tirocinio lavorativo è stato sospeso. Sorride mentre mi parla, di quel sorriso che conosco. Mi rasserena. Chiude la telefonata dicendomi che quando tutto sarà finito, inshallah, ci vedremo per bere un caffè. Inshallah, ragazzo mio, inshallah».

La realizzazione di questo testo è stata curata da Pammy Marinelli e Francesco D’Alessandro, ed è stata resa possibile grazie alle voci delle educatrici e degli educatori della cooperativa sociale “Il Sogno di don Bosco” di Bari. La cooperativa ha una pluriennale esperienza nel campo dell’immigrazione e aderisce al circuito SPRAR – Minori Puglia ora SIPROIMI. I beneficiari sono prevalentemente ragazzi africani tra i 16 e i 18 anni e mamme con bambini.

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