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Fino a oggi ho cercato di soffrire nel modo migliore possibile – Riflessioni da una comunità psichiatrica

Christian Schloe - 13A cura di Domenico Massano |

Oggi è martedì 12 maggio e sono passati due mesi e qualche giorno dall’avvio della cosiddetta Fase 1 e due settimane dall’inizio della Fase 2 per gestire l’emergenza Coronavirus. Da noi è cambiato poco o nulla, visto che in Piemonte sono state prolungate per tutto il mese quasi le stesse restrizioni precedenti.

Siamo un gruppo di persone (una decina “titolate per essere curate” e più o meno altrettante “titolate per curarle”) che condividono parte del proprio percorso di vita in una struttura per persone con disturbo mentale (S.R.P. 2.2, una volta si chiamavano Comunità, chissà cosa ne direbbe Basaglia…), sita nel centro di una cittadina del cuneese.

Dopo cena (hamburger, patate al forno e insalatona mista), alcuni di noi scambiano alcune semplici riflessioni sull’attuale situazione, concordando sul fatto che in questo periodo non si è quasi mai sentita la voce delle tante persone “ospitate” in strutture sanitarie e socio-assistenziali. Pensiamo possa esser utile condividerle (pur consapevoli dei limiti e delle ambiguità di questo tentativo).

A.: “La situazione nella Fase 1 inizialmente mi è sembrata gestibile. Dopo un po’, però, ho iniziato a sentire sempre di più il peso di dover stare chiusa. Spero di poter uscire il prima possibile per rivedere i miei cari. Spero che tutti abbiano imparato qualcosa da questa situazione, l’importanza di aiutarsi a vicenda, di valorizzare le cose che prima si davano per scontate ma che, abbiamo visto, scontate non sono. Anche l’idea di poter avere tutto sotto controllo è da criticare.
Ora nella Fase 2 con le nuove restrizioni rispetto al resto della cittadinanza per me è tutto un po’ più faticoso, anche se alcune cose mi aiutano, come la possibilità di brevi uscite e di un po’ di attività sportiva all’aria aperta. Lo sport mi aiuta a stare meglio e a non pensare troppo.
Complessivamente stava andando tutto abbastanza bene. Nell’ultimo periodo, però, mi son tornate ansie, sbalzi d’umore e pensieri negativi. Molte difficoltà penso che dipendano dall’impossibilità di creare legami, alle volte ho quasi il desiderio di sparire del tutto.
Secondo me questa emergenza non è stata affrontata da subito con l’attenzione necessaria. Qui in comunità ci siamo aiutati reciprocamente, abbiamo da subito gestito bene, insieme agli operatori, la nuova situazione, organizzandoci, aiutandoci e rispettando le indicazioni. Forse siamo stati migliori di quanto vedevamo che succedeva fuori, siamo stati più forti e attenti. Nessuno si è ammalato. Speravamo che attenendoci alle regole ne saremmo usciti prima. Spiace molto, quindi, questa situazione di oggi che ci penalizza più degli altri, senza prospettive certe”.
(Ho 26 anni e sono una persona testarda e tenace nel raggiungere gli obiettivi che mi prefiggo… e anche un po’ permalosa. Sono entrata a 23 anni in comunità perché non stavo bene, quasi non mi sopportavo neppure più io. La vita in comunità mi ha aiutato a gestire meglio impulsi e ad andare avanti. Fino a oggi un percorso faticoso ma utile).

E.: “Ho vissuto molto male questo periodo. Mi son sentito un po’ come in carcere, pur non essendoci mai stato. La lontananza dalla mia casa, da mia madre, dai miei parenti, dai miei gatti mi ha portato a passare momenti molto difficili, che preferisco tenere per me.
Tutti noi abbiamo patito la situazione e ci sono stati anche episodi di malessere che però abbiamo superato.
Per quello che riguardava le regole siamo stati attenti e sufficientemente rispettosi.
La chiusura ulteriore in questa Fase 2 è stata un’altra frustata, un altro colpo basso. Non me lo aspettavo. Io faccio già molta fatica a stare qui dentro anche se con alcuni ospiti e operatori mi trovo bene. Però non poter più fare dei rientri a casa è molto faticoso.
Non voglio pensare a un eventuale prolungamento anche di questo periodo. Il solo pensarci mi fa star male. Non credo ci sia molta attenzione ai nostri bisogni o, per lo meno, credo che ci sia solo fino ad un certo punto”.
(Sono un ragazzo di 27 anni, orgoglioso, ambizioso e individualista di carattere, ma attento ai bisogni degli altri nei momenti di difficoltà. Sono entrato in comunità due anni fa perché faticavo a gestire la rabbia, la negatività, i pensieri. Ora riesco a gestirmi meglio, anche se non so se questa sia la soluzione migliore per me).

E.: “È stato del tutto inaspettato questo momento. Mi dispiace per le molte morti che ci sono state e che continuano a esserci. Personalmente mi ha privato delle abitudini, degli affetti, degli svaghi e degli impegni. Dopo tre o quattro settimane dall’inizio della Fase 1 ho attraversato picchi di nervosismo, agitazione e ansia. Mancavano risposte, spiegazioni, qualcosa di certo. Questioni personali e familiari mi pesano tanto. Ho una compagna e sono padre di una figlia di un anno e non vedo entrambe (se non in videochiamata) da due mesi e due settimane. Come mi fa stare non vederle…? Mi ci vorrebbe un libro o un silenzio… tempo per un libro non c’è, quindi preferisco stare in silenzio e dire che è un dolore. Fino a oggi ho cercato di soffrire nel modo migliore possibile. Anche grazie agli operatori e al nostro gruppo di ospiti abbiamo patito un po’ meno quelle che potevano essere le conseguenze di questa chiusura. Non eravamo mai soli. Abbiamo cambiato un po’ le nostre abitudini, con armonia e flessibilità.
Noi abbiamo rispettato con attenzione le regole, ma sembra che in giro non sia andata sempre così e che molti abbiano affrontato l’emergenza con superficialità.
Proprio in relazione a questo, l’ultima ulteriore chiusura nei nostri confronti l’ho vissuta da una parte come proroga della protezione, ma parallelamente come prolungamento di sofferenze, stress, fatiche. Secondo me sarebbe stato più giusto definire regole più specifiche per i diversi contesti e le diverse situazioni ma forse non c’è stato tempo”.
(Ho 33 anni e nella vita ho sempre cercato di rialzarmi e andare avanti. Sono arrivato in comunità, quando avevo trent’anni un po’ per “obbligo”, un po’ per mia volontà e spero di aver presto la possibilità di costruire il mio futuro al di fuori di qui, facendo tesoro di tutto quello che ho vissuto in questo periodo).

Domenico Massano è educatore/formatore in una cooperativa sociale in provincia di Cuneo. Le riflessioni su questo periodo sono state scritte insieme ad alcune persone ospiti di una comunità psichiatrica.
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Illustrazione di Christian Schloe

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