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Per fortuna i bambini continuano a nascere

appena natodi Anna Scarnera | 

Sono assistente sociale in pediatria, ma con la paura del contagio da covid-19 il pronto soccorso pediatrico è vuoto, deserto, mentre pochi giorni fa era il punto di riferimento, forse a volte improprio altre necessario, di bisogni non solo sanitari ma sociali, psicologici, scolastici, relazionali. Un luogo per intercettare in tempo le situazioni più complesse, spesso nascoste, e fare prevenzione.

Molte famiglie non sanno che in ospedale esiste la figura dell’assistente sociale e altre non la conoscono. In verità non è presente ovunque, ma dove prevista offre un valore aggiunto nell’impegno di integrazione tra sociale e sanitario.

Noi professionisti sociali siamo i professionisti del benessere perché favoriamo le dimissioni protette e la costruzione di reti di supporto alla persona tra servizi. Molti giochi presenti nelle sale di attesa sono stati messi da parte per le necessarie misure igieniche, gli stessi giochi che intrattenevano i bambini in attesa di visita. Non ci sono più nemmeno i volontari con la loro devozione gratuita.

I ricoveri sono riservati e limitati alla necessità estrema e inderogabile. I colleghi dei servizi territoriali non vengono più in Ospedale, eccetto per le urgenze. Dall’altra parte nei reparti di maternità la vita continua come sempre: i bambini nascono anche in questa drammatica situazione e per fortuna, perché sono loro che ci ricordano che in questo tempo di sospensione niente si ferma davvero. Nascono da mamme spesso sole, in difficoltà economica, con problemi di dipendenza o depressione, vittime di violenza.

Molti servizi territoriali si sono riorganizzati con limitazioni nel ricevimento del pubblico e favorendo modalità di lavoro agile e telematico, ma nell’affrontare le urgenze sociali restano gli stessi di sempre, se possibile forse anche più determinati. Alcune associazioni riescono comunque a garantire la loro preziosa presenza. Eppure noi assistenti sociali ospedalieri, ora più spesso nei nostri uffici per paura di venire in contatto con un possibile caso di contagio entrando nei reparti (le mascherine sono finite per gli stessi medici!), continuiamo a esserci, a curare la rete e il raccordo con il territorio perché dall’ospedale si torna a casa e spesso restare a casa significa ripartire per assicurarsi un futuro migliore e – speriamo – una considerazione maggiore della professionalità che chi lavora come assistente sociale, spesso in condizioni contrattuali, logistiche e di risorse faticose e ingiuste, offre alle famiglie a cominciare da quelle più fragili e isolate dal mondo.

Sì, il nostro compito adesso è restare sul campo, con le dovute cautele (servono dispositivi di protezione anche per noi!), per rappresentare oggi più che mai chi non ha voce per esprimere il suo disagio.

Anna Scarnera è assistente sociale specialista presso la pediatria dell’Ospedale Maggiore di Bologna

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