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Chi ha pensato ai minori in comunità? – Invisibili come chi se ne occupa

swing-580999_1920di Sarah Bernardo |

È difficile raccontare la vita di una comunità in un momento in cui è vietato fare comunità. Nella mia, è come se stessimo vivendo a metà. Da noi il diurno convive con il residenziale, un incastro tra chi viene dopo scuola e torna a casa alla sera e chi invece torna a casa nel fine settimana. Una ricchezza, sotto tanti punti di vista. Sicuramente è una comunità dinamica, in movimento. In questo momento, però, siamo fermi, bloccati.

I ragazzi del residenziale sono in struttura e con fatica provano, insieme a noi, a definire una nuova routine, una nuova quotidianità. Non possono tornare a casa nel fine settimana, hanno trascorso le festività di Pasqua con noi invece che con le loro famiglie. Ma sono resilienti, tenaci, provano a prendere il buono che la comunità ha da offrirgli, nel nostro caso un bellissimo giardino che ci permette di passare parte della giornata al sole, di giocare all’aperto, di uscire dalle quattro mura che in questo momento confinano ognuno di noi dentro una casa.

Le difficoltà che viviamo in famiglia tutti i giorni con i nostri figli, in comunità si amplificano; riuscire a mantenere gli impegni scolastici ci porta via tantissima energia. Occorrono computer e tablet per tutti, occorre organizzazione e molta attenzione per riuscire a calendarizzare le video lezioni dei vari ragazzi. Abbiamo creato account, scaricato programmi, registri elettronici, diverse piattaforme per fare i compiti, contatti continui con gli insegnanti che sono sempre collaborativi nonostante le loro mille difficoltà in questo momento.

Ci stiamo abituando, i ragazzi molto meglio di noi. In brevissimo tempo hanno acquisito nuove abitudini, nuovi modi di fare scuola e fare comunità. Non ci stiamo abituando però all’assenza dei bambini del diurno che ogni pomeriggio popolano tutti gli spazi, occupano le stanze, il giardino, si insinuano in ogni angolo lasciato libero con le loro grida, le loro risate, i litigi, i compiti da fare, i giochi.

Loro devono rimanere a casa e come moltissimi colleghi abbiamo iniziato anche noi a organizzare video chiamate, giochi e proposte di attività a distanza. Ma ogni giorno che passa sento i miei tentativi di relazione con loro sempre più pesanti, difficili. Sento il bisogno di averli vicino, di condividere risate, giochi, merende, progetti, idee. Lo schermo che ci divide ci impone dei tempi e degli spazi a cui non siamo abituati e non so se mi voglio abituare a questa nuova comunità.

Poi è arrivato il weekend di Pasqua. Ha portato un nuovo decreto e per la prima volta in maniera forte, concreta, mi sono sentita invisibile. Io come operatrice sociale, la mia cooperativa come grossa realtà per la nostra città, Genova, ma soprattutto i servizi sociali tutti.

Chi siamo? Cosa facciamo? Non compariamo mai quando bisogna scegliere l’opzione “professione”, siamo invisibili da sempre, ora forse ancora di più.

Da quando è iniziata questa emergenza ci siamo riorganizzati, reinventati, riprogettati, ricreati decine di volte. Ad ogni decreto corrispondevano nuove disposizioni da parte del nostro comune e noi sempre pronti a fare del nostro meglio!

Certo c’era (e ancora c’è) la paura di non avere lo stipendio, di non essere pagati, per cui l’urgenza di riprogettare veniva anche dalla necessità di sopravvivere. Ma soprattutto c’era bisogno di colmare il vuoto creato dalla mancanza di bimbi in struttura, inventarsi qualcosa perché potessero continuare a sentirci vicini, presenti e al tempo stesso inventare delle giornate nuove per i ragazzi del residenziale che giorno dopo giorno attendono il permesso di tornare a casa.

È questo pensiero che mi ha fatto sentire un peso diverso dal solito, ancora più bloccata e invisibile. I ragazzi del residenziale.

Spesso sento parlare di quanto sia difficile questo periodo di emergenza per bambini e ragazzi. Ho due figli per cui capisco bene di cosa si parla. Ci sono però bambini e ragazzi che sì, sono chiusi, ma in comunità. Certo loro sono abituati, per loro siamo una seconda famiglia, a volta addirittura la prima. Hanno le loro camere, i loro vestiti, i loro giochi, sono abituati a vedere educatori che si alternano di giorno e di notte, ma sono anche abituati a tornare a casa.

C’è chi rientra a casa il venerdì per tornare in comunità la domenica, chi per una notte soltanto, addirittura chi va a casa alla mattina e rientra per cena, ma a questo non sono abituati.

Fanno domande a cui non sappiamo rispondere, forse leggono nei nostri occhi perplessità e incertezza, perché nessuno sa rispondere a queste domande.

Hanno pensato ai figli di genitori separati che possono continuare ad alternarsi tra le case di mamma e papà, ma chi ha pensato ai minori in comunità?

Abbiamo avuto disposizione, ormai l’11 marzo, di non farli rientrare a casa, è passato più di un mese e nessuno si è ricordato di loro o almeno io ho l’impressione che non siano nei pensieri di nessuno. Hanno detto di aspettare il 4 maggio, ormai prima di quella data non cambierà nulla, in fondo cosa sono altre tre settimane?

Sarah Bernardo lavora in una comunità educativa territoriale “Ardini” della cooperativa sociale La Comunità di Genova.

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