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Le matite spezzate colorano ancora – Appunti di un’operatrice di comunità

Le matite spezzate colorano ancoradi Nicole Manfrin | 

Faccio uno dei lavori più belli e, allo stesso tempo, più brutti del mondo. Un lavoro che, a volte, ami e, a volte, odi. Un lavoro che, anche quando ti capita, lo devi scegliere! Quasi fosse una missione, una vocazione. Un lavoro che difficilmente puoi spiegare, semplicemente perché continua a cambiare, sotto le sfide continue e repentine della società moderna. Un lavoro che ti costringe a essere una figura professionale versatile, poliedrica e resiliente.

Un lavoro dove non si finisce mai di imparare e che ti mette, costantemente, a dura prova, che ti fa a pezzi, scombinando le parti di te che tu, con tutta la tua forza, ti costringi a tenere unite. Un lavoro che ti plasma e riplasma in continuazione e che, come un evidenziatore, sottolinea tutte le tue ferite, le tue debolezze, le tue fragilità, i tuoi difetti; e marcandole, ti costringe a farci i conti, a rielaborare, rielaborare e ancora rielaborare.

Oggi, più che mai, immersi in questa emergenza sanitaria, anche il nostro modo di fare gli Educatori deve riadattarsi, diventare “altro” da prima; possiamo, e dobbiamo, sfruttare questa circostanza infelice come “humus” perché questo tempo possa essere laboratorio di creatività in mano alle numerose équipe educative, per inventare nuovi spazi e nuove modalità di intervento.

Fino a ieri, Noi, Educatori che prestano il loro servizio nelle Comunità per minori, ci immaginavo come tanti acrobati, intenti a camminare su una fune, in un perenne equilibrio precario, ma rincuorati dalla Rete sotto di Noi; una Rete fatta di Volontari, Tirocinanti, Servizi, Famiglie. Una Rete di supporto, indispensabile. Ora, invece, ci dipingo come tanti eroici funamboli in cresta, costretti a inventarsi nuovi modi di fare ed essere Educatori, cercando di non cadere in qualche strapiombo.

In questi giorni, in cui ovunque risuona il termine “Corona Virus”, Noi, come se fossimo in trincea, perché anche il nostro è uno dei tanti Servizi che non possono chiudere, combattiamo in prima linea, isolati, soli, con una rete che tende a proteggerci sempre meno. Dimenticati, perché nessuno parla di Noi. Noi, Eroi silenziosi che non fanno rumore, invisibili come il virus che dobbiamo combattere, ingaggiati di uno di quei compiti che, ora, appaiono più ardui da compiere: portare un po’ di normalità in una struttura che accoglie ragazze che, per decreto, sono affidate a una Comunità educativa. Alcune di loro hanno solo Noi. E, in questo momento, ancora più di ieri, Noi, siamo i loro unici punti di riferimento, la loro Casa, la loro Famiglia.

Adesso, più di ieri, è tempo di costruire senso di appartenenza, imparare a cucire maglioni di fiducia, per proteggere ragazze a cui è già stato portato via tutto. A loro manca l’aria. Come a Noi. Ma a loro di più. Le ferite, ora, fanno più male. E il passato fa più rumore. E allora indossi la mascherina, e tenti di trovare un equilibrio tra la distanza sociale di un metro che ci viene imposta da decreto e la vicinanza emotiva. Tutti questi anni a cercare qual è la giusta proporzione tra l’esserci in modo empatico e tenere una certa distanza per “salvarsi” e, soprattutto, per non rischiare di mandare in frantumi cuori di vetro già di per sé fragili. Anni di riflessioni. E, adesso, il Covid-19, invece, ci costringe ad agire, perché non c’è più tempo per i “sofismi”.

Allora, anche tu, Educatore impaurito, sfidi il caos e la preoccupazione e parti da casa, perché il senso di responsabilità non ti permette di fuggire; parti con uno zaino pesante e dentro ci metti tanta pazienza, tanto autocontrollo, tanto coraggio, tanta dedizione, ma soprattutto un bel po’ di moschettoni per aggrapparsi a un equilibrio interiore, il tuo, perché se salti tu, salta tutto il Sistema.

E allora qui, in Comunità, tutti iniziamo un po’ a imparare cosa significa davvero essere “adulti-esempio”, fuori dalle riunioni di supervisione, fuori dalla retorica.

Ogni giorno, Io, parto da casa e mi armo di possibili risposte, anche quando so che non ci sono. Mi armo di risposte, di speranze e di sogni. E quando non trovo le parole giuste per rassicurare queste ragazze che non vedono futuro, i cui sguardi sono concentrati solo sulle ferite, sulle mancanze, sulle ingiustizie subite e sui tagli che si procurano per restare vive e non sentire più il dolore dell’anima, mi invento unicorni, folletti e fate che fanno piovere gocce di sollievo da un cielo blu intenso. Perché solo la potenza dell’ironia, della magia, della creatività e della fantasia, può salvarci da questa reclusione forzata.

Qui, in Comunità, il Covid-19 ha livellato le differenze e, per certi versi, ci ha messo tutti sullo stesso piano: Adulti, Ragazze, Educatori, Ospiti. Siamo tutti sulla stessa barca. Naufraghiamo, in cerca di un’isola in cui approdare. Tutti in cerca di ottimismo, sorrisi, speranze, per sconfiggere la paura, l’angoscia, i dubbi. Il Covid-19 ci ha costretto a chiudere i cancelli, ma anche ad uscire dagli uffici. Ad abbandonare pc, telefoni e burocrazia; per stare veramente in relazione con noi stessi e con le ragazze che abbiamo accolto nella nostra struttura. Il Covid-19 ci ha costretto a tirare il freno, a rallentare e a mettere in sordina, per un po’, relazioni, uvmd, verifiche e riunioni di équipe. Il Covid-19 ci ha costretto ad ascoltare, ad accogliere, per davvero.

Il silenzio che pervade la nostra città, Vicenza, porta aria di inquietudine; la Protezione Civile scende in strada con i megafoni, per ripetere in continuazione il mantra “RESTATEACASA!!”. Allora, quel pezzo di terra dietro la Comunità, che per molto tempo abbiamo tutti ignorato, diviene il nostro microcosmo dove poter prendere “Aria”, dove poter riempire i polmoni di ossigeno, dove poter fermarsi a guardare il cielo per davvero, in cerca di conforto.

La Natura, le stagioni, continuano a fare il loro corso, perché noi, alla fin fine, siamo solo piccoli puntini. E allora anche l’alba, dopo il turno di notte, assume un altro colore. Finalmente, Noi educatori, abbiamo il tempo di fermarci a guardare veramente le nostre ragazze, guardarle, non con l’occhio pedagogico, ma guardarle per davvero. Ci permettiamo, finalmente, il lusso dell’errore: la consapevolezza che, anche se guardiamo queste ragazze da mille angolazioni, qualcosa ci sfugge sempre.

Allora, capita, di tirare una vecchia corda da una finestra di una camera alla rete di confine e trasformarla in una rete da pallavolo e scivolare sul fango e sporcarsi, prendere il pallone in faccia e metterci tutti a ridere… ragazze, educatori, un’unica squadra.

Capita di rincorrersi con un bicchiere pieno d’acqua, a mo’ di “gavettone”, finché si fa il turno piatti… e gettarsi l’acqua in faccia, perché l’Acqua è Vita.

Capita di alzare il volume dello stereo e ballare e scrivere versi di poesie e appenderli in giro.

Capita di fermarsi, e scattare una foto, perché a quel raggio di sole che illumina il corridoio non ci avevi mai fatto caso.

Capita di realizzare video, per tenere memoria di questo momento.

Capita di disegnare, colorare, assieme a loro, perché, ora, abbiamo tutti bisogno di ritornare un po’ bambini, dove niente può farti del male e dove la fantasia crea mondi “altri”.

Capita di mandare audio vocali alle famiglie, fare videochiamate, inventarsi nuovi modi per tenere i legami.

Capita di improvvisare torte con scritte glitterate “#andràtuttobene#”. E poi lavarsi milioni di volte le mani, indossare i guanti, disinfettare gli ambienti. E, quando si è stanchi, ma veramente stanchi, capita allora di trattenere le lacrime, perché si pensa sempre prima a loro.

Il Covid-19 ci ha permesso di sentire per davvero ciò che sentono le nostre ragazze: la Solitudine, la Paura, l’Inquietudine, il Vuoto. Allora, ci si slaccia la mascherina e ci si chiede, in silenzio, quando finirà tutto questo incubo. E ci si concede il lusso di puntare lo sguardo nel vuoto. Per un attimo. Poi si ritorna a tranquillizzare, a far da “pungiball” per i loro momenti di aggressività, di tensione, di paura. A non mollare. Si continua, imperterriti, a insegnare, ad avere fiducia nelle persone e nel mondo là fuori.

E, poi, si torna a casa, sperando di non aver contagiato e di non contagiare nessuno. Sperando che questo momento possa essere un’occasione di crescita per tutti, una crescita interiore che ci possa aiutare a guardare il Mondo, la Natura, l’Uomo, con occhi diversi. Che possa farci recuperare un po’ di umanità, di senso civico, di solidarietà, a scapito di egoismo, opportunismo e chiusura mentale. Che possa donarci la consapevolezza che siamo tutti connessi e che ciò che accade intorno a noi ci riguarda, sempre. Che possa darci una mano a tornare ad apprezzare la bellezza delle piccole cose.

E, allora, capita anche che ti venga voglia di prendere i gessi colorati e scrivere sull’asfalto:

“Le matite spezzate colorano ancora”.

E, mentre lo fai, una ragazza si avvicina e ti fa: “Hey, Nicole, come stai?! Tutto bene?!”.

Nicole Manfrin è educatrice presso la Comunità educativa per minori “Contrà Fascina”, gestita dalla cooperativa sociale “Tangram” di Vicenza.

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