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L’ombra che aleggia su questa professione – Un’educatrice in un reparto di NPI

striscione_pazienti_regina_margheritadi Federica Cotella | 

Ogni mattina, nell’Ospedale Regina Margherita di Torino, mentre sali le scale che ti porteranno al reparto di Neuropsichiatria infantile, cerchi di lasciarti alle spalle i tuoi pensieri personali, per essere concentrato una volta varcata quella porta. Sai che ci sono 18 adolescenti che ti aspettano, ognuno con le proprie storie e le proprie difficoltà.

Da qualche tempo qualcosa è cambiato. Se possibile le mattine sono diventate ancor più frenetiche e un dato salta subito all’occhio non appena apri la porta: le mascherine. Tutti gli adulti che vengono dall’esterno le indossano per precauzione, solo i ragazzi sono esonerati.

Capita, mentre saluti i ragazzi, di chiederti se il sorriso che stai facendo dietro la mascherina si noti, ti fermi quando senti di esserti avvicinato troppo e tieni per te quella carezza che stavi per dare.

Tra questi e altri pensieri cerchi di far partire la giornata e dar loro un minimo di normalità: c’è scuola! Sì, le videolezioni che con grandi sforzi siamo riusciti ad attivare, grazie alla donazione di computer e tablet, in modo che i ragazzi possano mettersi in comunicazione con i professori della scuola ospedaliera.

È piuttosto complicato gestire tutto: nella stessa stanza hai 4 o 5 ragazzi che seguono altrettante lezioni, le voci si sovrappongono e la connessione internet non sempre ci aiuta… pensi che proprio non eravamo pronti e attrezzati per questo spazio ma ringrazi che ci sia.

La giornata prosegue, dopo la scuola c’è il pranzo: i ragazzi non mangiano più tutti nella stessa stanza per garantire la distanza sociale, così la sala giochi diventa la seconda sala da pranzo, e deve essere pulita e disinfettata prima che arrivi il pasto.

Succede poi che qualche ragazzo ti dica che non ce la fa più a stare in reparto: da quando è ricoverato infatti vede solo più i genitori, nessun altro può entrare, per ridurre le possibilità di contagio. Cerchi allora di farlo riflettere sul fatto che il ricovero è faticoso, ma loro in questo momento hanno una piccola grande fortuna: i loro coetanei che stanno a casa sono soli, qui invece hanno la possibilità di stare comunque in compagnia. Sono chiusi in reparto è vero, ma insieme, e insieme possono fare tutte le attività che gli proponiamo ogni giorno, certo stando un po’ più distanti del solito.

Uno dei nostri compiti all’interno del reparto infatti è quello di favorire l’integrazione con i pari attraverso attività strutturate e di gruppo… ma come si fa ora? Lo sappiamo, gli spazi sono quelli che sono e se prima era difficile far stare 18 ragazzi intorno a un tavolo, ora è impensabile. E allora ci si divide: un po’ in sala giochi e un po’ in sala da pranzo. “Bisogna stare a un metro di distanza, è difficile ma dobbiamo farlo” è il mantra che ci ripetiamo tra colleghi mentre spostiamo gli arredi per preparare le varie stanze.

Dividi i ragazzi, dividi i materiali ma sai già che servirà qualcosa che è dall’altra parte del reparto e dovrai fare avanti e indietro parecchie volte. Pensi anche che i materiali cominciano a scarseggiare e bisogna trovare il modo di reperirli, non sono catalogati tra i beni di prima necessità, ma qui un po’ lo sono.

Tra i ragazzi c’è poi chi proprio non ce la fa a starti lontano: “No, Sofia, non possiamo abbracciarci” le dici e lei con lo sguardo triste ti risponde: “Ma io ne ho bisogno qui dentro” mettendosi una mano sul cuore. Allora cerchi di spiegarle (e intanto lo ricordi anche a te stessa) che anche per te è difficile e ti manca quel contatto, ma è necessario per tutelare entrambe…

“La chiave del lavoro educativo è la relazione“ ti viene in mente questa frase, detta da un insegnante tanti anni fa all’università e pensi che in certe situazioni è difficile, se non impossibile, attuarla a un metro di distanza: non è possibile mantenere la distanza quando devi tenere le mani di Paolo per evitare che si faccia male, o quando devi aiutare Giada a scendere dal letto e salire sulla sedia a rotelle perché il suo fisico è troppo debole per sorreggersi e camminare. Sai che una carezza o un abbraccio potrebbero aiutare questi ragazzi lontani dalle loro famiglie, in un luogo che, nonostante gli sforzi messi in atto da tutti per renderlo accogliente, resta sempre un reparto ospedaliero, ma non puoi.

L’ altro giorno un ragazzino mi ha chiesto: “Ma come fai a lavorare qua dentro?”. Tante persone ti hanno posto una domanda simile negli anni, un po’ ci sei abituato, ma fa effetto quando a chiedertelo è proprio uno dei ragazzi. Ripensi allora a quando hai scelto con entusiasmo e un po’ di inconsapevolezza di fare questo lavoro, non immaginando tutte le fatiche con cui ti saresti dovuto confrontare quotidianamente, l’ombra che aleggia su questa professione che mai come ora senti schiacciante. Subito però ripensi anche a tutti quei piccoli risultati, che altri nemmeno noterebbero, ma che per te e per i ragazzi che li hanno raggiunti sono grandi conquiste. Sono questi che ti appagano e ripagano di tanti sforzi, fatiche e sacrifici e che ti fanno dire che “qua dentro” tornerai anche domani.

Federica Cotella è educatrice professionale nel reparto di Neuropsichiatria infantile dell’ospedale Regina Margherita di Torino.

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