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Mai come ora possiamo sviluppare l’intelligenza emotiva

empatia-coverdi Arianna Canistro | 

L’emergenza sanitaria ci ha portato in maniera tanto rapida quanto drastica a una situazione di incertezza e cambiamento delle abitudini non solo personali, ma sociali. E nella mia esperienza di vita mai ho vissuto prima d’ora un evento tanto estremo da sentirmi così vicina a qualsiasi sconosciuto; a ripensare ai mille incontri della vita e a chiedermi: chissà come sta quella persona…

Questa pandemia porta la maggior parte della popolazione a vivere una condizione simile. Non parlo di realtà, perché è chiaro che la situazione di vita, il contesto, le relazioni, il livello economico, le precondizioni e miliardi di fattori fanno sì che non stiamo vivendo la stessa situazione, anzi ciò comporta l’aumento del divario sociale e mette in difficoltà molte persone, destabilizzando equilibri precari. Parlo di percezione, di emozioni, di vissuti emotivi.

Nella drammaticità della situazione, vorrei portare una chiave di lettura positiva e una riflessione sull’opportunità di apprendere e/o sviluppare più che mai in questo momento una competenza fondamentale del lavoro sociale: l’empatia. La mia riflessione si orienta partendo da un piano emotivo, attraverso la tecnica dell’intelligenza emotiva.

Le emozioni primarie sono: paura, rabbia, disgusto, tristezza, sorpresa, felicità. Sono innate e riscontrabili in qualsiasi popolazione, per questo sono definite primarie ovvero universali. Bene, in termini di emozioni mai come in questo momento possiamo essere vicini alle persone che incontriamo e loro a noi. Credo sia un’occasione unica e potenzialmente eccezionale. Ma come sfruttarla? Sintonizzandoci su noi stessi, sulle emozioni che abbiamo vissuto, che stiamo ancora vivendo.

Andando a ruota libera, questo è ciò che sento io.

Paura: l’incertezza, la morte, la malattia, la perdita di cari, di abitudini, di quotidianità, del futuro, dell’ignoto, per il lavoro…

Rabbia: per le privazioni, per le misure o gli interventi che non mi sono piaciuti, per le ingiustizie, per i tagli alla Sanità…

Disgusto: per gli sciacalli a tutti i livelli…

Tristezza: per la situazione drammatica, per i morti, per le storie, le narrazioni…

Sorpresa: per un messaggio inaspettato, per la gentilezza di un vicino, di un familiare, per una sorpresa, per una riscoperta, per aver imparato a fare qualcosa di nuovo, per il tempo regalato con la mia famiglia…

Felicità: per ciò che si ha, per gli affetti, per le cose belle, per apprezzare qualcosa di scontato, per mio figlio, per essere in salute e anche i miei cari…

C’è risonanza in queste emozioni? C’è comunanza in questi due mesi?

Le emozioni ci danno l’opportunità di sentirci più vicini, di avvicinarci, di instaurare una relazione autentica ed efficace, se condivise e lasciate libere di circolare.

Un’altra opportunità di allenamento che questa condizione ci può insegnare, partendo dalle emozioni ma con un passaggio al pensiero, è sentire come ci siamo sentiti.

Per esempio: pensare a come ci siamo sentiti emarginati rispetto all’Europa all’inizio. Oppure quando abbiamo incontrato qualcuno per strada – la distanza e la diffidenza non solo nostra ma anche dell’Altro, per la paura del contagio. Il non poter esercitare i nostri diritti e la nostra libertà. La difficoltà nel fare la spesa. La solitudine. La distanza dai nostri cari. L’incertezza per il futuro. La necessità di vivere il qui e ora senza proiettarsi sul futuro. La necessità di attivare reti… E via discorrendo.

E da queste riflessioni provare a fare un salto e immaginare come si possono sentire in questo periodo le famiglie che per la loro condizione si trovano spesso a vivere un ruolo di marginalità nella nostra società.

E qui sta l’opportunità: provare a metterci al posto dell’altro per capire cosa si prova, come ci si sente… e imparare a stare più vicini all’altro e a essere più disponibili all’ascolto.

Cò che quindi vorrei condividere con questo scritto è che nella relazione d’aiuto con l’altro, di tipo professionale o volontaria, siamo davanti a un’occasione tanto rara quanto potenzialmente stupefacente, che dobbiamo cogliere per migliorare il nostro stare accanto agli altri.

 

Arianna Canistro, pedagogista, è operatrice sociale all’Ufficio Pio della Compagnia di San Paolo Onlus di Torino.

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