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L’innovazione ai tempi del coronavirus? Stare in relazione e restare umani – Il Progetto Genitori & Figli

Paola Francodi Lucia Bianco | 

Non sono un’educatrice, il mio ruolo è quello di coordinare un’équipe di psicologi, educatori, mediatori e tanti volontari e volontarie che lavorano con e per le famiglie italiane e straniere. Organizziamo e gestiamo spazi leggeri che sostengano le famiglie, aumentino le loro competenze, alleggeriscano le loro fatiche e creino reti tra famiglie e famiglie, tra famiglie e servizi, relazioni insomma.

Relazione è la parola chiave del nostro lavoro. E lo è anche in questo tempo, limitato, ma che sembra infinito. Un tempo che ci ha tolto la possibilità della relazione diretta, vis à vis, con i nostri corpi, in uno stesso luogo. Luogo è un’altra parola importante nel nostro lavoro: organizzare un luogo accogliente, bello, stimolante in cui genitori e figli, ma anche nonni e altri adulti di riferimento, stiano bene e sperimentino una relazione piacevole e costruttiva attraverso il gioco, la creatività, la manualità, lo scambio e così via.

E adesso che non c’è il luogo fisico in cui incontrarci?

Ce lo siamo chiesti dal primo giorno di chiusura delle scuole, in cui anche noi abbiamo chiuso i nostri spazi per genitori e figli. E adesso? Siamo un’équipe vivace e creativa e non ci abbiamo pensato molto a sperimentarci con le tecnologie che permettono la relazione a distanza. Le più giovani, più “smart”, hanno messo in campo le loro competenze, amatoriali ma fondamentali; quelle con più esperienza hanno cercato di dare forma diversa ai contenuti importanti da far passare. Una forma compatibile con la relazione attraverso uno schermo. Quindi messaggi non troppo lunghi, usando immagini, utilizzando i nostri corpi per fare immagini, ma anche altro: disegni, foto, musica, canzoni, ecc.

Nella mia équipe mi occupo prevalentemente del lavoro di progettazione. Quante volte nel rispondere a un bando ho visto tra i criteri per l’ammissibilità della proposta: l’innovazione. E la domanda ogni volta è: “Ma che cosa significa innovazione nei nostri servizi, visto che le esigenze di bambini, bambine e genitori sono sempre le stesse: amore, relazione, fiducia, autostima, informazioni, orientamento, stimoli per crescere, migliorarsi, spazi in cui stare insieme…”. Certo gli strumenti si devono adeguare. Allora innovazione è usare strumenti tecnologici? Bene innovazione è inserire la tecnologia nel nostro lavoro. Ma come, dove, quando?

Devo dire che noi l’abbiamo sempre utilizzata, ma soprattutto per comunicare, per promuovere le nostre iniziative, per agganciare le famiglie. Anche se, a onor del vero, dobbiamo dire che tutte le volte che abbiamo fatto un questionario nel quale richiedere alle famiglie come ci hanno conosciuto, la maggioranza delle risposte è stata: il passaparola, la scuola. Luoghi fisici, relazioni fisiche non virtuali. Quindi a che cosa ci servono gli strumenti tecnologici?

Negli ultimi tempi la nostra preoccupazione è stata quella di lavorare con genitori e figli per riflettere su come usiamo questi strumenti, su come invadano le nostre vite e non riusciamo a dare e darci dei confini: ai figli su quanto usare telefonino, play, computer ecc., ma anche a noi adulti che vogliamo dare regole ai nostri figli che puntualmente trasgrediamo. Quello che ultimamente ci spaventa di più sono i telefonini dati in mano ai bimbi sin dai primi mesi di vita per calmarli, per farli stare “buoni”; lo spazio per i tablet nei passeggini; l’allattare mentre si parla al telefonino con qualcuno. Il velo, per le donne che lo portano, è un supporto eccezionale per tenere il telefonino e parlare mentre si spinge il passeggino o si tiene in braccio il proprio bimbo.

E adesso? Non ci abbiamo pensato nemmeno un attimo a usare queste tecnologie per un bisogno certamente non nuovo o “innovativo”. Per restare in relazione con persone con cui la relazione ce l’abbiamo già e che, in questi giorni, sentono la nostra mancanza come anche noi sentiamo la loro. Che cosa buffa. Usiamo le tecnologie per qualcosa che abbiamo fatto sempre: la relazione.

Ci rendiamo conto che è una relazione imperfetta, parziale. Lo scambio, il feedback sono sempre molto mediati. Usiamo i cellulari per la relazione individuale. Chiamate con le mamme, per rispondere a dubbi, ansie, per parlare; video chiamate quando vogliamo parlare anche con i bambini, far sentire loro che ci siamo, aiutare le mamme a dare loro delle regole, dei ritmi, in un momento in cui la routine quotidiana è stata sconvolta. Ma usiamo anche le chat di gruppo, per condividere informazioni, continuare a imparare l’italiano, mantenere le relazioni nel gruppo, smontare le tante fake news che girano all’impazzata nella rete.

Le chat: il terrore di genitori e insegnanti. In questo momento sono una risorsa, permettono lo scambio di informazioni costruttive, supportano. Mah? E poi i social, le video clip fatte insieme ai genitori, con i bambini che ci permettono di sentirci ancora insieme, anche se in un luogo virtuale; che ci fanno ridere, che fanno sentire protagonisti i bambini che si guardano e guardano i loro compagni di giochi che adesso non possono frequentare fisicamente. Li mettiamo nella rete. Saranno utili? A chi? Certamente a coloro che ne sono i protagonisti che li usano per farli girare in famiglia, per mandarli ad amici, per continuare la relazione. La privacy? Abbiamo già le liberatorie perché chi ci frequenta è iscritto, ecc.

Ma allora stiamo facendo innovazione? Usiamo le tecnologie. E già, non abbiamo altro per entrare in relazione. Qualcuno ci dice: “Ma che cosa fate? Ci sono tanti che fanno video clip, tutorial in modo professionale, molto belli. Usate quelli, fate girare quelli. Perché perdete tempo a fare cose auto-prodotte, meno belle”. La nostra risposta è: “per stare in relazione”. Non ci siamo posti come obiettivo la performance, la qualità tecnica. È sbagliato? Non lo so. Non c’è tempo di riflettere molto perché restare in relazione attraverso le tecnologie ci richiede moltissimo tempo, molta attenzione. Anche per le relazioni tra di noi, per progettare e realizzare insieme i materiali da proporre, per capire come consigliare quella famiglia, come gestire quel momento critico in cui i genitori perdono il controllo, non riescono a dare ai figli la sicurezza di una routine quotidiana. E la nostra routine quotidiana di operatori sempre al cellulare o al computer, che lavoriamo in pigiama e ci vestiamo quando c’è la riunione con zoom (sto imparando tante di quelle cose mio malgrado).

Certo non ci fosse stato il coronavirus queste cose non le avremmo mai prodotte. Non ci saremmo sperimentati con queste tecnologie. Allora stiamo realizzando davvero innovazione? Usiamo le tecnologie per un obiettivo reale e concreto: stare in relazione. “Grazie che non ci fate sentire soli”, ci dice qualche mamma. Ma questa volta è una relazione reale anche se virtuale. Una relazione con persone fisiche che non possono vedersi, stare insieme. È tutto di una tale complessità: però stimolante per riflettere, per rifletterci dopo, quando tutto sarà finito.

È proprio questo “dopo” che adesso dobbiamo preparare.

Proprio l’altro giorno ho partecipato ad un dibattito su Webinar (un mese fa se me lo aveste chiesto non avrei saputo dirvi che cos’era) in cui Franco Lorenzoni sosteneva che la memoria di questo tempo sarà per sempre e che la scuola deve dare parole per starci dentro, per farsi nuove domande. Il problema oggi è quando usciremo da questo isolamento evitare di riprodurre il modo di vivere di prima, centrato su un modello di sviluppo che mette al centro l’economia e il mercato e lascia ai margini l’uomo e la natura.

Un’altra sfida: preparare il dopo, ora che non riusciamo a prevedere quando sarà e dobbiamo affidarci ai tecnici e ai politici che gestiscono questa emergenza? A noi e ai nostri comportamenti? Alla fortuna, al caso, che ci ha scaraventato in questa situazione, irreale, surreale, o piuttosto talmente reale che ci mette di nuovo di fronte al fatto che siamo limitati, estremamente limitati e non dobbiamo scherzare con la natura. Ma questo è un tema di cui non si può parlare in poche righe, ma che deve orientare le nostre azioni oggi.

Un tempo in cui innovazione è restare in relazione nonostante un virus e regole ferree che ce lo impediscono. È restare umani anche dietro uno schermo che oggi è l’unico strumento per stare insieme. Allora tecnologia è relazione?

Faccio un appello a tutti. Prepariamo il dopo, perché non sia come prima, e ci dia qualche speranza in più per il futuro dei nostri figli.

Lucia Bianco è responsabile del Progetto Genitori & Figli dell’Associazione Gruppo Abele di Torino.
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Illustrazione di Paola Franco

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