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La responsabilità delle vite degli altri – Diario da una comunità terapeutica

dandelion-761104_1920“E se poi lo prendono i ragazzi?”.

Il pensiero che ha cambiato tutto, in quella – che sembra ormai lontanissima – metà di febbraio 2020.

Lavoro in una Comunità terapeutica del privato sociale, e ho il privilegio di collaborare con una grande équipe. Era da un po’ di tempo che volevamo fare un’uscita ricreativa inter nos, darci il tempo di parlare di noi, oltre che del nostro lavoro, senza ruoli e senza vincoli.

Eravamo finalmente riusciti a trovare una data in cui potevamo esserci tutti, ma le prime avvisaglie dell’emergenza incombevano. Ci stavamo confrontando sul da farsi, quando la nostra Responsabile terapeutica ci ha fatto quella domanda: “Ok, noi usciamo, non abbiamo ancora paura di ammalarci. Ma se poi portiamo il virus dentro la Comunità? Con tutte le patologie che hanno i nostri ragazzi?”. Stop.

Non ci avevo ancora pensato. E come me, altri colleghi. Ma l’idea di mettere a rischio gli utenti, era inaccettabile.

E così è iniziato, prima dell’emanazione dei vari decreti d’urgenza, il nostro isolamento. Da più di un mese, ormai, ciascuno di noi esce solo per lavoro, spesa, cane. Fino a due settimane fa, quando abbiamo deciso che alcuni di noi avrebbero potuto lavorare da casa, riducendo ancora di più il rischio di contagio.

8 marzo 2020: una decisione che rischia di far crollare la nostra struttura: la chiusura totale di tutte le attività lavorative che ci hanno sempre permesso di autosostenerci, senza alcun costo per le famiglie o il Sistema sanitario nazionale: cantiere edile, falegnameria, eventi, attività vitivinicola, attività di prevenzione e informazione, completamente fermi.

250 ragazzi sparsi in tutti i nostri centri d’Italia in struttura, senza un’occupazione precisa.

Chi ha lavorato nelle dipendenze sa quanto sia importante per l’utenza svolgere regolarmente un’attività quotidiana, assumersi con responsabilità un impegno costante.

Nel giro di poche ore, ci siamo attrezzati per poter continuare a garantire tutti i servizi interni che fanno parte del programma terapeutico pedagogico-riabilitativo: un operatore per turno, colloqui via Skype al bisogno, cellulare di servizio per la gestione dei colloqui di pre-accoglienza, smart working, gruppi Whatsapp, confronti interminabili a distanza su come tenere occupati i ragazzi.

Tra le varie proposte, proprio ieri, su idea del Responsabile dei centri, abbiamo organizzato un contest video musicale tra tutti i centri. I ragazzi per una settimana si sono allenati a cantare, ballare, recitare, riprendere e montare: ciascuno ha espresso con forza e leggerezza al tempo stesso il suo modo di affrontare l’emergenza; ciascuno ha tirato fuori la sua resilienza.

E questa è la parte più bella.

Poi c’è la paura, in sottofondo, di non riuscire a farcela a stare in piedi: non abbiamo entrate.

Per la prima volta in 30 anni, abbiamo chiesto un aiuto alle famiglie. Ciascuno di noi operatori ha chiamato i famigliari chiedendo una mano per sostenere i costi che stiamo affrontando. È stato bello sentire il loro calore abbattere il nostro imbarazzo. Mi ha ricordato quanto è difficile chiedere aiuto. Mi ha fatto sentire più vicina ai ragazzi della Comunità.

Abbiamo informato tutti i nostri utenti di quello che stavamo facendo e abbiamo chiesto loro di mettere da parte le divergenze quotidiane per concentrarsi su quello che ora serve, più di ogni altra cosa: l’unione.

Io e il resto dell’équipe cerchiamo di far sentire tutta la nostra vicinanza a distanza, quando non siamo in struttura: scriviamo e chiamiamo i responsabili, che sono a loro volta utenti in percorso, preoccupati soprattutto di non riuscire a tenere alto il morale degli altri. I contrasti quotidiani continuano a esserci, le richieste non urgenti anche: ma non una persona ha smesso di sperare.

Ad oggi, nessuno si è ammalato, e già questo è un risultato che ci riempie di coraggio: siamo riusciti, almeno per il momento, a proteggere il dentro.

Poi c’è il fuori, che si manifesta in tutta la sua crudezza: famigliari positivi al test, soli in ospedale e distanti, famigliari immunodepressi, famigliari irresponsabili, conoscenti e amici che ci hanno lasciato, vecchi colleghi allo stremo delle forze, figli sull’orlo di una crisi di nervi.

Poi apro la chat Whatsapp con i miei colleghi: audio di restituzione di riunioni andate bene, i video musicali dei ragazzi, foto di dolci. Un mix di normalità e apocalisse, tutto insieme.

Ci sono momenti in cui ci credo davvero che andrà tutto bene, malgrado tutto.

E momenti in cui il “tutto” prende il sopravvento. Mio malgrado.

Se credessi nelle favole, non farei questo lavoro. Credo nel mio, nel nostro lavoro. E continuerò a farlo finché potrò, che tutto vada bene o no.

Glenda Orlandi, assistente sociale e pedagogista, lavora nella Comunità Lautari, una struttura residenziale che si occupa sia della cura di persone con problematiche legate alle dipendenze sia del sostentamento di individui che, a causa di disagi personali/lavorativi, non riescano più a provvedere al loro fabbisogno personale. La comunità si autosostenta grazie al lavoro delle cooperative ad essa connesse. Si trova a Pozzolengo (Brescia).

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