1. Animazione Sociale
  2. News
  3. #RaccontaIlTuoServizio
  4. Le loro voci – Come le persone in comunità resistono nei giorni del Covid

_

Le loro voci – Come le persone in comunità resistono nei giorni del Covid

Dario-Fo-Mostra-Milano-Art-Gallery-17di Ivana Colizzi |

Lavoro come psicologa in diverse comunità assistenziali e terapeutico-riabilitative psichiatriche della cooperativa sociale “Città Solidale” di Latiano (Br).

In questi luoghi decine di persone trascorrono mesi o anni delle loro vite, vivendo condizioni di restrizione, più o meno accettate, imposte loro a scopo riabilitativo (e in alcuni casi anche giudiziario). Sono tutte persone con storie di sofferenza, passata e persistente, non solo da un punto di vista clinico, ma anche socioeconomico.

Pur lavorando da oltre tre anni, in questo periodo mi è sembrato di notare la comparsa di nuovi movimenti psicologici, piccoli ma significativi, che non possono essere ritenuti conseguenza solo degli stimoli di noi tutti operatori del sociale ma correlabili alle sollecitazioni che la condizione epidemica comporta.

Da marzo, per ridurre e prevenire le eventuali occasioni di contagio, sto svolgendo parte del lavoro in presenza e parte attraverso l’utilizzo di videochiamate.

In tanti pensano, seguendo un luogo comune, che l’epidemia del Covid-19 stia facendo peggiorare la condizione di tutte le persone già colpite da sofferenza mentale.

Inaspettatamente, invece, mi sembra di scoprire che spesso gli ospiti rispondano alle difficoltà dovute al Coronavirus, con forza, empatia e un certo grado di consapevolezza.

Non ricordo se prima di questa epidemia mi avessero mai chiesto come stessi io, sicuramente l’avranno fatto come domanda generica, ma ora si preoccupano e ascoltano la risposta. Alcuni di loro sistematicamente mi domandano “come stai?”, eseguono il loro check quotidiano. Poi vogliono sapere come sto affrontando io questa situazione, e le distanze tra di noi si annullano del tutto quando scoprono che mangio come loro, mi informo come loro, sono preoccupata come loro, seguo le loro stesse restrizioni. Sì, c’è una notevole differenza: il lavoro. E infatti alcuni di loro si sentono orgogliosi: “Ah quindi lei esce solo per venire qui da noi? Beh ha visto che fortuna che ha?”. E hanno ragione. Per questo e per tanto altro mi sento di ringraziarli. Tanti piccoli episodi mi hanno positivamente sorpresa.

Reputo giusto, anche per questo, far sentire le loro voci.

Guido, sottoposto a libertà vigilata, ha esercitato come infermiere in passato. È stato uno dei primi in Comunità a raccontare agli altri quello che stava accadendo nel mondo già da febbraio. Sta riflettendo su quanto debba essere difficile questo periodo per tutte le persone abituate ad uscire, mentre per lui è cambiato ben poco, dato che non era autorizzato ad uscire neanche prima. Segue spesso i telegiornali, telefona ai medici che conosce ed è fortemente preoccupato per tutti i lavoratori, soprattutto i suoi colleghi che mettono a rischio la propria salute per salvare quella degli altri.

Sabrina è una ragazza sotto peso, sorvegliata ad ogni pasto e che assume due integratori alimentari al giorno. Ha sentito al telegiornale che gli immunodepressi rischiano di più. Già nei primi quindici giorni di marzo, ha comunicato di voler mangiare più proteine. Lei non vuole rischiare. Inoltre l’ansia anticipatoria che la contraddistingue la porta ad aver timore di non trovare più i suoi integratori in farmacia. Ha trovato da sola la soluzione al problema.

Giulia, una ragazza caratterizzata da forte impulsività e con una disabilità intellettiva, oltre che affettiva, ha sempre criticato e offeso pesantemente la sorella che si occupava di lei come una madre. La cura da parte della sorella l’ha sempre vissuta come un controllo esercitato su di lei, che l’ha fatta sentire manchevole, una persona non in grado di badare a se stessa o agli altri. Un giorno di marzo e nei giorni a seguire, si presenta pacata, consapevolmente giù di umore. Sta pensando alla sorella che deve occuparsi della sua famiglia, di un’altra sorella e della zia anziana. Lei ora non si sente più un peso stando in Comunità ma si chiede come la sorella faccia a reggere a tutte quelle responsabilità. Pensa alla zia, sempre vista come forte e tenace, che è sola e isolata. Si preoccupa per loro e comprende di aver sbagliato in passato, non poteva capire… ma ora sì.

Aldo, è sempre stato una persona molto critica sia verso se stessa che verso gli altri, si sente depresso, insoddisfatto. Nonostante il periodo di chiusura, “un carcere”, che sta vivendo in struttura, continua imperterrito a volere una riduzione delle dosi dei farmaci. Ma per raggiungere il suo obiettivo, che non molla nonostante il periodo, comunica di sapere di dover dimostrare qualcosa a qualcuno. “Dottoressa, non posso più alzare la voce o mi date l’antipsicotico!”. Può accettare di essere depresso, anzi ricerca quasi questa condizione, ma non può accettare di essere “pazzo”. Pazzo non lo è di certo, è un ragazzo molto curioso, ironico e a suo modo molto affettivo. Una mattina mentre preparavo la colazione ai miei genitori, avevo in mente le sue parole: “Ora posso essere genitore dei miei genitori”.

Vanessa è una donna con disabilità intellettiva, sorride sempre, ha degli occhi molto vispi. Adora sua sorella, che la ama immensamente, e mi pare che io abbia sentito pronunciare quasi solo il suo nome. Nel complesso non parla, ma sembra sempre felice, è una persona assolutamente pacifica e si lamenta solo quando i compagni la infastidiscono. Una mattina la coordinatrice della struttura videochiama per farmi salutare tutti i ragazzi. Volano baci volanti tra gli schermi. E soprattutto tutti si sono adattati alle tecnologie in un modo a dir poco impressionante! A tutti viene chiesto di salutare e dire qualcosa se ne hanno voglia. Ad un certo punto inquadra Vanessa e, indicandomi, le chiede “chi è?”. Può sembrare una domanda banale, ma sinceramente non sono certa che tutti i pazienti sappiano il mio nome di battesimo dato che spesso mi chiamano “dottoressa”, e meno che mai lei. Quindi si può immaginare la mia sorpresa quando le sento esclamare: “Ivana!”, con la stessa partecipazione con la quale chiama la sorella e come per dire “ma che domande!”.

Pino è da poco tempo che è in Comunità, pertanto lo conosco meno degli altri ragazzi e anche lui conosce poco il mio modo di fare. Quando gli dico quello che credo stia accadendo, cosa non funziona e su cosa dobbiamo lavorare, a volte abbandona proprio il nostro spazio rinunciando al nostro tempo. Invece adesso mi cerca e anche spesso. Lo vedo più pacato, sempre sofferente ma riflessivo, non respinge le mie ipotesi. Arrabbiato verso la vita, ma non con me, non cerca dei colpevoli per la sua situazione e non mi chiede più se posso leggere nella sua mente. “Era una cazzata quella, l’ho capito dottorè”. Mi racconta del rapporto difficilissimo con la madre, arriva a capire che è arrabbiato con lei perché non si sente compreso e accetta l’idea di non conoscerla forse a fondo. Non si sente accettato da lei, ma neanche lui l’accetta, il percorso è ancora lungo. Poggia il suo viso al pc, lo sento così vicino eppure è più distante fisicamente rispetto alle altre volte. Si incanta quando parlo, ad un certo punto non so neanche cosa dico ma vedo che si commuove, non capisco se stia per alzarsi di scatto dalla sedia, sono attimi veloci, non so se devo rassicurarlo, di colpo mi dice “mi sta dicendo che devo resistere, vero, dottorè?… Lo faccio, lo faccio!”. Eh sì, devi resistere, dobbiamo resistere tutti.

(i nomi sono stati cambiati a tutela della privacy)

Ivana Colizzi è psicologa nelle comunità assistenziali e terapeutico-riabilitative psichiatriche della cooperativa sociale “Città Solidale” a Latiano (Brindisi).
——————
Immagine di Dario Fo

 Per acquistare un numero o abbonarti alla rivista >>>
 Leggi tutti i contributi arrivati #RaccontaIlTuoServizio >>>