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Davvero le connessioni possono sostituire le relazioni? – I gruppi alla prova del virus

IMG_8346webdi Vincenzo Colucci | 

Gruppi: di interesse, di formazione (di adolescenti e giovani), terapeutici. È in questi dispositivi che si arrampica la mia esperienza professionale e di vita all’interno dell’Associazione Comunità sulla strada di Emmaus di Foggia.

Sembra passato un secolo da quando la letteratura metteva in guardia il mondo dell’educazione dall’“ipercomunicazione digitale” o dal “frastuono della comunicazione mediata” (Byung-Chul Han), e oggi ci troviamo – costretti – a vivere questa distanza che rischia di minare i cammini relazionali dei gruppi e costringerci a trasformarli nelle pratiche già da adesso.

Sembra quasi che l’educazione si sia via via avvicinata scodinzolando a tutto quel mondo del “digitale” e dell’“online” che aveva sempre guardato con distacco e apprensione.

Ci si ritrova così a dover utilizzare quegli strumenti – come unica soluzione di continuità– che in alcuni momenti si era quasi demonizzato.

Con entusiasmo allora ci si è affannati a trovare i congegni migliori, almeno per non perdere il filo di quel discorso relazionale avviato con i gruppi che si guidano: videochiamate, Zoom meeting, gruppi WhatsApp, social network ottimi per mantenere rapporti, ma adatti per crescere nelle relazioni?

Se i gruppi sono sostanziati di relazioni e interscambi, come procedere senza “voci e sguardi”?

Con gli strumenti che il digitale ci offre le voci degli interlocutori sembrano tutte uguali, è difficile adesso captare gli sguardi e i vissuti che un animatore sente a pelle nell’incontro con il gruppo.

Anche i silenzi perdono valore, come le lacrime in una condivisione esperienziale che in questa forma mediata ammazza ogni stupore.

Che fine fa la magia di quello sguardo circolare che permette di trasformare tanti Io in un Noi, di raccogliere dati sensibili dall’inespresso, rinnovare quella complicità grazie all’uso della corporeità tradotta nella “pacca sulla spalla” o nella “parolina all’orecchio”

Non è tempo di giocare al ribasso, permettendo che le relazioni vengano sostituite dalle connessioni. E se la caratteristica dell’educazione è proprio quella di saper mutare e sapersi reinventare in ogni sfida che è chiamata ad affrontare, è opportuno rimettere al centro nuovi orizzonti di senso per questo tempo difficile per tutti, ma che non potrà lasciarci così come eravamo, perché il gruppo continua a vivere e a soffrire proprio come un organismo vivente.

Cinque proposte per nuovi orizzonti di senso:

  1. riscoprirsi bisognosi e affamati di relazioni autentiche, vissute nelle forme che spesso si sono date per scontate, provando a verbalizzare il grande valore delle relazioni del gruppo, nell’ottica che ci si accorge del valore di qualcosa proprio quando rischia di venire a mancare;
  2. raccontarsi: permette di riappropriarsi dei propri vissuti, di strapparli dal caos del presente e incarnarli in un “senso”, dandogli una direzione e un significato;
  3. affidarsi: ogni narrazione ha bisogno di un TU a cui affidarsi e che, a sua volta, è propenso a interiorizzarla e a donare una restituzione efficace, una lettura “altra” dell’oggi proiettandola al domani dentro un vero e proprio dinamismo trasformativo a cui animatore è deputato;
  4. immaginarsi: un tema molto attuale che permette al giovane di spalmare il proprio progetto di vita nell’oltre, verso quello che non c’è ma che potrebbe essere, spingendo i propri vissuti immanenti, schiodandoli da quel quotidiano che non è stato scelto, ma che non si è disposti a subire inermi;
  5. sognarsi: tradurre l’immaginato in scelte e queste in azioni concrete che possano contribuire a costruire quel domani sognato, sognato con altri, sognato per gli altri.

Un piccolo itinerario che accompagnato all’arrivo potrebbe farci dire: domani è già arrivato.

Vincenzo Colucci opera nell’Associazione “Comunità sulla strada di Emmaus” di Foggia.

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