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In questi giorni apocalittici la scuola è chiamata a un salto di paradigma

scuola-banchi_ec2ba (1)di Laura Casulli | 

Provo a sintetizzare alcuni pensieri sulla “Scuola ai tempi del Virus”, a sgomitolare i fili attorcigliati che ho ricevuto, letto, rimbalzato a mia volta.
Come molti, cerco come posso di trasformare in un valore positivo ciò che accade. Come essere umano e pertanto anche come insegnante.

Che la Scuola (e non solo) fosse ammalata mi era già evidente. Poi si è insinuata in poche settimane la pandemia.

Io, confesso, lo desideravo. Che chiudesse. Che si tirasse una riga. Che si potesse ricominciare. Invece il diavolo era già pronto. La soluzione facile! Quella che cambia tutto lasciando tutto com’era.

La scuola entra nelle case. L’incubo si fa realtà. E come ci entra? Come sempre. Riempiendo il tempo con lezioni a distanza, a volte per ore e ore. Costringendo i nostri figli a seguire ancora un ritmo innaturale ancorché sempre più dannoso. Schermi, immagini sfocate, parole fàtiche, inutili. A discapito di cosa?

Di un tempo che per la prima volta potrebbe essere “liberato”. Di un silenzio nuovo, di un equilibrio inedito. Il tempo da dedicare a se stessi, a comprendere cosa ci fa stare bene, a educarci nel senso più autentico del termine, ad aiutarci – insegnanti e studenti – a tirare fuori insieme la nostra bellezza. Termina il tempo del dibattito sterile e potrebbe inaugurarsi quello del libero pensiero, della lettura, della poesia, dell’arte, della musica. A ciascuno il suo.

Ma la Scuola scalpita. Deve autogiustificare la propria presenza. Vuole entrare nelle case. Vuole andare avanti con i programmi. Interrogare. Indire. Spiegare. Intervenire. Non importa se fuori la gente muore negli ospedali o in casa. Se siamo stravolti. In quarantena. Sconnessi. Costretti. Soli. Impauriti. Fragili. The show must go on. È la scuola dell’“inclusione”, che ingurgita tutto senza differenze. Dove le differenze diventano invisibili come le persone.

Il compito della Scuola è ancora una volta avulso dalla rete sociale. E benedice la tecnologia che lo consente.

Anch’io credo nella forza della Scuola, nella vicinanza delle anime e delle menti che moltiplicano in rete la propria forza, nel fiume della storia, delle storie. Anch’io credo di svolgere un mestiere importante.

In un momento come questo penso dovremmo innanzitutto fermarci. Ciò che le scuole devono scegliere in modo il più possibile condiviso non sono le tecnologie. Ma il come e il perché utilizzarle. Con criterio, verrebbe da dire innanzitutto. Senza costringere allo schermo per più di un’ora al giorno i nostri figli, che hanno necessità non tanto di finire i programmi, quanto di trascorrere un tempo bello. Leggendo, raccontando, scrivendo, disegnando mondi, riappropriandosi della noia e dell’ozio, ascoltando il suono dei propri pensieri, spegnendo un po’ l’audio, restituendo alla voce un posto d’onore, una pausa sabbatica.

Si discute da tempo di “flipped classroom”. Di insegnamento capovolto. Ma se in classe lascio i miei allievi “liberi” di studiare in gruppi, la mia ora si trasforma in una ricreazione. Comprensibilmente. Poiché nelle 4 ore precedenti sono stati imbottiti senza sosta di nozioni di ogni tipo e hanno avuto 10 minuti di aria libera per andare in bagno e addentare una merendina funesta dopo la coda alle macchinette. Ogni spiraglio in questo tritacarne è un miraggio di liberazione, di regressione.

Oggi possiamo provarci. Suggerire percorsi, stimoli, già presenti o autoprodotti. Metterli a disposizione, metterci a disposizione. Fare in modo che la scintilla possa finalmente ri-partire da loro. Ritrarci dal palcoscenico e restare in ascolto. Esserci nei modi più o meno istituzionali, quelli adatti a ogni classe, a ogni studente, a ogni insegnante, a ciascuno secondo i suoi bisogni, attraverso il telefono, what-s up, un pc. Nell’anarchismo metodologico che la situazione richiede. Nella libertà di ciascuno.

Riscoprire che una comunità educante è innanzitutto libera e democratica, luogo di vita, non di controllo. Che ciascun insegnante dà il proprio meglio quando segue le sue inclinazioni. Quando riceve e costruisce fiducia. Che questo tempo per gli insegnanti non sarà inutile solo perché non documentato da videolezioni, riunioni collegiali on line e firme sul registro. Perché la Scuola è un’istituzione molto particolare, che deve poter essere il luogo dell’ascolto, della riflessione, della resilienza, soprattutto in un momento difficile. Di cui la pandemia sembra tra l’altro l’apice più parossistico e visibile. Che ci urla nelle orecchie con il suo silenzio innaturale (!) che dobbiamo svegliarci, prenderci cura gli uni degli altri.

Questo mi piacerebbe: che la Scuola – la mia scuola, quella di mia figlia, quella di tutti – facesse un passo indietro con umiltà. Pronta a rispondere, a esserci. Ma anche a incarnare un messaggio coraggioso: “Con questa occasione proviamo a rovesciare la Scuola”. A pensare che il tempo trascorso a imparare come funziona uno strumento è tempo tolto ad altro. Che la Scuola è chiusa. E quello che possiamo fare è pensare a qualcosa di diverso, non a un simulacro sbiadito di un simulacro sbiadito, a una realtà di terzo livello alla stregua dell’arte platonica. Che quando la guerra sarà finita, non sarà di nuovi corsi di aggiornamento che avremo bisogno. Ma della disposizione d’animo a raccontare nuove storie, insieme ai nostri studenti.

Non c’è bisogno per questo di parole, men che meno di proclami ufficiali. Noi insegnanti ne abbiamo scritte tante in questi anni. Ho smesso anche di leggere in classe “Lettere a una professoressa” perché è oramai trilioni di anni luce distante. Perché festeggiare la nascita della scuola democratica seduti sulla sua lapide è un esercizio assurdo.

Alcune voci amiche in questi giorni le ho lette, e apprezzate. Ma questa volta è diversa, forse c’è di nuovo bisogno di parole, autentiche, e le lettere mi si sono srotolate nelle dita e si sono impossessate della tastiera. Evidentemente hanno ancora vita. Ho bisogno di ordinare i pensieri, con lucidità, di condividerli. E forse accade a molti altri insegnanti. Personalmente, non mi accadeva da tanto tempo.

Ma forse c’è di più. La sensazione che possiamo provare a non replicare noi stessi per sempre, sempre più vecchi, più stanchi, più vinti. Perché se neanche di fronte a ciò che stiamo vivendo – a questo sconvolgimento potente, globale, simbolico, pratico – la Scuola non sarà in grado di fare un seppur piccolo salto di paradigma, allora saremo spacciati. Questo è a mio avviso il momento di fermarsi. Finalmente di riflettere. Su come la scuola possa prendersi cura dei suoi figli.

Invece di discutere di quali piattaforme utilizzare, sono convinta che dobbiamo provare a cambiare parole. So che sono tanti gli insegnanti che in questo momento vorrebbero uscire da questa logica. Smettere di pensare che sono chiamati a far finta di niente o richiedere al massimo agli studenti di leggere l’accadere con gli occhiali della propria disciplina. Semmai è la scuola che va letta attraverso gli occhiali di ciò che accade. Quella che Canevaro in un articolo di molti anni fa su Animazione Sociale, che nelle mie classi non manca mai, chiamava dimensione estetica.

Torino, 21 marzo di primavera, 2020

Laura Casulli ha lavorato diversi anni come educatrice, oggi insegna filosofia e scienze umane.

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