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La vita che ci aspetta – In bilico tra bene comune e mero profitto

immmagine-credere-nel-vuoto-giuliano-pastori-1-1060x1060di Valentina Campesato |

La speranza non è andata in quarantena

Nei mesi che ci aspettano, dovremo “convivere” con il virus. Dobbiamo cioè avventurarci nei giorni che vengono con tutta la prudenza e l’attenzione del caso senza però farci prendere dal panico, con la serena consapevolezza di essere mortali, che ci fa pienamente umani: capaci di solidarietà (apertura all’altro).

Siamo testimoni diretti di un’epoca storica nella quale nessuno può prevedere l’ampiezza e la profondità dei cambiamenti sociali, economici e politici, le alterazioni delle abitudini di consumo, e ancora il modo in cui noi esseri umani ci metteremo in relazione con noi stessi e con le altre persone.

Noi oggi ci troviamo sospesi tra un passato a cui non si può tornare, un presente terribile e un futuro che non sappiamo immaginare. E che potrà essere “molto peggiore o molto migliore”. Tutto dipende da noi, perché occorre discernere nella situazione che stiamo vivendo gli aspetti di speranza da quelli di pessimismo.

Mio papà, che ha vissuto le sofferenze, le prove, la povertà e poi la faticosa ricostruzione del dopo la seconda guerra mondiale, nei momenti difficili, mi ripete spesso che non c’è mai ragione per lasciarsi abbattere e per darsi per vinti, e che lo scoramento (letteralmente il ritrovarsi senza cuore e, dunque, senza motivazioni ed energie), è possibile, eppure non ha senso persino al tempo delle domande senza risposte e del “distanziamento fisico” dagli altri e della mascherina. La pandemia, infatti, ci ha ricordato che fatiche e prove nella vita sono inevitabili. In questa fase io mi sento come una che deve affrontare una traversata verso una terra che non conosco, ma provo a vivere questa crisi come un’occasione per rilanciarmi anche professionalmente, cogliendo il buono che c’è in ogni cosa. Sto scoprendo che tutto quello che accade è per un bene e che si può sempre ripartire, però con saggezza, forza, speranza e determinazione.

 

Che fine ha fatto il sorriso?

È difficile ridere e fare ridere in epoca di coronavirus complice anche la mascherina, che, coprendo il viso, ci priva della nostra naturale espressione di gioia e di saluto.

Fra preoccupazioni e mascherine, che fine hanno fatto tutti i nostri sorrisi lasciati per strada o con i nostri amici, a scuola, al parco, in un negozio…?

Da più di tre mesi è stato di fatto abolito il sorriso pubblico. Il sorriso per ora è riservato solo nell’ambito familiare. Un semplice sorriso scompare dietro la mascherina. Quindi è l’occasione per riflettere sul sorriso, quello vero, autentico, della gioia, della speranza, dell’umanità. In rete, nei media, sono circolate tantissime foto di medici, infermieri, persone sorridenti dietro la mascherina, che hanno accompagnato l’inizio di questa battaglia contro la pandemia. Sorrisi, nonostante tutto. La nostra mimica, la nostra faccia con il lockdown si sono trovate improvvisamente “solo per noi”, solo per la nostra famiglia, per chi ce l’ha.

Oppure sono diventati solo immagini da comunicare. Un modo di esprimersi alternato alla presenza. Per il mondo adesso siamo solo immagine mediata da uno schermo sui social, nelle videolezioni a scuola, la nostra faccia in tante finestrelle di facce.

Un’immagine non fedele, mediata, perché incorpora uno stile, una tecnologia. Ma in questo momento, per fortuna, riesce a garantirci una socialità.

 

L’importanza della corporeità della comunicazione

Che cosa abbiamo imparato in questi mesi sul lavoro e sulla scuola? Le cose positive sono sotto gli occhi di tutti e non sono poche. Scoprire che molte cose che prima facevamo solo “in presenza” si possono fare anche da casa, è stato emozionante e incoraggiante. Lo smart working ha allargato le nostre opportunità, ha ridotto l’inquinamento e il traffico di cui non abbiamo certo alcuna nostalgia. Abbiamo parlato e collaborato con persone lontane che non avremmo mai raggiunto senza questi strumenti. Dei limiti e dei danni di queste innovazioni, si parla invece meno.

Ad esempio le lezioni online favoriscono le disuguaglianze. Gli studenti più abili e motivati partecipano e apprendono, quelli meno motivati e con qualche problema pregresso di apprendimento, fanno invece molta fatica.

In aula un docente attento, guarda, capisce, motiva e sprona; fare tutto questo online, soprattutto con le aule numerose, è molto molto più difficile. Per non parlare dei bambini e dei ragazzi figli di immigrati di prima generazione, che dopo questi mesi rischiano seriamente di regredire nelle conoscenze.

Va bene la didattica a distanza per garantire lo svolgimento delle lezioni, però andare a scuola è un’altra cosa: è incontrarsi con gli amici, è imparare a stare insieme, ascoltandosi e rispettandosi.

La didattica a distanza risponde ad una temporanea emergenza, ma non supplisce ad un percorso di crescita integrale, costellato dall’esperienza condivisa nel quotidiano.

Inoltre siamo rimasti sorpresi positivamente da come i nostri ragazzi hanno resistito alla clausura. Sono stati più virtuosi di quanto pensavamo all’inizio. Sappiamo anche che da anni i nostri adolescenti hanno rinunciato a molte ore all’aria aperta e ai giochi comunitari “in presenza” perché troppo sedotti e incitati dagli smarthphone e dai loro meravigliosi passatempo solitari. Vent’anni fa avrebbero sofferto molto di più per non uscire di casa, perché il paese dei balocchi era fuori, perché il sogno dei sogni era giocare con gli amici.

La chiusura della scuola è un fatto grave sebbene necessario, perché era la principale (a volte quasi l’unica) attività veramente sociale e comunitaria dei nostri ragazzi e ragazze. Chiudendo la scuola abbiamo perso formazione e apprendimento, ma abbiamo perso anche abilità relazionale e comunitaria.

E poi c’è lo smart working degli adulti. Dopo l’entusiasmo iniziale, ultimamente stiamo capendo che queste piattaforme di lavoro online funzionano bene per riunioni di routine, ma funzionano poco e male per riunioni che devono gestire situazioni complesse e complicate, che esigono l’attivazione dell’intelligenza collettiva per creare qualcosa di valore insieme. Quindi per certe interazioni creative, le pacche sulle spalle, la stretta di mano, il pasto insieme, l’abbraccio, sono ingredienti insostituibili.

Quando l’interazione avviene in presenza, le espressioni, le sfumature del viso, il tono della voce, i linguaggi facciali e del corpo, le parole non dette, diventano gli input essenziali perché gli altri membri del team possano rilanciare, correggere, contraddire.

La comunicazione si alimenta anche della mimica facciale, dei movimenti dei muscoli. Non poter leggere il labiale e le smorfie, celate dietro le mascherine, non riuscire a decifrare l’umore che anima le parole, fa prevalere un rapporto freddo, guardingo, quasi asettico con il prossimo e le cose.

Le tecnologie si sono dimostrate fondamentali in questa situazione. C’è chi si è affrettato a condannare la globalizzazione, è vero, ma è stata proprio la rete globale della comunicazione a garantire non solo la condivisione delle informazioni scientifiche, ma anche la possibilità di tenere vivi i rapporti interpersonali. Finora il fatto di restare in connessione con gli altri ci ha fatto sentire meno soli, e questo è stato un bene, non si discute. Però adesso abbiamo bisogno di riscoprire il valore del contatto diretto e del contatto fisico.

Ci siamo scoperti analfabeti nell’arte delle relazioni online. Ci abbiamo impiegato millenni a dare vita alla grammatica delle relazioni sociali; in pochi mesi ci siamo ritrovati in un mondo diverso, senza una preparazione emotiva, simbolica e relazionale. Infine nella vita sociale delle organizzazioni, molte cose davvero importanti accadono come effetto collaterale delle riunioni ufficiali. Tutti siamo testimoni di idee essenziali e decisioni geniali che sono avvenute durante gli intervalli, mentre si prendeva un caffè insieme, si tornava dall’ufficio in auto insieme…

Tutta questa “bellezza collaterale” non si vede via zoom. Non dimentichiamolo finché abbiamo ancora viva la memoria di come era il mondo pre-covid.

 

Conclusione

Sono convinta che questa pandemia ci offra l’opportunità per pensare di più alla qualità della vita. Si è rafforzata l’idea che la crisi possa agire come incentivo a favore di quei cambiamenti che diversamente non si avrebbe il coraggio di perseguire.

I ricercatori hanno segnalato possibili legami della pandemia con i livelli di inquinamento, la struttura demografica, i livelli di mobilità di un territorio, la presenza di grandi infrastrutture di trasporto. Questo tipo di studi offre sempre buoni spunti di riflessione. Ad esempio la gravità delle malattie polmonari dovute anche allo smog suggerisce l’adozione di misure più drastiche per contenere l’inquinamento nell’aria.

Il confinamento ha fatto capire che più verde nelle città aiuta a stare meglio.

Allo stesso modo lo smart working ha permesso di capire che in tanti casi la presenza fisica in ufficio non è necessaria, evitando così spostamenti con meno inquinamento.

Mi auguro che questa pandemia favorisca più responsabilità verso il bene comune da parte di chi detiene il potere.

La rinascita, dopo le devastazioni provocate dal coronavirus, dovrà essere una fase in cui i politici, scienziati, cittadini si adopereranno a trovare soluzioni a favore del bene di tutti anziché del mero profitto, del capitalismo rapace. Non dovrà essere un tempo di egoismi nazionali, delle divisioni, dei conflitti, delle guerre, dell’indifferenza, ma di solidarietà, di “ecologia integrale”.

 

Valentina Campesato è assistente sociale presso il Servizio Età Evolutiva dell’Azienda Ulss 6 Euganea (Padova) Distretto n. 4.

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