1. Animazione Sociale
  2. News
  3. #RaccontaIlTuoServizio
  4. Caro operatore, il covid non ferma la recovery, anzi la spinge più in là

_

Caro operatore, il covid non ferma la recovery, anzi la spinge più in là

fopittore2di Anna Compagnoni | 

Caro operatore,

ci siamo conosciuti qualche anno fa e un poco alla volta abbiamo costruito insieme un rapporto basato, credo, sulla reciproca fiducia e affetto. Abbiamo lavorato duramente, per dare un senso a ciò che siamo e a ciò che facciamo… combattendo contro abitudini tanto radicate da far sembrare impossibile scalfirle. La nostra convinzione unita alla capacità di fidarsi gli uni degli altri hanno fatto il resto…

In cosa è consistito prevalentemente questo grande lavoro? Abbattere i muri che circondano i nostri corpi e le nostre menti: uscire fuori, tornare a riaffacciarci al mondo, a quel mondo che spesso ci aveva respinto o forse non ci aveva mai accolto nel modo giusto per noi, che noi non abbiamo sentito accogliente, di cui abbiamo per lungo tempo avuto paura. Uscire fuori dalle nostre rassicuranti quattro mura per avventurarci oltre, non da soli ma con gli altri, con altri che come noi avevano paura a farlo, con altri come noi che ci hanno aiutato a ritrovare il coraggio e la voglia di provarci…

Abbiamo camminato, nel vero senso della parola, macinando passi, percorrendo sentieri, piste ciclabili, parchi, montagne e vie della nostra e di molte altre città del nostro Paese. Ci siamo lasciati contagiare dagli altri, dagli amici, dagli amici di amici, che sono diventati nostri e di cui ricordiamo la disponibilità e il piacere di stare con noi. Abbiamo superato il timore di stare insieme, abbiamo imparato a camminare vicini, ad aspettare il ritardo dell’altro, a non avere fretta di arrivare da soli a scapito di qualcun altro lasciato indietro.

Abbiamo imparato a camminare vicini, a coppie, a gruppetti. Siamo riusciti a superare il difficile ostacolo di condividere spazi privati con altri di cui poco conoscevamo e di cui molto temevamo e di averlo fatto con naturale timore ma senza voltarci dall’altra parte e accettando la sfida. Abbiamo imparato a pensarci in quei contesti, a volerci ritrovare in quei momenti, siamo diventati bravi a fare progetti, a dare il nostro contributo di idee e di stimoli… Abbiamo imparato a dare per scontato che tutto questo non ci sarebbe mai stato tolto, che l’avremmo difeso con le unghie e con i denti, che nessuno ci avrebbe più ricacciato indietro, in quelle quattro mura che ci erano state costruite intorno…

Abbiamo imparato a condividere gli spazi dove la gente comune, cosiddetta normale, si ritrova per festeggiare un anniversario, celebrare un momento di gioia. Abbiamo imparato a interloquire con gli altri, con gli estranei in modo meno timido, meno referenziale, a pretendere di essere trattati da cittadini di serie A quali noi siamo… a sentirci cittadini a tutti gli effetti, che si incontrano per strada, che leggono libri sui tavoli di una biblioteca, che vanno al cinema a vedere i film che vedono tutti, che vanno a teatro e si addormentano se la commedia è noiosa o troppo lunga…

Abbiamo imparato a riprendere un libro in mano senza sentirci intimiditi da tutte quelle parole che non eravamo più abituati a vedere, leggere, ascoltare… Abbiamo ripreso il gusto di immergerci nei racconti fantastici di mondi lontani, di sentimenti intimi, che gli scrittori capaci traducono per noi sulla carta. Abbiamo imparato a dire no, questo non mi piace, non mi appassiona, posso passare ad altro… a tollerare la scelta di un compagno che non corrisponde esattamente alla nostra, perché poi comunque verrà anche il nostro turno di esprimere le nostre preferenze e leggere finalmente il libro che aspettavamo da tempo…

Tutto questo eravamo disposti a difendere con le unghie e coi denti e ci eravamo un po’ disabituati a restare chiusi dentro casa, la casa assumeva sempre più il significato di un luogo dove tornare a riposarsi dopo aver vissuto nel mondo, un luogo dove depositare e condividere con gli altri le esperienze vissute fuori.

Ci cominciava a piacere molto questo modo di intendere la recovery, anche se non sapevamo e non sappiamo bene come descriverla, ne abbiamo sentito parlare in quei momenti in cui le esperienze degli altri venivano raccontate pubblicamente dagli stessi protagonisti e sembrava le avessimo scritte proprio noi… Erano momenti di condivisione di esperienze molto dolorose ma anche di momenti di allegria e soprattutto di strategie di sopravvivenza e di affrontamento che risultavano utili a tutti, anche a quelli che si consideravano i sani del gruppo…

Abbiamo imparato a stare vicini, fisicamente, a toccarci, baciarci, stringerci la mano, far vedere che la vicinanza poteva non essere pericolosa, che non toglieva ma aggiungeva a un bagaglio di emozioni che si andava rimpinguando generosamente…

Se qualcuno ci avesse detto, anche solo qualche settimana fa, che tutto questo avrebbe dovuto interrompersi, che un gigantesco rewind ci avrebbe obbligato a riformulare i nostri giorni, le nostre settimane, le nostre abitudini, le nostre vite, noi non gli avremmo creduto, ci saremmo ribellati, avremmo difeso strenuamente le nostre conquiste… Se solo fosse stato il solito politico di turno, il solito medico psichiatra di turno… E invece si chiama Covid19 e nessuno lo vede, nessuno può sapere dove si trova, che giri strani compie prima di arrivare vicino a noi e forse dentro di noi…

L’abbiamo visto nei disegni ricavati dalle immagini al microscopio, sappiamo che assomiglia a una pallina di ping pong venuta male, a cui sono spuntate protuberanze simili a foruncoli un po’ vomitevoli… Gli allarmi sempre più pressanti, le conoscenze tecnico-scientifiche sempre più accurate, le esperienze di simili eventi accaduti in altri Paesi, ci hanno messo nelle condizioni di dover fronteggiare nostro malgrado una emergenza sanitaria senza precedenti che possiamo ricordare di aver vissuto, che ci obbliga a restrizioni che sono molto simili a quelle che molti di noi si erano imposti nella vita precedente: “Non uscire di casa, stare lontani dalle persone almeno un metro, due metri, evitare assembramenti e quindi cene, feste, concerti, cinema, negozi…”.

Fosse arrivata “prima” questa emergenza ci avrebbe trovato preparatissimi, ma ora? Ora che avevamo riscoperto il piacere della convivialità, del vivere all’aria aperta, del condividere spazi comuni, dello stare assieme, dell’abbracciarci anche solo per farci sapere che esistiamo gli uni per gli altri…?

Ora che si fa?

Ci si sente come in un frullatore, ci diciamo che ora è il momento di mostrare la nostra capacità di resilienza, dote che molti di noi hanno sempre avuto in abbondanza ma che nessuno ci ha mai riconosciuto… e capacità di stare nelle convivenze, negli spazi limitati della nostra intimità, non per scelta ma perché così ci siamo trovati a stare, a interrompere le nostre attività che a vario titolo ci davano uno status riconosciuto, che potevamo giocarci nella scena sociale, che ci identificavano in qualche modo… a dover condividere più momenti della stessa giornata e di trovare le stesse giornate improvvisamente vuote e non sapere come riempirle se non tornando in parte a quei gesti quotidiani che avevamo un po’ dimenticato, ad avere più tempo per vedere la confusione delle nostre stanze o l’accumulo indiscriminato delle nostre cose che all’improvviso ci appaiono ridondanti, eccessive, inutili.. .

E noi che siamo abituati ormai a condividere socialmente tante ore del nostro tempo, come facciamo a rassegnarci a doverci inventare un modo diverso di stare vicini agli altri, agli amici che non possiamo incontrare, al bibliotecario che non possiamo salutare, al postino che non possiamo neppure invitare a entrare quando ci recapita un pacchetto e come un ladro ce lo lascia fuori dalla porta…?

Eppure, riscopriamo la necessità di prestare più cura a noi stessi, al nostro corpo che spesso avevamo trascurato, a lavarci più spesso le mani, a pettinarci e rasarci più spesso, perché non possiamo ricorrere all’amico barbiere o al parrucchiere che ci faceva rinascere sotto le sue forbici con un taglio nuovo, a considerare che incredibilmente ci manca il movimento, quello che spesso ci faceva sbuffare e ora ci sembra così fondamentale per la nostra salute, anche mentale…

Come pugili un po’ suonati, ci abbiamo messo qualche giorno a renderci conto che non si tratta di tempi brevi e che l’incertezza, non solo sui tempi, sulle date, sulle previsioni ma soprattutto sul futuro che ci attende, ci accompagnerà ancora a lungo. Come stare dentro questa incertezza? Mi viene da dire, stando con quel che c’è, non standoci “come se”…

E quindi, se non si legge in biblioteca si legga in casa, con le dovute distanze, e se non si cammina lungo il Reno o su per Talon, lo si farà attorno all’isolato, dentro al giardino, e se non si mangerà la pizza in pizzeria ci si organizzerà per farsela portare in casa e forse si riconoscerà al nostro compagno di stanza che la convivenza forzata sta facendo venir fuori aspetti che erano stati oscurati dalla nostra viscerale antipatia nei suoi confronti o quella che noi pensavamo tale…

E per voi operatori, stare dentro pur pensandosi fuori è forse la sfida più grande, il dover resettare, riavvolgere per poi dispiegare la matassa perché diventi un’altra coperta, che forse non sembra riscaldare come quella che avevamo prima ma che comunque ci protegge e ci preserva per tempi migliori.

Affettuosamente,

i tuoi pazienti

Anna Compagnoni è educatore professionale nel progetto Abitare Supportato del Dipartimento salute mentale e dipendenze patologiche (DSM-DP) dell’Azienda USL Bologna, volto a fornire un servizio abitativo a persone seguite dal DSM-DP.

—–
Illustrazione di Dario Fo

 Per acquistare un numero o abbonarti alla rivista >>>
 Leggi tutti i contributi arrivati #RaccontaIlTuoServizio >>>