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La comunità non chiude, la comunità è casa

Mokadi Margherita Notar | 

La comunità non chiude: la comunità è Casa. In questo momento si fa sempre più importante la necessità di rafforzare il servizio pur limitando ogni contatto sociale. Si tratta di costruire, consolidare e curare le relazioni nonostante i guanti, le mascherine e distanze di sicurezza.

La quotidianità è stravolta. Niente rugby, niente falegnameria e giardinaggio fuori porta, niente teatro. La quotidianità oggi è fatta di parole, cura dell’orto, sport all’aria aperta e passeggiate nel giardino della comunità, tempo trascorso a riposare o a guardare il soffitto o la finestra in stanza alla “controra”, creatività, condivisione (di preoccupazioni, tristezza e gioie inaspettate) e riunioni d’équipe in collegamento online.

Lo smartphone è l’unico strumento in grado di tenere saldo il legame con le voci e i volti oltre il cancello. Una telefonata può limitare l’angoscia dell’isolamento.

Ogni giorno apriamo i nostri laboratori all’esterno attraverso videochiamate a ragazzi e ragazze con disabilità che sono a casa.

F. ogni volta gioisce e mi chiede di passare a prenderla. Prendo il cellulare e le mostro il cancello chiuso: “Non entra e non esce nessuno, F.! Però qui abbiamo lasciato un posto per te, lo vedi? Sistemo qui il telefono e iniziamo l’attività. Hai le fotocopie?”.

R. dal divano del suo soggiorno legge le sue poesie preferite.

L. da casa conduce un laboratorio di lettura, un appuntamento fisso che attendiamo con entusiasmo.

M. ci saluta accanto alle sue sorelle, è contento di vederci e ci invia le foto dei suoi lavori.

P. riconosce le nostre voci e ci lancia baci igienizzati via smartphone. E ride accanto a sua sorella.

La primavera esplode, allora usciamo a mostrare i fiori del giardino ai ragazzi e alle ragazze in collegamento. Piantiamo semi e bulbi. Innaffiamo le piante. Ci prendiamo cura della terra con costanza e responsabilità. Facciamo squadra.

In comunità si guarda il tg: tutti sanno che non uscire non è una punizione. Si spiega tutto e si rassicura.

Andare a lavorare è una boccata d’aria anche nei giorni più complicati. Gli unici estranei con cui scambio due parole sono vigili e carabinieri che mi fermano per chiedermi dove vado, eppure immagino che i ragazzi e le ragazze sognino il giorno in cui varcheranno il cancello come faccio io.

Ogni giorno cerchiamo di far spazio all’immaginazione per generare pensieri positivi. Stiamo in questo tempo con tutto ciò che comporta, cerchiamo di non lasciarlo scivolare tra le dita.

Qui c’è vita nella terra, nei pennarelli, nel legno, nelle tempere, nelle mani sporche, nella mano che asciuga il sudore, nei gesti con cui abbiamo sostituito strette di mano. Negli oggetti rotti che ripariamo o “reinventiamo”.

Qui il clima di emergenza si fa più sereno. È il momento dell’incontro. Delle parole e dei silenzi per comprendere. Della tristezza, della stanchezza che lascia spazio alla consapevolezza e alla scoperta di risorse che nessuno sapeva di possedere. È il tempo di ascoltare, senza aver paura talvolta di esporsi un po’. Stare accanto, esserci in modalità impensabili sino a due mesi fa. Ognuno ha il diritto di colorare come desidera i propri arcobaleni. Non c’è tempo da riempire ma da vivere a pieno nella sua complessità.

La mattina arrivo al cancello, D. toglie le dita dalle orecchie e mi sorride. Altre volte no. Io con guanti e mascherina, però, non vedo l’ora che il cancello si apra e inizi la mia giornata in comunità. Sempre!

Aleggia nell’aria una nostalgia che sa di tutto, ma che insegna a vivere questo tempo sospeso.

Resto qui, esattamente nel luogo in cui vorrei essere, sempre a 1.5 metri di vicinanza e mai di lontananza.

A voi regalerei il sapore del caffè delle 15:30 a Casa Gabrieli (il più buono di sempre) e la gioia con cui E. mi abbraccia a distanza allargando le braccia.

Margherita Notar è operatrice in Casa Gabrieli, un Alloggio sociale per adulti in difficoltà gestito dalla cooperativa sociale Dimensione Famiglia a Noci (BA).

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