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La Casa di ospitalità notturna del Gruppo Abele a Torino

Dormitoriodi Claudia De Coppi |

La Casa di ospitalità notturna del Gruppo Abele accoglie da molti anni persone fragili, senza fissa dimora, che necessitano di un luogo in cui sostare la notte, con la possibilità di cenare, lavarsi e lavare i propri indumenti.

In convenzione con il Comune di Torino e in compartecipazione a un progetto con la Prefettura di Torino, privato e pubblico si intrecciano per offrire riparo a 25 donne. Alcune di loro accedono anche a un percorso diurno di accompagnamento sociale, per progettare la ripresa della propria vita e approdare a un’autonomia abitativa sostenibile.

In questo difficile frangente il dormitorio gestito dalla nostra Associazione, e tutti noi che ne abitiamo gli spazi, ci siamo ritrovati catapultati nell’emergenza scatenatasi a seguito dell’iperbolica presenza del COVID19 nel nostro Paese.

I Servizi centrali del Comune hanno congelato le presenze nei dormitori per consentire alle persone di essere accolte nella stessa Casa di Ospitalità Notturna, fino alla fine delle procedure di emergenza, ed è una scelta che condividiamo pienamente. Certo in questi giorni ci siamo chiesti più volte: stiamo lavorando correttamente? Come intendiamo continuare a offrire uno spazio adeguato a chi necessita di accoglienza pena il paradosso del non poter “restare a casa” nemmeno di notte?

Stiamo rispondendo così.

Primo: è fondamentale mettere in protezione un unico grande obiettivo, quello di non far venire meno il livello minimo di assistenza, ovvero l’ospitalità notturna, per garantire e “custodire” il riposo di chi una casa non ce l’ha! Abbiamo adattato all’esigenza della “distanza” la colazione e la cena, sacrificando inevitabilmente la possibilità di socializzare sostando nel salone principale della struttura. 

Secondo: adoperarsi per non perdere l’equilibrio tra prudenza (che osserva alla lettera i dettami dei decreti governativi che si susseguono, primo fra tutti la distanza di sicurezza e l’utilizzo dei dispositivi di protezione), e capacità di governare la paura degli ospiti ma anche degli operatori e dei volontari.

In questi giorni ci siamo adeguati come chi cerca di fuggire dall’essere travolto da un’inaspettata valanga, ma senza indugio rispetto all’etica del lavoro sociale (troppo poco citato nelle tante informazioni che circolano): proteggere il servizio di accoglienza di bassa soglia! Abbiamo ragionato cercando di diminuire le variabili di rischio oggettivo perché, servizi come il nostro, conservano una quota di rischio data dalla relazione, da quella prossimità, principio costitutivo del nostro agire quotidiano

Ecco allora comparire calzari, termometri per misurare la temperatura all’entrata, detergenti e disinfettanti per le mani e tanta pazienza perché il lavoro di accoglienza rallenta. Pulizia e disinfezione dei locali (7 stanze e 5 bagni, un salone, un ufficio e una cucina) ad ogni passaggio. 

Abbiamo temuto di dover distribuire solo cibi confezionati, visto che non abbiamo in queste settimane il tempo e le risorse per preparare noi la cena, ma inaspettata e preziosa è giunta la solidarietà di chi ha pensato a noi e offerto la preparazione esterna di un pasto dignitoso per le persone accolte. La cena quindi l’abbiamo recuperata, si svolge ora su due turni, che consentano di mantenere le distanze di sicurezza e la possibilità di igienizzare tavoli e sedie. La colazione ha il supporto degli operatori del centro diurno e la cena quello dei preziosi volontari che ci aiutano. Molti di loro hanno dovuto seguire l’indicazione di interrompere il servizio perché ultra65enni; ci mancano, ma sappiamo che ci sono vicini.

E gli “ultimi” della società come stanno? Come reagiscono le nostre ospiti? Cosa ci raccontano? Stanno male, i loro progetti sul futuro sono fermi e ancor più incerti.

Non si fidano a raccontare delle loro 12 ore all’aperto, non le sottoponiamo a domande; forse vanno da qualche conoscente, forse sostano nei parchi strette a persone vicine, conosciute in strada. Abbiamo fornito loro una sorta di documento cartaceo da esibire nell’eventualità di essere fermate dalle Forze dell’Ordine.

Anche la loro memoria è “infettata”.

C’è chi ci ricorda di essere abituata a queste situazioni perché già fuggita da guerre nel Paese di origine. C’è chi teme di ammalarsi e non sapere dove e a chi rivolgersi. C’è chi è ammalata e deve recarsi all’ospedale per dare continuità alle terapie (si pensi a coloro che si rivolgono all’Amedeo di Savoia per le terapie di contenimento della sieropositività). E chi ha figli, famiglia, rapporti affettivi, lontani, magari nelle carceri di altre città, e non sa se, come e quando potrà riconciliarsi con essi.

Le nostre ospiti hanno paura e la paura aumenta la loro aggressività. Per alcune, per chi non ce la fa a “contenersi”, non si può evitare l’orientamento verso il presidio della Croce Rossa allestito in occasione del periodo di emergenza freddo, con tanta amarezza da parte di tutta l’équipe. Ma è necessario mantenere un clima il più possibile disteso a favore del gruppo.

Questa è certamente la principale criticità, nel nostro lavoro il “metro” è quasi impossibile; quando hai un conflitto da sedare, un litigio da gestire, una persona da consolare, quando la somma è la fragilità, mantenere la distanza è impossibile.

Tutto ciò in forma figurata ma anche estremamente concreta e reale.

Per questo i dispositivi di protezione sono imprescindibili e devono essere efficaci. Anche noi abbiamo bisogno delle mascherine e di camici mono-uso.

Di fronte a tutto ciò, ci sentiamo il pronto soccorso del sociale, a fianco degli operatori sanitari, e chiediamo di non essere lasciati soli per non rischiare di rinunciare all’incontro con l’altro, il bisognoso che necessita del nostro “saper fare, saper essere”.

Le istituzioni chiamate a fronteggiare una emergenza inedita, si misurino con la nostra dimensione; superino anche loro il “metro” per non dimenticare chi oggi nella retroguardia della società continua a offrire ospitalità ai dimenticati. Nel nostro caso 25 donne, le più fragili tra i fragili.

Claudia De Coppi è educatrice professionale alla Casa di ospitalità notturna del Gruppo Abele in via Pacini 18 a Torino.

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