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Continuiamo a passare negli alloggi muovendoci in una irreale città

DarioFo_Molière-600x461di Daniele Musacchia |

Buongiorno,

lavoro presso una cooperativa sociale con qualifica di educatore da, ahimè, molti anni, anni che hanno visto la trasformazione dell’universo con cui io mi confronto, vivo: la disabilità.

Oggi le persone si presentano con una marcata problematica psichiatrica dovuta a un deficit cognitivo che esprime un’emarginazione più che altro sociale, di relazione, di contatto, di dialogo. Perlomeno questo è il campo del mio intervento in un servizio di Autonomia dove mi vedo a passare dentro alloggi in cui vivono persone che sono segnalate, indicate, dai servizi sociali della città di Torino.

Alloggi che in molte realtà sono di competenza della cooperativa, accreditati come servizi socio-assistenziali. Noi dobbiamo garantire un passaggio quotidiano di alcune ore a seconda del progetto educativo, del contratto il più delle volte condiviso con tutti gli attori e principalmente con l’ospite.

Altri alloggi sono invece a titolo della persona stessa che ne è locatore e noi, con il servizio sociale di competenza, abbiamo in carico un pacchetto d’ore alla settimana per un aiuto, un’attenzione, un supporto da portare. Un passaggio che non ha avuto ovviamente una chiusura in questo tempo di Covid-19.

Con un foglio di garanzia del nostro presidente della cooperativa ci si muove in una irreale città per continuare a passare negli alloggi, tra le persone che molto parzialmente hanno compreso il disagio e il problema presente nella società.

Sono persone che hanno una fame quasi bulimica di relazioni, parole e confronto nella loro quotidianità; lasciarle sole a casa vuole dire metterle in balia delle proprie difficoltà, criticità.

Sono persone che vivono una propria periferica condizione di vita che trova una sua centralità attraverso lo scambio e il contatto; per molti di loro è difficile trovare ambiti, luoghi di emancipazione e integrazione diversi da quelli della disabilità.

Chiudere in casa persone come loro è un’azione di grande violenza, perché si trovano nell’immediato senza più il terreno dove prima posavano i piedi, dove trovavano il completamento della propria identità che adesso si vedono strappata, senza che ne riescano a comprendere bene le ragioni.

Proseguire il passaggio è quindi fondamentale, direi quasi vitale: trascorrere in casa con loro alcune ore, andare a fare la spesa, ascoltare le loro domande senza risposta, seguire un mantenimento igienico e sanitario, suonare una melodia domestica che aveva cominciato a essere una loro colonna sonora di costruzione della personalità che dapprima era frammentata è fondamentale.

Allora eccomi qua, nel quotidiano intervento tra le vuote vie della città, senza più le attività che riempivano il tempo, senza i loro contatti che raccoglievano i loro interessi di persone, uomini e donne oggi chiuse in casa, che il più delle volte non comprendono e piangono disperate per questa solitudine che l’educatore riesce un minimo a lenire con il suo passaggio.

La trasversalità di queste persone nella loro patologia è chiaramente ampia; alcune hanno cercato la trasgressione girando per la città e prendendosi una denuncia; la consapevolezza delle azioni in molte occasioni è dettata da pulsioni di sentimenti, ansie, paure che noi dobbiamo affrontare in questa totale solitudine creata dal Covid-19.

Senza rileggere ciò che ho scritto chiudo questa mia mail sottolineando quanto importante sia il lavoro dell’educatore negli equilibri sempre più esili della nostra società, perché quasi tutte le persone che io e il mio staff seguiamo sono potenziali soggetti a rischio di una cultura del disagio e della paura com’è quella che stiamo vivendo oggi.

Daniele Musacchia è educatore in un servizio domiciliare di Autonomia per persone con disabilità, gestito da una cooperativa sociale.


Illustrazione di Dario Fo

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