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In una notte di stelle penso a quanto la vita in comunità sia diventata più educativa

stelledi Louise Mottier |

Stasera stavo tornando a casa, dopo il turno di sei ore in comunità. Okay, è vero, stai fisicamente sei ore in struttura. Pero nelle 18 altre, pensi comunque ai ragazzi, no? Quindi, dicevo, stasera, stavo tornando a casa, ripensando alla mia giornata. Sono le 22, le strade sono vuote. Sento i gabbiani, vedo le stelle. È una serata bellissima, faccio un giro verso il porto senza farmi beccare dalla polizia, vorrei vedere il mare.

In questi giorni in cui lo spazio è sempre stato più ristretto, e le notizie sempre state più concentrate sui morti e i malati, stasera ho deciso di provare a occupare lo spazio, e di celebrare la vita che continua, nelle comunità come la mia. Io che non urlo mai, ora vorrei urlare. Scrivendo.

Mi chiamo Louise, ma in comunità i ragazzi mi chiamano Louisa. O Lousie. O Lisie. Va bene tutto. È già più di un anno che sto lavorando in questa struttura, che accoglie quelli che il sistema chiama minorenni stranieri non accompagnati. Più di un anno che condivido la vita quotidiana di 19 adolescenti.

19 vite dall’Egitto, dalla Tunisia, dal Senegal, dalla Somalia, dal Mali, dall’Albania. Siamo aperti tutti giorni, tutto l’anno. Con loro ho vissuto una primavera, un’estate, un autunno, un inverno. E adesso, un coronavirus.

La vita in comunità ai tempi del coronavirus è molto meno burocratica, molto più educativa, molto più “nel reale”’, non so come dire. Abbiamo molto più tempo per sedersi accanto a un ragazzo e chiedergli come sta, come stanno i suoi laggiù, come si sente lui in questo periodo.

Al quotidiano che continua, si aggiunge l’inedito. Nell’ordine del cibo, del kit igiene e delle lenzuola, oggi se ne è infilato anche uno molto divertente: l’ordine del tabacchino: cartine, filtri, tabacco. «Non filtri normali, voglio quelli ultra slim!». «Non queste cartine, per me le altre!».

Ora i ragazzi non hanno più scuola, quindi proviamo noi a fare lezioni d’italiano. Che ridere. Oggi facevamo “la cucina”: piatto, tazza, tagliapizza, pelapatate… E poi, partita di pallavolo. E poi, torneo di calcetto – in questo luogo, la lingua comune non è l’italiano, è spesso lo sport. E poi, mettiamo a posto il nostro giardino, e si mettono a fare i modelli e a fare delle foto. E di nuovo, «Louisa, vieni!»: partita di pallavolo.

Il coronavirus ha azzittito il telefono, il computer, la stampante. Ma non le voci di queste anime, non la loro voglia di continuare a vivere, essere adolescenti, ragazzini che fanno i cretini, connettendosi sulla piattaforma della scuola e valutando tutti i compiti senza averli fatti…

Lo leggevo in un altro racconto: «la libertà è sospesa». E interrotta. Ma non è sparita. Prima o poi, tornerà. Il coronavirus non ha fatto altro che questo: chiudere il nostro cancello, per un po’. Però ha lasciato le finestre aperte, e ci fa vedere quanta vita c’è dentro. Quanta energia, quanta forza hanno questi adolescenti, che hanno già vissuto tante cose.

Sì certo, il virus ci fa paura. Però in questi giorni i ragazzi stanno trasformando questa paura in una cosa molto più forte, che dipende da noi, e che non faremo sparire: la speranza nel futuro.

La comunità è aperta tutti giorni, tutto l’anno. Noi non molliamo. Neanche loro. Anzi, soprattutto loro.

E ho sbagliato, non è una comunità, è una casa. E a casa la vita non si ferma. Si celebra.

Louise Mottier lavora a Genova, nella comunità per minori stranieri non accompagnati “Tuin – Il giardino”, gestita dalla cooperativa La Comunità, Il Biscione, e Arci Genova.

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