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Noi dimenticati, e ora in cassa integrazione – Un’educatrice di un centro diurno disabili

togliere-calcare-mokadi S. F. |

Fino alla scorsa settimana, un giorno sì e uno no, la sveglia suonava alle 5,45.

Con il sonno aleggiante tra i pensieri intorpiditi mi preparavo a una nuova giornata al centro diurno disabili, che in queste settimane di riduzione del personale inizia e termina sempre con i trasporti.

Ho sempre preferito fare i trasporti la mattina piuttosto che il pomeriggio, svegliarmi presto piuttosto che tornare a casa tardi. L’assenza di brusio in sottofondo mi permette di concentrarmi su uno dei miei suoni preferiti: il borbottio della moka quando l’acqua si trasforma in caffè, mentre i coinquilini ancora dormono e posso focalizzarmi sulle mia routine mattutina, cercando di metterci più grazia possibile per evitare che i passi pesanti o le porte sbattute possano svegliare qualcuno.

Mi piace prestare attenzione a quelle azioni che di solito compio in automatico, di solito molto rumorosamente. Le strade sono vuote. Lo erano anche prima della pandemia, quando la sveglia suonava un’ora prima.

Mi sembra di essere una superstite, padrona della strada. Posso rallentare per guardare il riflesso degli alberi nella Dora senza il rischio che gli altri automobilisti mi mettano ansia strombazzando, cosa che capita anche me di restituire. La città pian piano si illumina, le luci si spengono, mentre attraverso la parte malinconica di Torino, la riva che da Barriera arriva in collina, e recupero le energie insieme alla città.

Mi accoglie al centro, F., autista, puntale più di me, che in queste settimane ho visto più dei miei coinquilini, capita spesso che mi porti qualche dono: una fetta di torta fatta in casa, peperoncini sott’olio.

F. è prossimo alla pensione, è un uomo senza fronzoli e mi piace per questo, un tuttofare che ha cambiato decine di lavori, sempre pronto a dare una mano, dal cambio dell’olio all’auto, a cercare il modo per recuperare un griglia durante una pandemia, per permetterti di dare a un giorno di festa una parvenza di normalità. F. mi aspetta per timbrare il cartellino, puntuale alle 6:55.

Ridiscendiamo la collina con il bolide da 20 posti, la primavera se ne frega che siamo in pochi eletti a poterla ammirare, e ricopre di verde i pendii. I narcisi e i tulipani che egocentricamente si impadroniscono dei bordi della strada ci segnalano la traiettoria verso la città.

Al di là del ponte F. accende la radio, rigorosamente impostata su GRP; ricerche approfondite mi hanno convinto che sia la stazione prediletta dagli autisti del centro.

Recuperiamo i pochi utenti rimasti (diverse riflessioni mi hanno fatto capire che questo termine è per me quello più politicamente corretto, che chiunque di noi è utente nel momento in cui si trova ad usufruire di un servizio), i pochi utenti che ancora frequentano il centro, quelli che presentano gravi difficoltà, quelli che la clausura ha destabilizzato notevolmente. Purtroppo per questioni burocratiche non possono più frequentare il centro quotidianamente, e questo ha creato notevoli difficoltà alle famiglie.

Vengono accompagnati al pulmino da genitori stanchi e rassegnati, c’è chi ammette di non farcela più, di sentirsi abbandonato dalle Asl di riferimento, dalle istituzioni, dagli psichiatri introvabili, chi ci guarda con occhi sopraffatti dalla rassegnazione, cerco di rispondere agli sguardi con empatia, come a dire “non so cosa significhi avere un figlio disabile e sentirsi impotenti, ma lo posso immaginare, un po’”, altri nascondono i segni di questo periodo dietro ad una battuta o ad un sorriso e fanno finta che tutto questo non li tocchi, una raccomandazione ai figli “fai il bravo mi raccomando!”. A volte vorrei che lo ricordassero anche a me “fai la brava, mi raccomando, ricordati che devi essere professionale, non alzare la voce, essere assertiva e dare il meglio” perché mi capita di dimenticarlo, presa dalla stanchezza e dai mille pensieri.

 

Le giornate scorrono lente, si guarda un film, si gestiscono le crisi degli utenti, ci si chiede che senso abbia avuto lavorare a lungo sull’estinzione di “comportamenti problema” che stanno riemergendo con la doppia dose di intensità, ci si prende cura delle piante in serra, si cerca negli occhi dei colleghi delle risposte che nessuno ha, ma ci si continua a guardare. Gli utenti cercano di abbracciarci, ci scansiamo e spieghiamo che non si può “allora non mi vuoi bene!” “proprio perché ti voglio bene non posso abbracciarti, in questo momento”.

Ogni tanto noi educatori e O.S.S. veniamo presi da un impeto di folle entusiasmo che ci è utile a smorzare la desolazione, e ci diciamo che sarebbe bello comprare delle galline, con tanto di ragionamento pedagogico sull’utilità del prendersi cura di altri esseri viventi, anche per i frequentatori del centro, portare E. a Parigi con un crowdfunding, ispirati dai film sull’autismo che ci siamo consigliati a vicenda. E sono quasi certa che anche quando non sono presente alle conversazioni stanno sorgendo altre mille idee in qualche angolo remoto del centro.

L’entusiasmo che a volte ci manca in questo momento storico (come in tante altre occasioni) viene riacceso da qualche collega – sia santificata l’équipe – che prende in mano una chitarra e inizia a strimpellare – siano santificati soprattutto i colleghi musicisti – seguito a ruota da qualche utente. Poi ci sono frasi che hanno il potere di tramutare la frustrazione in risata, perché ricevere complimenti come “sei bella come l’arrosto” visti i tempi, è grasso che cola.

 

In questi giorni di cassa integrazione ho l’occasione di rielaborare queste settimane altalenanti e schizofreniche. Ripenso alla prima settimana in cui è stato annunciato il lockdown, quando tra le liste dei lavoratori e dei servizi che sarebbero dovuti rimanere aperti o chiudere, noi non eravamo presenti, siamo stati dimenticati, e gli utenti e le famiglie insieme a noi. Questa dimenticanza ha creato parecchia tensione, nessuno sapeva se dovessimo chiudere, tenere a aperto e con quali modalità… Alcuni centri chiudevano, probabilmente quelli delle grandi cooperative/aziende che possono permettersi di far fallire un servizio. Ma se sei una cooperativa piccola il problema di non poter riaprire e lasciare a casa 30 dipendenti e utenti che frequentano il centro da un ventennio forse te lo poni.

Le Asl sono irraggiungibili, quelle che pagano le rette e contrattano le ore di intervento, manco fossimo al mercato del pesce. Funziona così, ovunque, in tutta Italia. Welcome to welfare state! “Dai, ho bisogno di 6 ore per poter fare un intervento di qualità” “No, 4, non ci sono soldi!” “Dai, almeno 5”. Questo ovviamente compromette notevolmente l’intervento con gli utenti e influisce sul nostro stipendio irrisorio.

Ciò che mi suscita rabbia è che non si riescano mai a individuare i colpevoli, non è colpa delle Asl, non è colpa del Comune, della Regione, del mondo, dell’universo… io però vorrei un nemico reale, vorrei guardarlo negli occhi. Se non altro, questo sistema ci sprona a essere creativi e sviluppare la capacità di problem solving in un meccanismo di incastri, che a volte sembra di giocare a tetris con le vite degli altri.

Dopo una settimana di caos totale, con quasi tutti gli utenti e operatori presenti, con inevitabili assembramenti, con colleghi prossimi alla pensione con genitori anziani a carico, spaventati – e noi per loro – e profondamente arrabbiati per essere stati dimenticati, la Regione si è finalmente degnata di imporre con un decreto l’apertura del servizio, e di regolamentarne la gestione. Alleluja!

Nelle settimane seguenti la tensione e la rabbia hanno lasciato spazio alla rassegnazione, alternata da proficue giornate di scrittura relazioni e P.E.I., una parte del lavoro che adoro e che purtroppo non ho mai tempo per gestire adeguatamente. La parte fondamentale, quella in cui si fissano gli obiettivi da raggiungere nel corso dell’anno, uno spazio mentale sacro che ci permette di interrogarci su cosa stiamo facendo e di sognare un cambiamento, seppur piccolo, per le persone di cui ci prendiamo cura.

Ora sono qui, in questa “bolla distopica”, penso ai colleghi in comunità, in RSA, nei dormitori, ai turni massacranti che hanno sempre affrontato con dignità, e mi ritengo fortunata perché il centro diurno, visti i tempi, è davvero manna dal cielo. Poi penso che finalmente ho 15 giorni per focalizzarmi sui miei “comportamenti problema” mentre conto i giorni di cassa che mi separano dal rientro.

 

S.F. lavora a Torino in una cooperativa sociale accreditata per la gestione di servizi alle persone con disabilità.

 

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