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Si sogna in bianco e nero – Il servizio sociale in una azienda ospedaliera

corsia ospedale b&wdi Paola Demonte | 

22 aprile: oggi è un giorno speciale, quasi sembrerebbe esserci un nuovo INIZIO, forse si comincia a tornare al PRIMA, con le situazioni sociali fragili, che si accompagnano alle malattie tradizionali.

Sì perchè c’è un prima e un dopo, e l’evento spartiacque nel nostro lavoro è stata l’epidemia, diventata poi pandemia.

Il mio planner settimanale ne è la fotografia: ultimo giorno “normale” è stato il 5 marzo, poco prima che anche il Piemonte venisse dichiarata “zona rossa” e la nostra Azienda Ospedaliera Universitaria mutasse le sembianze.

Pian piano i reparti venivano trasformati in letti per pazienti Covid-19 e in pronto soccorso cominciavano ad arrivare quasi esclusivamente persone con questa patologia, i posti di rianimazione si allargavano a macchia d’olio arrivando a occupare la terapia intensiva coronarica e le sale operatorie. Le persone venivano intubate e le competenze richieste ai professionisti sanitari erano estremamente tecniche ed esclusive.

Sembrava quasi non esserci spazio per il lavoro sociale tradizionale, colloqui sistemici, valutazioni in équipe, definizione di progetti e relazioni esplicative.

Le mail e le telefonate che giungevano al servizio erano relative ad annullamenti di riunioni e incontri delle varie reti aziendali o regionali; o ancora indicazioni specifiche per evitare contatti ravvicinati, potenzialmente pericolosi, così come la presenza di più persone nella medesima stanza.

Sin dai primi giorni cominciavano però ad arrivare richieste da parte dei servizi sociali territoriali. Utenti anziani soli, persone fragili seguite al domicilio, non rispondevano più al telefono, oppure i vicini riferivano agli operatori che erano stati portati via dall’ambulanza e quindi già sapevano che erano arrivati in pronto soccorso. Ci veniva chiesto di verificare le condizioni, il percorso di ricovero, oppure ci evidenziavano che si rendeva necessario effettuare un cosidetto “ricovero sociale”, in assenza di caregiver e nell’impossibilità di ridefinire rapidamente il progetto di supporto domiciliare.

La nostra valutazione sociale andava quindi a integrarsi con quella dei colleghi del territorio, e si arricchiva della parte sanitaria, attraverso il confronto con i medici ospedalieri e, quando possibile, sentendo l’interessato o i parenti, avendo come obiettivo la definizione del percorso più tutelante nei confronti del cittadino.

Questa è una competenza simile al ruolo ordinario di “cerniera con il territorio”, tuttavia gli indicatori erano mutati totalmente. Il nuovo paradigma era necessariamente correlato al possibile contagio con il coronavirus. Ad esempio occorreva comprendere se vi fosse stata occasione per il paziente di infettarsi e, in assenza di una sintomatologia significativa, non erano ancora disponibili i tamponi per effettuare i test. Oppure si rendeva necessario valutare se trattenere un anziano solo, semplicemente disidratato, facendogli correre il rischio di infettarsi, fosse preferibile al rimandarlo al domicilio, magari con scarse o carenti garanzie.

Purtroppo l’emergenza era anche sociale e coglieva impreparato il territorio, impossibilitato a far fronte in tempi brevi (come si sarebbe reso necessario) alle richieste di ridefinizione di progetti di assistenza domiciliare, oppure di valutazioni geriatriche o di valutazioni di disabilità, al fine di individuare percorsi tutelanti, alternativi all’ospedalizzazione.

Si può ormai dire che molte decisioni assunte in ospedale, anziché essere le più tutelanti per il cittadino, hanno finito per essere “il male minore”. L’ospedale, sebbene in emergenza sanitaria da pandemia, ha continuato a essere l’unica istituzione pubblica con accesso diretto e indifferibile.

Le altre richieste d’aiuto arrivavano direttamente dai cittadini o dai familiari delle persone che erano state ricoverate e che non comprendevano come si potesse fare per avere notizie, oppure semplicemente desideravano far arrivare effetti personali ai loro cari.

In questo ambito il nostro intervento è stato di segretariato sociale, sebbene spesso dovessimo per ogni situazione – prima di rispondere – costruire noi stesse l’informazione più precisa, contattando i colleghi sanitari, i reparti di degenza, la Direzione sanitaria, l’Unità di emergenza interna, proprio perché in una realtà “fluida” le condizioni mutano rapidamente, talvolta nella medesima giornata.

Qualche azienda privata o dei semplici cittadini hanno chiamato il Servizio sociale, in quanto esprimevano l’intenzione di fare una donazione all’ospedale, sull’onda delle emozioni suscitate dalla realtà dei sacrifici che tutti gli operatori stavano facendo, talvolta in carenza di dispositivi di protezione.

Alzarsi il mattino non è mai stato così difficile, nella consapevolezza che mettere giù i piedi dal letto significava dar inizio a una giornata imprevedibile e non programmabile. L’incertezza è molto estenuante.

Ogni giornata, così come il futuro, non sono conoscibili prima, però quello che veniva a mancare era una cornice stabile, un paradigma usale, al quale riferire le proprie azioni, adeguandosi alle circostanze. Quello che era venuta a mancare con l’emergenza Covid, era proprio la “cornice”.

Già nel parcheggio, iniziava la vestizione con mascherina e guanti, recuperati in qualche modo in quanto (almeno inizialmente) già scarseggiavano per gli operatori a contatto con i malati, e noi siamo professionisti che per “empatia e condivisione” inventano sempre una soluzione, troppo spesso pensando prima agli altri.

L’emergenza può far diventare i sistemi (una azienda ospedaliera è un sistema) oppressivi e la “pressione” non è mai omogenea su tutti gli operatori. Ci sono variabili che influiscono e che sono riconducibili ad esempio al ruolo, al numero di addetti (gli infermieri sono centinaia rispetto alle assistenti sociali che sono poche unità), al potere di trattativa sindacale, alle caratteristiche di personalità, alla visibilità.

L’organizzazione per arrivare alla postazione di lavoro, prevista da precise disposizione di legge, è essa stessa “oppressiva”: si esce di casa con un modulo giustificativo (e un altro per il ritorno), si è passibili di controllo da parte delle autorità preposte, che hanno il diritto di comminare multe o sanzioni, che possono arrivare ad avere connotazione penale.

L’edificio ospedaliero ha solo più un ingresso, ci costringe a stare in coda, distanziati di un metro, ci sono operatori sanitari che indossano i dispositivi di tutela previsti e che rilevano la temperatura, enunciandola davanti a tutti (e la privacy?) e finalmente si può strisciare il badge, che non tiene conto del tempo trascorso nell’attesa.

L’ufficio è attiguo all’ingresso dell’ospedale per chi non è dipendente, ed è da arieggiare; gli spazi sono temporaneamente condivisi con gli operatori – muniti di idonei dispositivi – preposti al controllo dei cittadini che hanno la necessità di entrare per effettuare chemio o radio terapie, o qualche esame urgente (anche gli ambulatori sono chiusi). I visitatori non possono più entrare.

In tempo di coronavirus, il Servizio Sociale si reinventa e mette a disposizione tutte le risorse di cui dispone, compreso il setting di lavoro che diventa “spogliatoio” e “armadio” per custodire i vestiti, le borse e i portafogli dei colleghi sanitari.

Ed è così per tutto quello che si deve fare, proprio perché è inedito e si deve inventare.

Siamo i professionisti della “rete territoriale” dei servizi e ovviamente c’è bisogno di noi sia per rileggerla, sia per decodificare le nuove modalità operative, sia per rilevare i capovolgimenti che ci sono stati. La sensazione è che la rete sia diventata “fluida”, anzi “gassosa”, in quanto lo stato della stessa muta continuamente e le variazioni sono la costante.

Poi si apre il computer e c’è da piangere… davvero, e ammetto di averlo fatto. Quanti morti ogni giorno! L’operatività costringe a prenderne atto e a iniziare a “fare”, non c’è tempo per ascoltarsi, l’attimo per lasciar sedimentare, per cercare di dare una attribuzione di senso al tutto. Arrivano le notizie dei colleghi che si sono ammalati, che sono intubati… notizie a bassa voce, per rispetto a quanto sta loro succedendo e soprattutto a loro.

E quando la sera ti addormenti, pian piano tutto torna a galla, si sogna in bianco e nero, pericolo ovunque, il tentativo di scappare, l’urlo soffocato, l’aggressione… poi, come estrema difesa, ti svegli, tocchi le lenzuola per dimostrarti che non è la realtà e hai quasi paura di riprendere il sonno. Spesso i tuoi incubi sono ancora in agguato, la scena si ripete e torni a svegliarti. Il ritmo sonno veglia si ripete nel ritmo giorno e notte, dove si fatica a trovare il bello e il buono, tutto si tinge di grigio, nonostante il sole ci abbia sempre accompagnati con il bel tempo, ci sia stata la fioritura dei ciliegi e dei cespugli.

Abbiamo radunato le forze, consapevoli che, di lì a poco, sarebbe scoppiata l’esigenza di dimettere i sopravvissuti. Per quanto fosse nuova questa malattia, non potevamo non ricondurla a quanto ogni inverno succede con gli anziani che, con le polmoniti, perdono le autonomie e si aggravano sotto gli aspetti cognitivi e relazionali.

Lo smart working, dopo una attenta valutazione tra noi colleghe e con la Direzione sanitaria, non è stato preso in considerazione, in quanto siamo state sin dall’inizio parte dei percorsi. Inoltre, il pronto soccorso non è stato precluso all’accesso dei cittadini con bisogni ordinari, nonostante vi sia stato un calo importantissimo dei ricoveri non Covid-19. Le persone, quando hanno potuto, hanno preferito differire l’accesso in ospedale per timore di contaminarsi.

Al pronto soccorso sono arrivati quelli che non hanno potuto farne a meno, talvolta accompagnati dalle forze dell’ordine: anziani dementi soli e trovati persi, a girovagare; persone con disturbi mentali che si sono scompensati e hanno messo in atto comportamenti pericolosi per sé e per gli altri; donne vittime di violenza di genere.

L’intervento sociale doveva essere tempestivo sia per “alleggerire” il pronto soccorso, sia per farli transitare altrove, al fine di scongiurare l’eventualità di una contaminazione, purtroppo sempre presente.

Tra colleghe, nonostante la carenza di organico, abbiamo valutato di concederci dei giorni di pausa per “decantare”, ricorrendo al recupero del lavoro straordinario pregresso. Senza lucidità, resta poco spazio alla “creatività” che questa situazione pretende.

Quando è venuto il momento di ragionare sulle possibili dimissioni, ci sono stati due nuovi eventi che ci hanno portate a rivedere quanto stavamo consolidando.

Il primo è che ci è stato chiesto di inserirci nel percorso di dimissione delle persone, non ancora “sane”, come avremmo immaginato, bensì stabili dal punto di vista clinico e ancora positive ai tamponi. Spesso i familiari che interpelliamo sono stupiti e ci obiettano: “Non è ancora guarito”.

Quasi in contemporanea, è arrivato il nuovo scossone: grandi anziani, francamente compromessi nelle aree funzionali, che contraevano la malattia nelle RSA dove erano ricoverate da tempo e dovevano essere ricoverate in acuzie.

Ed è su questi due fronti che siamo impegnate in questa fase operativa.

Poi improvvisamente, stamattina, diverse nuove segnalazioni dai reparti che sono stati “puliti” e sono tornati ad accogliere i malati “normali”.

Lesione polmonare in sospetta eteroplasia, sepsi severa, febbre in demenza, decubiti, scadimento condizioni generali e fratture da caduta accidentale, insufficienza renale acuta… non sembra vero!

Non possiamo pensare che sia un ritorno alla normalità, un superamento dell’emergenza, sebbene il calo dei decessi nella nostra Azienda Ospedaliera Universitaria sia tangibile e ci illumini l’anima.

Voglio però ricordare questa data, il 22 aprile, come una data che prelude un nuovo inizio di Speranza e Fiducia per il ritorno alla normalità.

Paola Demonte è assistente sociale nel Servizio sociale professionale presso l’Azienda Ospedaliera Universitaria che è San Luigi Gonzaga di Orbassano.

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