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In questi mesi siamo scesi in profondità – Immaginare il futuro nei servizi educativi

foto #racconta il tuo serviziodi Educatori di Naturart |

Quando a febbraio abbiamo dovuto all’improvviso fare i conti con il confinamento, ci siamo ritrovati come tanti nello spaesamento della nostra quotidianità sospesa, dei bollettini funesti, del futuro che si faceva sempre più simile al dubbio e meno alla capacità di progettarsi. Come tanti abbiamo temuto di non poter (più? Fino a quando?) guardare negli occhi e tenere per mano i ragazzi, i bambini, gli adulti che incontravamo ogni giorno nei nostri servizi educativi, perché si imponeva il vincolo della distanza.

Tra i molti pensieri contrastanti, quello che ha prevalso è stato fin da subito il desiderio di trovare velocemente un modo per raggiungere tutti loro, per far loro sapere che li stavamo pensando e che ci stavamo attrezzando per incontrarli e per vederli, per esserci per loro, nonostante la distanza. La distanza imposta è stata percepita inizialmente, da chi lavora con le persone, come un provvedimento necessario ma anche come l’avversario imprevisto, l’impedimento, il “filtro bruttezza” della relazione educativa.

Perché di questo si trattava, per molti di noi: trasformare il caldo dei nostri interventi in fredde relazioni a distanza, ovvero nella copia inautentica, contraffatta, di quella in presenza, più vera.

Mentre gli amministratori della nostra cooperativa sociale cercavano un modo per farci lavorare in sicurezza, tra gli educatori si è fatto largo un pensiero necessario: riprogettare ogni intervento non nonostante, ma insieme alla distanza, considerandola come un nuovo dato di contesto. In più, in questa operazione tenace di resistenza alle condizioni avverse, in molti ci siamo ritrovati a desiderare di sentirci vicini, di sostenerci e condividere i pensieri e le emozioni, le esperienze e gli apprendimenti sulle nostre relazioni attraverso gli schermi.

Abbiamo iniziato a scriverci, a tenere diari, a immaginarci questa narrazione collettiva: nel confinamento, anche il pensiero reclamava spazi condivisi per tornare a essere da rinchiuso a sconfinato e, sempre meno timidamente, progettante.

Ci siamo ritrovati a pensare l’educazione non nonostante la distanza, ma con la distanza, e di conseguenza a sospendere le certezze e riconsiderare quali possano essere gli aspetti che rendono autentica una relazione educativa, in presenza così come a distanza. E a volercene fare qualcosa in vista dell’immediato futuro, che è da pensare in un modo nuovo.

 

Che cosa ha voluto dire “fare educazione a distanza”?

Per prima cosa è stato far sentire l’altro pensato, accolto, valorizzato, e progettare con cura le attività da proporre, desiderandole belle e utili, avendo in mente i volti di ciascuno, a cui strappare un sorriso.

È stato trasformare le parole in carezze e gesti di cura, in un abbraccio virtuale che a volte è sembrato più accogliente di alcuni abbracci reali, così come è stato entrare nelle case dei ragazzi e dopo qualche tempo sentirsene un po’ parte.

È stato provare a tirare fuori il meglio da ogni situazione, anche quando la situazione era davvero difficile, insopportabile, al limite.

È stato navigare a vista nell’incertezza del presente, pensando al futuro, perdere il sonno più che la speranza.

È stato ascoltare le emozioni e i pensieri dei ragazzi, la loro idea di futuro e le loro aperture impreviste, come quella di A. che dice “quando ti vedrò, ti darò un abbraccio che da me non avresti mai avuto“.

È stato non avere paura di interrogarsi continuamente sulle azioni pensate, accettare la sfida di cambiare rotta mettendosi in ascolto dell’altro, nella frustrazione spesso di faticare tremendamente a comunicare, a capire e a farci capire attraverso gli schermi e i telefoni.

È stato stupirsi della bellezza, lasciarsi contagiare, farsi guidare, commuoversi per le cose preziose, per esempio il sorriso di H., un meraviglioso 89enne che vive da solo nelle case popolari e che in videochiamata canta e suona tutti i suoi strumenti nella settimana del suo compleanno e con immensa riconoscenza ringrazia dal balcone i volontari, che tramite un cestino e una corda gli consegnano la spesa e le medicine.

È stato promuovere il bello, le espressioni artistiche, l’empatia e l’ascolto di se stessi e dell’altro come fattori protettivi, e sorprendersi perché, nonostante le grosse difficoltà della lontananza, abbiamo visto nascere e svilupparsi impensabili risorse, che ci hanno spinto a metterci in gioco e andare avanti. E ci pensano i ragazzi, alla fine di un pomeriggio su Skype, a ricordarci che non è tanto cosa facciamo, e nemmeno come, l’importante è stare insieme.

È stato condividere l’intimità delle case, con generosità, ingegno, intenzionalità, con una vicinanza diversa.

È stato prestare attenzione al corpo dell’altro, alla voce, agli sguardi, che continuavano a parlarci anche nella distanza, come le espressioni di Marghe, maestra di serenità, nonostante tutto.

È stato lavorare insieme ai genitori, fianco a fianco, emozionarsi con loro, farsi prestare occhi e mani e cuori per essere più vicini.

 

foto per # racconta il tuo servizioAbbiamo incontrato ragazzi e genitori nelle loro case, da casa nostra. Può dirsi distanza? Per forza di cose abbiamo iniziato a conoscerci da un’altra prospettiva, con una vicinanza diversa. Ci siamo spesso stufati delle parole, perché il nostro lavoro ci chiede da sempre di stare e fare insieme all’altro, facendogli scoprire da sé il valore indicibile dell’esperienza, che non si può spiegare.

Ci siamo invece ritrovati a parlare tanto, anche con i genitori, e poi a fare insieme a loro, al punto che le “attività educative” hanno finalmente avuto un volto, una concretezza tangibile e un senso vicino, comprensibile, umano. Perché in fondo è di umanità che stiamo parlando, che è quello di cui abbiamo scelto di occuparci. Lavorare con le persone è prendersi cura della loro umanità, a distanza così come da vicino.

Abbiamo provato a farlo anche in questi mesi, con fatica, o con stupore, cercando i modi più opportuni, facendo il possibile. E come per molti, la distanza imposta sembra aver fatto anche a noi educatori in questo tempo sospeso un grande regalo: per andare avanti, ci ha suggerito di andare prima in profondità, a ripescare il desiderio, l’urgenza che ci chiede di occuparci delle persone, quegli aspetti invisibili che insieme alla professionalità e al senso di giustizia sociale sono poi la spinta essenziale per fare bene questo bistrattato mestiere, anche da qui in poi. Con umanità.

 

Racconto a cura degli educatori della cooperativa sociale Naturart di Gallarate (Varese).

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