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Essere vicini malgrado il metro di distanza

youssef-naddam-2HWdQFxKUuA-unsplashdi Giulia D’arrigo |

Il sociale ai tempi del Coronavirus è fatto di organizzazione precisa e schematica, prassi tutte uguali da ripetere infinite volte al giorno.

“Buongiorno, lavati le mani, qui c’è il gel, proviamo la temperatura”.

Il cibo si serve in veranda, dove passa più aria, in mensa i posti sono dimezzati, le sedie disposte strategicamente per garantire la distanza minima. Nei colloqui ormai la misuriamo in automatico, tendendo le braccia e provando a ridere di quella situazione tanto innaturale.

In questi giorni è difficile fare un lavoro che è fatto al 90 per cento di relazione, di una mano sulla spalla al momento giusto, di scambio di sguardi, sorrisi, contatto visivo, fisico. C’è tutta quella parte oltre all’erogazione di un pasto caldo o di un letto o di qualsiasi altro bene materiale e mai come adesso ci rendiamo conto di quanto sia una parte importante, fondamentale.

L’altro pezzo riguarda l’informazione. Negli spazi comuni – semivuoti anche quelli, per evitare assembramenti – i telegiornali ripetono prassi e numeri come mantra. Arrivano notizie su nuovi decessi, nuovi ricoveri, terapie intensive al collasso. E noi traduciamo, raccontiamo, spieghiamo, ci trasformiamo in custodi e raccomandiamo di non uscire. Alcuni sono già informati, altri fanno tante domande, qualcuno prova a sorridere, vorrebbe non credere che la situazione sia davvero questa. Altri ancora passano il tempo a consultare il cellulare, la preoccupazione è doppia: per se stessi e per le famiglie lontane.

Le persone senza dimora rischiano di essere multate se trovate a vagabondare per strada e dall’altra parte hanno paura che i dormitori chiudano, che i volontari non possano più garantire la loro presenza. Durante il turno ci scambiamo la paura e ci facciamo coraggio. I loro occhi sondano i nostri attraverso le mascherine che usiamo quando necessario per rispettare le norme.

“Sei preoccupata?”,

“Stai bene?”.

L’operatore sociale nell’epoca della zona rossa e della quarantena si ritrova con le ali tarpate, curare la relazione e tenere la distanza è difficile.

Sono giorni che mi chiedo se ci sia un modo. Poi, ieri, mentre servivo il pranzo a un ospite in mensa, mi è venuto da dirgli: “Sto sorridendo.”

Ma la mia voce è uscita storpiata dalla mascherina e lui mi ha guardato confuso. Così, con i guanti, ho indicato la mascherina e ho curvato le dita all’insú.

“Dicevo che non si vede, ma sto sorridendo.”

Abbiamo riso entrambi.

Si può essere vicini, anche a un metro di distanza.

Giulia D’arrigo è educatrice professionale in forza alla cooperativa sociale Il Melograno di Genova. Svolge il suo servizio nei centri della Fondazione Auxilium (storico ente di carità, patrocinato dalla Caritas Diocesana di Genova) dedicati a persone senza dimora, persone straniere rifugiate e richiedenti asilo.

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