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Il tempo in carcere si disumanizza ancor di più – Né colloqui né attività trattamentali

biani carceredi Sara Vassallo | 

Sin dall’inizio di questa quarantena, il mio pensiero è andato a loro, i detenuti.

Molto spesso ci dimentichiamo che tra le diverse agenzie educative, con un ruolo sociale non indifferente, vi sono anche le carceri. Molto spesso dimentichiamo che esiste un principio, quello della RIEDUCAZIONE, bistrattato, tirato fuori a piacimento, come il candido coniglio dal cilindro del mago.

Quelle carceri che al principio della quarantena hanno fatto molto parlare di sé, come a dire “non vi dimenticate di noi, anche questa volta”, proprio mentre il Governo decideva quali fossero i provvedimenti migliori da attuare per proteggere noi italiani da questo straniero indesiderato.

Premetto che con queste mie parole non voglio giustificare quanto avvenuto all’interno degli istituti di pena italiani.

Tuttavia, in quanto professionista che ha fatto di questo contesto il proprio lavoro, mi sento di dovere di parlare per tutte quelle VITE SOSPESE.

Con alcuni colleghi, qualche anno fa, appoggiandoci ad alcune associazioni del territorio, abbiamo pensato che fosse giusto prendere in mano questo principio della rieducazione e provare, nel nostro piccolo, ad attuarlo insieme a quanto previsto dalla “Carta dei diritti dei figli dei genitori detenuti”. Abbiamo così dato vita ad azioni volte a edificare, mantenere, saldare i legami tra la popolazione detenuta e le loro famiglie.

Come educatori siamo chiamati a farci carico di esistenze che, molto spesso, rischiano di naufragare; stiamo loro accanto guardando oltre il pregiudizio, non giustificando le azioni compiute, ascoltando i silenzi, per aiutare ciascuno di loro a scovare e accogliere quel bene che non si spegne mai all’interno di ogni essere umano.

Come educatori ci viene chiesto di indossare delle lenti speciali, per vedere, per riconoscere la persona che si nasconde dietro il reato commesso.

Tuttavia, chi non ha mai passato le mura di cinta di un istituto di pena non lo può capire.

Chi non ha mai percorso quei lunghi corridoi con spesse porte di ferro che si aprono e si chiudono automaticamente, non lo può capire.

Chi non ha mai visto una cella, dove le emozioni sembrano essere messe a tacere, non lo può capire.

Ma soprattutto chi non ha mai avuto modo di parlare con i detenuti della loro condizione detentiva, aiutandoli a scavare a fondo per capire cosa sia andato storto, non lo può capire.

Se non avete mai assistito a un colloquio tra i detenuti e le loro famiglie… beh non lo potete capire.

È vero, se non avessero commesso degli errori, non si troverebbero a dover scontare una pena.

È vero, i più non hanno mai badato all’umanità altrui.

Questo virus ha costretto il Governo a negare ai detenuti ciò che hanno di più caro, ciò che rende ogni giorno degno di continuare a essere vissuto. Il divieto di poter essere padri, mariti, figli, seppur per brevi lassi di tempo, li ha privati dell’ultimo brandello di umanità.

La stessa paura che ha ognuno di voi qui fuori, la provano anche loro. La paura dell’infezione, che ai propri cari possa accadere qualcosa, la paura di essere abbandonati.

A questo si aggiunge la sospensione delle attività trattamentali, in altre parole nessun supporto psicopedagogico, nessuno che li aiuti a canalizzare questa paura, nessuno che ripulisca le sezioni dai cocci che queste anime, deserti in tempesta, portano con sé.

Nessun treno da poter prendere per scappare, come hanno fatto molti italiani impauriti in questi giorni; nessuna passeggiata all’aria aperta da poter fare per distrarsi un po’; nessun aperitivo con gli amici in videochiamata; niente!

Ecco allora che la paura prende il sopravvento e diventa noncuranza, rabbia, violenza.

La medaglia ha sempre due facce…

Restiamo umani o almeno proviamoci.
Sara Vassallo collabora come pedagogista ai progetti NO NEET e TUTTI INSIEME PER GIOCO nei territori di Caltagirone e Gela.

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Illustrazione di Mauro Biani

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