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Difendere il senso di speranza – L’accoglienza di persone richiedenti asilo

centroastallidi Lisa Thibault | 

Sono un’operatrice dell’accoglienza e presto servizio presso l’Associazione Centro Astalli di Vicenza. Proverò a “dare voce” non solo ai miei pensieri ma anche a quelli dei miei colleghi in cui quotidianamente trovo spazio di confronto e nuovi spunti.
Ogni settimana io, con tutta l’équipe con cui lavoro, incontriamo una cinquantina di richiedenti asilo accolti in accoglienza straordinaria che abbracciano tutte le età… dal più piccolo che ha 7 mesi fino ai più adulti, oltre ad alcuni singoli e nuclei familiari rifugiati che vengono seguiti come terza accoglienza.
Tra di noi c’è chi si occupa dell’integrazione, dell’accoglienza, del supporto legale e del supporto psicologico.
Come si può ben capire, insomma, l’osannato smart working non regge più di tanto in un lavoro in cui l’esserci, l’importanza di fare rete e il continuo confronto sono pane quotidiano.
L’Associazione è parte del Servizio dei Gesuiti dei Rifugiati (JRS) la cui mission è “Accompagnare, Servire e Difendere i diritti dei Rifugiati”, missione già impegnativa di suo, ma che in questi giorni di Emergenza Covid fa risuonare ancora più forte l’esigenza di non lasciare nessuno indietro.

In queste settimane, nei viaggi di andata e ritorno da casa a lavoro e viceversa, cerco di fare un po’ di ordine nella mia testa, per districare i tanti pensieri che la affollano.
Quei 30/40 minuti di viaggio sono diventati per me uno spazio vitale per pensare e riflettere sull’inizio e sulla fine della giornata lavorativa. Penso a come dare un senso costruttivo anche a questo tempo.
Già nella “normale” quotidianità la vita delle persone che incontriamo ogni giorno sul lavoro è spesso caratterizzata da un senso di incertezza per il futuro e per quello che verrà: per la precaria situazione di costante attesa dei “documenti”, per un tirocinio che non si sa se diventerà lavoro o per la generale difficoltà di inserirsi in una società nuova. Come se non bastassero tutti i problemi che hanno portato queste persone a lasciare le loro case e cercare rifugio altrove, un altrove che diventa giorno dopo giorno sempre più difficile da abitare e costruire.
A più riprese, come équipe, ci siamo confrontati su come esserci in questo periodo. Abbiamo inizialmente distribuito materiale informativo e cercato di rassicurare le persone accolte, condividendo e stampando materiale in varie lingue cercando di veicolare, nel modo migliore, informazioni anche complesse e in continua evoluzione.
Anche tra di noi, come è giusto che sia, ci sono anime e preoccupazioni diverse. In questi mesi abbiamo vissuto tutti un’esperienza unica e per la quale non avevamo precedenti. Nessuno di noi era preparato a questo e abbiamo dovuto trovare criteri e metodi che mettono assieme la sfera professionale e quella personale. Con la consapevolezza di non poter stare a casa, riparati nelle proprie famiglie, ma il sentire forte la necessità di esserci per i propri utenti, mantenendo costante l’attività, pur nella limitazione dei servizi.
Utenti che a livelli diversi riescono e non, a capire il momento, o che comunque lo vivono a loro modo. C’è chi racconta di aver vissuto nei loro paesi il passaggio del virus ebola e simili e che quindi ha compreso la gravità, e i motivi per cui c’erano queste richieste, e i rari casi di resistenza al lockdown e l’importanza di far comprendere i rischi e le conseguenze.
Ovviamente il lavoro come operatori è più intenso sotto il punto di vista della relazione, dell’impegno a spronare i nostri ospiti a non perdere la speranza.
Ogni cosa che prima era semplice e immediata, durante l’emergenza, ha richiesto un ulteriore lavoro di preparazione. Penso alle lunghe file di attesa ai supermercati; alle dichiarazioni per gli spostamenti; alla impossibilità di poter accompagnare più di uno alla volta in auto; all’attenzione di continuare a verificare che tutti avessero la mascherina, i guanti, perché spesso qualcuno la perdeva o la buttava, dicendo che valgono solo per una volta. Penso anche alla difficoltà dei volontari, la nostra maggiore risorsa, che in questi giorni, non sono disponibili, e che come operatori continuiamo a stimolare anche al contatto virtuale con gli utenti.
Come operatori ci è richiesto ulteriore impegno e attenzione per una notevole responsabilità personale, nel non diventare noi stessi vettori per il virus, verso i nostri familiari a casa, né verso i nostri utenti nelle strutture.

Oggi, fondamentalmente, il messaggio più importante è fare comprendere quanto sia importante restare a casa quando, fino a poco tempo fa, uno dei pilastri su cui i tanti operatori spingevano quotidianamente era il fatto di uscire, di imparare l’italiano, di andare a scuola, di conoscere persone, l’importanza di crearsi delle reti sul territorio.
“Quando finirà tutto questo?” è una delle prime domande da cui vengo quasi quotidianamente travolta quando varco l’entrata negli appartamenti in cui vivono le persone che accogliamo. “Vorrei poterti rispondere, ma non lo so”… È diventato quasi un mantra.
E in questo limbo di incertezze, già pre-esistenti, amplificate dal Coronavirus, cerchiamo proprio di esserci, ognuno a modo suo, provando a capire i bisogni di ognuno e cercando di “leggere” anche il loro sentire, le loro paure. Ma come?
C’è chi alla proposta di preparare la pizza assieme si illumina e si risveglia da un sonno quasi costante, c’è chi segue le lezioni on line perché frequenta le superiori e allora proviamo assieme ad affrontare le avventure dell’e-learning, c’è invece chi quasi scoppia perché una convivenza praticamente 24h/24h, qui, non l’aveva ancora sperimentata, c’è chi riceve una chiamata da uno dei nostri volontari, c’è chi frigge e rifrigge, chi inizia a fare i primi brevi passi, c’è anche chi non riesce ancora a capire le restrizioni date da questo periodo, c’è chi a breve dovrà uscire dall’accoglienza e si confronta rispetto alle sue paure.

lisa Thibault

 

Ogni giorno, prima di entrare in ufficio, alzo lo sguardo verso questo murales davanti la nostra sede e ci ridò un’occhiata anche uscendo… E’ diventato quasi un’ispirazione per affrontare il quotidiano, soprattutto adesso in cui ci si trova a muoversi in una realtà ulteriormente complessa.
Spesso ripenso anche ad Appadurai, un antropologo che durante gli studi universitari mi aveva accompagnata e nel suo saggio “Futuro come fatto culturale” dava una lettura rivoluzionaria al senso di futuro in cui non lo affrontava solamente come un possibile scenario dell’avvenire, ma come un elemento base delle collettività che, attraverso questo, riescono ad elaborare strategie di adattamento e di sopravvivenza in una realtà che è spesso dominata da forze impersonali.
Allora quello che ci resta è provarci… A guardare oltre.

 

Racconto scritto da Lisa con il contributo di Mariangela, Elena, Carole, Antonella, Valentina, Azim dell’Associazione Centro Astalli di Vicenza.

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