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Il primo pensiero è stato non farle sentire abbandonate – Cronache dall’area immigrazione e tratta

abbracciodi Tiziana Bianchini |

L’impatto delle prescrizioni sulla limitazione dei movimenti ci ha costretto, come per tutte e tutti, ad attivare una trasformazione rapidissima delle modalità di stare fianco a fianco con le persone.

Il primo pensiero è stato “non farle sentire abbandonate”. Non fare sentire abbandonate più di 150 persone in 5 province della Lombardia, accolte negli appartamenti di protezione per le vittime della tratta di esseri umani e per l’accoglienza di titolari di protezione internazionale. Non fare sentire abbandonate le centinaia di donne vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale che si prostituiscono in strada o vittime del grave sfruttamento del lavoro e dell’accattonaggio che settimanalmente incontravamo con le unità di strada ed i servizi a bassa soglia.

La reazione è stata “fare”. Fare sapendo di essere senza presidi DPI, perché nonostante gli sforzi messi subito in campo dalla nostra organizzazione, i presidi sono stati per settimane introvabili. Fare inventando soluzioni alternative per non abbandonare.

Fare per non abbandonare, quasi una reazione istintiva per ridurre il danno dell’isolamento sociale per persone che, uscite da condizioni di fragilità o pericolo, hanno deciso con grande forza di intraprendere un percorso di inclusione sociale in Italia, con pochissimi mezzi a disposizioni e soprattutto con relazioni sociali e affettive residuali e frammentate.

Fare per non abbandonare

  • persone che hanno sperimentato la detenzione nei campi e nelle prigioni in Libia, per le quali la
  • costrizione a non uscire scatena ricordi e vissuti dolorosissimi, e rappresenta una ri-vittimizzazione
  • nelle propria storia;
  • persone che sopravvivevano prostituendosi o lavorando in condizioni di sfruttamento e controllo;
  • persone senza dimora che si sono ritrovate a non poter più muoversi dai centri di accoglienza, per contenere la diffusione del Covid.

Si è aperto il pensiero sul tempo, sul tempo che persone che non si sono scelte sono costrette a vivere insieme, 24 ore su 24. Si è aperta anche la riflessione sulla nostra funzione di “controllo” sul rispetto delle regole, funzione che non sta nella nostra mission, mentre riconosciamo quella dell’essere facilitatori e strumenti di comprensione, di crescita, di favoreggiamento dell’inclusione.

Il ricorso alla tecnologia è stato immediato con telefonate e videochiamate, ma è stato evidente dopo i primi giorni che non era più sufficiente. È nata quasi per istinto da una operatrice, subito dopo il primo DPCM del 9 marzo 2020, l’idea della ginnastica con le 4 giovani donne di un appartamento per vittime di tratta, rigorosamente online. Nei due giorni successivi, l’idea diventa di scala in tutte le équipe nei 5 territori.

Si parte e dopo qualche giorno emerge subito la questione dei giga. La proposta di attività online chiede giga, i/le nostre ospiti ne hanno una dotazione limitata e non tutti gli appartamenti sono dotati di wifi per ridurre al minino le possibilità di contatto con le reti di controllo da cui sono fuggite. Se non vogliamo abbandonare, decidiamo che per tutte e tutti i nostri beneficiari, per questo primo mese di contenimento, i giga non saranno un problema, e scommettiamo sul fatto che tutte e tutti loro saranno in grado di comprendere il tema della auto-protezione.

Nel giro di 4 settimane, sono state sfoderate e realizzate decine di idee che rappresentano un modo diverso, persino gioioso in questo tempo difficile e scuro, per non abbandonare nessuno. Appuntamenti quotidiani non solo con le lezioni di italiano, che rappresentano lo standard minimo ma “obbligato” nel percorso di inclusione, ma con azioni che convergono tutte sul tema della “cura del sé e del benessere” e non su quello del controllo: risveglio muscolare, lezioni di cucina, yoga, maschere e trattamenti di bellezza, lettura di libri, musica, i semenzai che producono piantine da regalare agli orti sociali…

Ad esempio il risveglio muscolare mattutino, aiuta le persone ad alzarsi dal letto, farsi trovare pronte, vedere come stanno attraverso il movimento del corpo, verificare chi c’è in casa, evitando la sterile telefonata di controllo sul “dove sei”.

Il repertorio si amplia, anche nella consapevolezza che avremo davanti un periodo di contenimento non breve, con il protagonismo di alcune/i ospiti che si stanno proponendo come conduttori di attività per i gruppi virtuali. Appuntamenti che danno cadenza alla giornata, che sono attesi, che consentono un ritmo quasi ritualizzato, ai quali c’è la libertà di non partecipare, perché anche sottrarsi e poter dire “non mi piace” rende le persone soggetti attivi della propria scelta

“L’emancipazione è anche liberare le persone dalla lettura passivizzante, marginalizzante che potrebbero avere ormai introiettato. Una lettura che fa convinti di non meritare, che fa provare la vergogna di non essere riusciti… Continuare a pensare di non essere in grado è una condanna, una paralisi. Emancipare è liberare da questa lettura di se stessi” (cit. da Ivo Lizzola, “Vita fragile, vita comune”, Il Margine 2017).

La virtualità riduce le distanze; le attività si incrociano tra territori diversi e ospiti di diversi servizi e progetti che forse mai prima avremmo pensato o potuto fare incrociare. È importante sottolineare la dimensione paritaria e comunitaria che si è creata tra i/le beneficiarie e tutti i ruoli professionali che operano nei progetti e servizi; ciascuno di noi, operatori e operatrici, figure di coordinamento e responsabili, partecipa alle attività da casa propria, e per la prima volta mettiamo in condivisione le nostre case e la nostra vita privata con i e le beneficiarie dei servizi. Siamo usciti, seppur virtualmente, dalla nostra comfort zone professionale e abbiamo dato accessibilità agli ospiti, di poter essere loro a entrare nelle nostre case, e rendere evidente che anche noi e le nostre famiglie non possiamo uscire.

Essere tutte e tutti in questo isolamento ha consentito a tutti di accedere a queste “stanze relazionali virtuali” Il lavoro di un gruppo di almeno 40 persone tra operatrici e operatori e il gruppo di coordinamento, 7, sempre disponibili e pronti a motivare o consolare, raccogliendo le oscillazioni emotive che a turno ci siamo permessi di esprimere e lasciare raccogliere.

Dai prossimi immediati giorni, occorrerà dare struttura alle prime misure di sostentamento per le donne e gli uomini migranti che non hanno più nemmeno i miseri mezzi di cui disponevano per sopravvivere, che non possono accedere alle misure di sostegno istituzionali previste ma nemmeno conoscono quelle preziose offerte dal volontariato locale e continuano ad essere controllati e vessati dalle organizzazioni criminali.

To be continued…

Tiziana Bianchini è responsabile Area immigrazione e tratta degli esseri umani della cooperativa Lotta Contro L’Emarginazione di Sesto San Giovanni (Milano).

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