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Ho iniziato a lavorare il primo marzo 2020 – Il servizio sociale territoriale ai tempi del Covid

segretaria al telefonodi Margaret Jaci Jungton

Avevo voglia di scrivere quello che stavo provando da più di un mese, eppure ogni volta che provavo a esprimermi ero bloccata. Le parole non venivano, saliva solo la stanchezza dei giorni passati.

Mi chiamo Margaret e sono un’assistente sociale territoriale. Ho iniziato a lavorare il primo marzo 2020. L’ottavo giorno dello stesso mese è scoppiato il Covid-19. Non ne avevo capito la portata, non mi rendevo conto di quello che sarebbe successo e sinceramente non so ancora cosa succederà dal 4 maggio con la “fase due”.

Noi sociali del territorio non abbiamo mai chiuso, siamo sempre stati in prima linea: 52 sono i giorni trascorsi fino ad oggi da quando questo virus è entrato a far parte della mia vita lavorativa. È stato come un colpo di spugna, come quando all’università il professore cancellava la lavagna: così, da un giorno all’altro è stato come se tutti i bisogni e le problematiche presenti non esistevano più.

Cancellati. Ma come si fa con chi aspettava un posto in casa di riposo? Con i senza fissa dimora? Con i bambini? Con i disabili? Con i centri diurni chiusi? Come si fa a lavorare stando solo in un ufficio, senza potersi muovere, sempre sull’attenti e con una mascherina addosso? Che strumenti posso usare se il mio lavoro è fatto per il 90% di relazioni con gli altri? Come spiego tutto questo agli utenti?

La risposta è solo una: per telefono. Se nessuno si muove il territorio esplode. E tu sei lì e hai come unico mezzo una linea fissa.

Il virus ha stravolto tutto: è entrato nella vita di ognuno di noi senza chiedere il permesso, apparentemente inarrestabile, lasciando dietro di sé morti e solitudini a cui io personalmente non ero preparata. Non ci sono risposte sul domani. Si vive l’attimo. Non è facile trovare soluzioni o mantenere le distanze pur dando l’impressione di essere comunque vicini. Esserci dall’altra parte di un telefono ormai non è più scontato. Non credevo fosse così difficile essere resiliente, eppure, ce la sto mettendo tutta, attaccata a un filo invisibile.

Ogni giorno chiamo gli utenti e cerco in loro la parte migliore di questo momento: faccio domande che un tempo mi sembravano banali: “Buongiorno signora, sono l’assistente sociale, come sta oggi? Ha visto che c’è il sole? Ha da mangiare? Mi raccomando mi chiami se ha bisogno e si ricordi che non è sola”.

Proprio ieri, uno di loro mi ha detto che ormai è talmente abituato a stare a casa che gli è passata la voglia di uscire e mi ha chiesto come si farà in questi casi. Non ci avevo mai pensato a come si fa se ad un certo punto non si vuole più uscire. Non ho una risposta, ma so anche che le abitudini si possono cambiare, ci sarà un post Covid e anche se non torneremo alla normalità, anche se la vita di prima non sarà uguale, anche se il servizio sociale dovrà per forza cambiare, io ci sarò. E tornerò ad uscire, il telefono non sarà la mia unica connessione.

In questo periodo ho scoperto che una chiamata può cambiarti tutta la giornata, ho imparato a dare il valore a quel telefono che continua a suonare otto lunghissime ore al giorno e io non ho risposte ma so ascoltare gli altri. Il giorno in cui potrò rifare le visite domiciliari, il giorno in cui andrò a trovare i miei utenti, il giorno in cui potrò rivederli, gli dirò che sono stati bravi e che restare in casa era la cosa migliore.

Gli dirò che sono contenta e, anche se non lo so se il peggio sarà davvero passato, noi siamo ancora tutti qua e io, sono lì per loro. Perché il virus, per quanto abbia capovolto e sconvolto tutti i miei programmi, ha tirato fuori la parte migliore di me dall’altro capo di un telefono e questo è stato possibile solo grazie a chi chiamava, ai miei utenti che hanno tirato fuori la loro parte migliore. Poco importa se lo hanno fatto lamentandosi dello Stato, chiedendo la spesa al domicilio, dicendo che non ce la facevano più e che si sentivano soli. Hanno resistito.

Io, assistente sociale territoriale, ho potuto conoscerli un po’ anche così, grazie alla loro voce senza averli mai visti. D’altronde non ne ho avuto il tempo, ma so che il giorno in cui tornerò sul campo, voltandomi per tornare in ufficio, sorriderò perché tutti insieme saremo riusciti ad uscire da questo momento storico che indubbiamente lascerà dei grandi vuoti dietro di sé ma che mi avrà fatto comprendere meglio l’anima intrinseca della parola resilienza.

Margaret Jaci Jungton è assistente sociale territoriale presso l’Unione Montana dei Comuni della Valsesia – Varallo Sesia (Vercelli).

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