1. Animazione Sociale
  2. News
  3. #RaccontaIlTuoServizio
  4. Il pedagogico, questo misconosciuto – Diario di un’educatrice che fa (faceva) tutoraggio compiti

_

Il pedagogico, questo misconosciuto – Diario di un’educatrice che fa (faceva) tutoraggio compiti

compitidi Maria Grazia Tognolina | 

La giornata di oggi, non so perché, mi sembra una di quelle che ruota tutta intorno a una costante: il tema della CASA.

Esco sul terrazzo, guardo dal secondo piano uno spazio verde e mi fa specie il mio corpo che si allunga sul corrimano del balcone, a protrarre lo sguardo verso il verde. Intravedo margheritine sul prato, macchie bianche che richiamano la primavera; mi immagino disegni di bambini, grida di bimbi che corrono, mi ritorna alla mente me bambina che correvo nei prati. Sporgersi fuori, vedere fuori; vivere, abitare il dentro.

Che cos’è tutto questo? Ci cambierà nel profondo? Se sì, come, quanto?

Apro fb e leggo dei post dirompenti, disarmanti “Restate a casa”. Sì, ma a casa delle famiglie infelici? (Rosa Fioravante, blog su HuffPost). Una analisi lucida di quanto le condizioni abitative contemporanee risultino inadeguate per una buona fetta della popolazione. La casa, la dimensione abitativa, è forse uguale per tutti? Riusciamo a pensare a quali sono le relazioni familiari che abitano uno spazio piuttosto che un altro? Quali equilibri, quali conflitti? Come incide lo spazio nella dinamica dell’isolamento?

Mi viene da pensare che se questo virus ha colpito il mondo indistintamente, senza badare a confini (un “virus democratico” nei suoi tratti salienti), esso non lo è, invece, rispetto al luogo in cui ci ha costretto a stare: c’è chi si isola in una casa che ha spazi, comfort, magari anche palestra fitness, e c’è chi è costretto a vivere in due locali o forse meno, magari con figli alle prese con la didattica on line, magari con un genitore occupato nello smart working.

E allora, come si legge nell’articolo, “nella restrizione di un diritto così importante come quello di movimento si annida oggi (fra le altre) un’emergenza per nulla secondaria: il diritto alla casa”. Considerazioni dalle quali si diramano pensieri importanti, e che si spera si traducano in azioni e pratiche concrete future, almeno in prese di coscienza.

Cosa accade quando la casa, quanto c’è di più privato, viene raggiunta (e forzatamente) dall’esterno che va verso l’interno? Cosa accade e quali interrogativi si sollevano quando i servizi entrano nello spazio domestico?

Queste domande hanno rimesso in gioco, e sul tavolo di mille (ri)pensamenti possibili, un elemento mio professionale che si è bruscamente interrotto,la seconda settimana dopo la chiusura delle scuole (in Lombardia).

Si tratta di un servizio individuale di tutoraggio compiti a ragazzi di Scuola secondaria di I e II grado che prevedeva la mia operatività presso la mia abitazione o presso la loro, con i relativi differenti significati rispetto all’uno o all’altro contesto.

In primis e al centro della mia modalità di agire educativo, peraltro sempre esplicitata e discussa sin dall’inizio con le famiglie, la costruzione di una relazione tra me e il ragazzo/a; tra me e i genitori, nonni o tutte le persone che attraversano la “scena” educativa. Una sorta di differenza che intercorre tra le “ripetizioni” e un supporto allo studio attraverso l’affiancamento di “un educatore professionale”. Parlare o semplicemente chiacchierare (anche con i familiari) considerate da me come variabili (intenzionali) fondamentali: tempi e spazi dentro l’ora di tutoraggio compiti scolastici necessari e fondanti la costruzione di una trama relazionale. Tutto reso esplicito, dal primo colloquio conoscitivo.

Dalla prima settimana di chiusura scuole, ovvero in una prima fase di inizio di didattica online, avevo avuto modo di affiancare (individualmente) per alcuni pomeriggi tre ragazzi. Li avevo visti per un verso con la voglia di “fare”, fare i compiti; ma per un altro molto disorientati, confusi. Avevo pensato fosse davvero un momento prezioso per riuscire a spostare un’osservazione verso il loro vissuto, magari con narrazioni, racconti, qualcosa che lasciasse anche per loro, per il loro futuro, una traccia di questo straordinario momento presente.

Purtroppo di questo mio “progetto” non se ne è fatto nulla: non c’è stato il tempo di articolare una proposta condivisa. Tutto il mio “servizio” è stato interrotto a partire dal giorno dell’entrata in vigore del DPCM che vietava gli spostamenti.

Se molti servizi hanno sopperito all’impossibilità di azioni educative in presenza attraverso il virtuale, nel mio caso non è avvenuto. La scuola chiusa come luogo fisico è proseguita con didattica a distanza e con questa “i compiti”, ovvero l’oggetto del mio “intervento educativo”.

Mi sono interfacciata telefonicamente con i genitori dei 5 ragazzi che “seguivo”: ho accolto i loro racconti, densi di perplessità, dubbi, critiche alla didattica online, spesso alla mole di compiti. Ho ascoltato, senza mai avere la voce diretta dei ragazzi. Quasi una ferita, questa, che mi lascerà degli interrogativi.

A fronte di una proposta lanciata con molta discrezione alle mamme, rispetto a una mia possibile supervisione dei compiti scolastici online, da parte loro nessun tentativo di prendere in considerazione l’ipotesi.

E nonostante questo, una comune risposta: “Certo che se le scuole riaprissero, avremo bisogno di te”. Cosa bisogna leggere tra le righe di queste affermazioni? La realtà virtuale è il vero ostacolo che impedisce la continuazione del mio lavoro?

Cinque famiglie: stesse resistenze (accettare di pensare il servizio in digitale); manifestazione di analoghi “bisogni”: ripristinare la mia operatività quando tutto sarà come prima, o quanto meno quando si potranno ri-abitare gli spazi domestici (servizio in presenza fisica).

L’atteggiamento delle famiglie mi ha lasciata disarmata, inerme. Mi costringe a rileggere a ritroso il mio agire professionale e a pormi delle domande: quale consapevolezza possiedono i genitori rispetto all’importanza delle dinamiche relazionali costruite, e all’interno delle quali ho operato un tutoraggio compiti dei loro figli? Avrei potuto fare di più? Avrei potuto agire in modo diverso? Avrei dovuto insistere su una sperimentazione online?

Nella mia zona ci sono centri privati che erogano lezioni, doposcuola, assistenza ai compiti scolastici e si sono proposti in modalità virtuale. Si tratta, però, di centri dove la lezione è concepita strettamente come disciplinare. Se nei doposcuola privati i compiti scolastici sono intesi come prestazione-contenuto, nella mia attività di educatrice i compiti scolastici sono collocati dentro un lavoro prettamente pedagogico.

Ho dato per scontata la visione delle famiglie? Il mio “scontato” non coincide con quello delle famiglie (e viceversa)?

Se tutti questi interrogativi hanno qualche dinamica sottesa, mi fanno pensare in modo auto-critico che questo periodo di lockdown può essere una opportunità per ripensare e trovare una migliore (o un’altra) centratura rispetto al mio ruolo. Anche se un “servizio” educativo è interrotto, il suo venir meno permette di far emergere qualcosa di significativo rispetto all’agire professionale specifico. Pregresso e futuro.

Maria Grazia Tognolina è educatrice professionale, svolge privatamente servizio di aiuto compiti a domicilio a Sondrio.

 Per acquistare un numero o abbonarti alla rivista >>>
 Leggi tutti i contributi arrivati #RaccontaIlTuoServizio >>>