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Il notturno si fa diurno – Un virus che crea servizi

martin whatsondi Veronica Rossin | 

Il DPCM dell’8 marzo, che ha preso tutti alla sprovvista e ha cambiato le nostre abitudini di vita nel salto di un weekend, si è fatto conoscere a livello mediatico e sui social con l’hashtag #iorestoacasa.

Parlare di casa, per le persone senza fissa dimora (SFD) e per chi lavora a contatto con loro, accende un interruttore che mette in stand by la psicosi generale, la corsa all’accaparramento di generi alimentari, mascherine, guanti e disinfettante.

Parlare di casa accende un dubbio amletico: va bene, io ci resto anche a casa perché una casa ce l’ho, ma come possono stare a casa i SFD?

Certo, le Forze dell’Ordine capiranno che sono in giro senza comprovato motivo (no, ahimè, visto che la prima multa a un SFD è stata fatta pochi giorni dopo l’entrata in vigore del Decreto) ma come si può fare per tutelare la loro salute?

Il Comune di Seregno (MB), la Parrocchia San Giuseppe, da 3 anni, sovvenzionano l’apertura di un dormitorio invernale del Piano Freddo, gestito dal Centro d’Ascolto della Caritas cittadina e Consorzio Comunità Brianza in un edificio dell’Istituto Don Orione.

Ogni giorno, una quindicina di ospiti fissi vi fanno ingresso alle 18.30; qua possono fare la doccia, cambiare i vestiti, cenare e hanno un loro posto letto dove passare la notte, ma alle 8 del mattino devono lasciare la struttura.

Noi che lavoriamo dentro questa struttura, tutti i giorni a contatto con persone senza fissa dimora, queste domande ce le siamo poste e l’unica risposta plausibile era esserci e diventare casa.

Così, da venerdì 13 marzo, giusto il tempo per interrogarci e organizzarci, il dormitorio notturno di Seregno si è trasformato in un centro diurno e notturno aperto h24, grazie al contributo della Fondazione Comunitaria di Monza e Brianza.

Da un giorno con l’altro, il personale che fa turno diurno ha dato la propria disponibilità e programmato attività per occupare il tempo degli ospiti: si è aggiunto un turno di pulizie, si gioca a carte e dama, si guardano film, si fa ginnastica dolce, si cucina, abbiamo portato libri di ogni genere e lingua …

La chiusura obbligatoria, pur nella sua drammaticità, ha dato luogo ad alcuni eventi piacevoli: abbiamo trovato un calcetto in prestito da un oratorio e abbiamo ricevuto un’ingente donazione di cibo da una mensa e da un bar per aperitivi della città; improvvisamente in tavola è comparsa un’abbondanza mai vista di generi alimentari poco comuni: porchetta, salame piccante, acciughe sott’olio, pizzocheri, surimi, gamberetti, paté di olive …

Alcuni ospiti hanno preso il posto dei volontari – che non hanno più accesso alla struttura – e svolgono le loro tasks di supporto all’operatore. Quindi, ad esempio, il pranzo e la cena diventano dei momenti di calda famigliarità in cui, invece che restare seduti e attendere di essere serviti, gli ospiti apparecchiano e sparecchiano la tavola, si affaccendano attorno alle pentole, si servono vicendevolmente il pasto…

Molti, avendo tempo a disposizione, si impegnano di più nella pulizia della struttura, si mettono in gioco in alcune attività insolite, sperimentano nuove socialità sia tra loro che con gli operatori e si godono un ambiente domestico.

E c’è stata anche occasione di scambiarsi qualche impressione sulla situazione e queste sono alcuni dei commenti degli ospiti:

“È una situazione difficile da giudicare perché ci spiegano quello che vogliono. È un nemico che non si può vedere e quindi bisogna stare tutti uniti e rispettare le regole, sperando che servano a qualcosa. Queste regole hanno cambiato la mia vita perché prima uscivo a cercare lavoro, visitavo mia mamma e stavo con gli amici mentre ora devo restare chiuso in casa tutto il giorno e non è facile”. – G.V.

“È un avvenimento raro e drammatico, di difficile gestione anche per le tempistiche. Ci sono dei personaggi che boicottano e remano contro, ma li conosciamo già e non potevamo aspettarci di meglio perché vogliono solo arrivare al potere. Secondo me Conte la sta gestendo bene. Bisogna rispettare i decreti e le indicazioni dell’OMS. Questa situazione ha cambiato la mia routine: prima uscivo, andavo a Milano o a Como, stavo al bar; ero più impegnato ma avevo ritmi regolari, anche per il sonno”. – P.G.

“È la prima volta che mi trovo coinvolto in una situazione simile, in cui stanno morendo tante persone. Però penso che molte morti siano dovute anche al ritardo nel dare le informazioni e ancora adesso non ci stanno dicendo la verità. A causa del virus non ho potuto iniziare una borsa lavoro né partecipare al bando per una casa e questo mi ha portato a farmi tante domande sull’incertezza del mio futuro. Inoltre, l’inattività mi pesa molto perché io faccio fatica a stare chiuso in un posto; prima camminavo tutti i giorni – fino a 20 km – incontravo la mia assistente sociale o i miei amici in biblioteca o andavo a trovare la mia fidanzata, che abita a Brescia. Tutto questo ora mi manca” – L. F.

“Questo Coronavirus ha cambiato un po’ tutto e ha bloccato tante cose, come il bando per l’assegnazione delle case popolari a cui stavo partecipando; ha cambiato molto nelle mie aspettative e nei miei progetti ed ora non so che cosa farò quando finirà questa accoglienza invernale. Abbiamo tutti paura del contagio e questo influenza anche i rapporti tra di noi ospiti; influenza anche le nostre routine: io prima trascorrevo le giornate alla biblioteca del paese accanto mentre dover stare in casa è noioso. Ora, anche le riviste e i quotidiani parlano tutti solo di Coronavirus e questo non è incoraggiante. È sicuramente qualcosa che non riusciremo a dimenticare.” – G. P.

Veronica Rossin è case manager nei servizi del Consorzio Comunità Brianza di Monza (MB).
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Illustrazione di Martin Whatson – street artist

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