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Tutti danno il loro contributo – Il dormitorio ai tempi del coronavirus

Dormitorio Galgariodi Nikolas Semperboni, Maggioni Andrea, Piazzi Samuele |

C’è un tempo per andare. E un tempo per restare. Difficile, forse paradossale, raccontare quanto stia accadendo al Dormitorio cittadino “Il Galgario”. Eppure il clima di straordinarietà, legato anche alla straordinarietà di determinate misure stabilite, impone una più ampia riflessione.

Da una parte, le inevitabili restrizioni, varate per far sì che questo dannato Coronavirus si fermi, evitando ulteriori contagi e ponendo fine al quadro, fatto di morte e disperazione, che ha scandito nell’ultimo periodo la vita di Bergamo e dei suoi cittadini. Dall’altra parte, la necessità di proporre una soluzione plausibile, a chi una casa non ce l’ha. Restate a casa – ci dicono. Ma chi una casa non ce l’ha, come farà?

Ecco allora spiegarsi il perché di una serie di accorgimenti, attuati nelle ultime settimane, riconducibili a uno stravolgimento degli orari e delle abitudini dei senzatetto di stanza presso “Il Galgario”. Si dorme un po’ di più, perché dalle 07.00 la sveglia è passata alle 08.00. Clamoroso, verrebbe da dire, sorridendo sotto i baffi, perché non è raro sentirsi chiedere: “Perché non ci fate dormire un po’ di più?”. “Se poi non sappiamo dove andare, tanto vale fermarci un po’ di più qui”. “Ah, che bello sarebbe svegliarsi a mezzogiorno, almeno la domenica”.

La ciccia viene però dopo, perché è l’istituzione del pranzo al “Galgario” che suona da autentica rivoluzione. Così dopo aver lasciato la struttura entro le 9.00, gli ospiti fanno ritorno per le 11.00, senza resse, evitando inutili e rischiosi assembramenti, attendendo la rilevazione della temperatura corporea prima di raggiungere i locali adibiti al consumo del pasto. Il mitico salone, luogo-fulcro per le attività che si sono fin qui susseguite, dai laboratori di teatro e scultura alle ospitate concesse alle associazioni che convergono nel dormitorio per le periodiche riunioni; ma anche un paio di sale-extra, forse più improvvisate, ma certo non meno accoglienti.

Grazie al momento del pranzo, allestito con il supporto dei ragazzi dell’Accademia per l’Integrazione, inizia a trapelare il clima di convivialità, di complicità, di compartecipazione alla causa. Perché gli operatori tornano in servizio, magari dopo aver concluso, soltanto due ore prima, il turno notturno, prestandosi completamente al via-vai dell’intera struttura. E perché gli ospiti non sono più semplici ospiti, clienti nell’accezione più consumistica, bensì parte integrante e, soprattutto, responsabilizzata.

Tutti danno il loro contributo. Chi per spostare tavoli e sedie, chi per ritirare i contenitori del cibo fornito da Caritas, chi per ricordare che soltanto pochi minuti prima aveva riscontrato una temperatura corporea critica e necessita di una riprova, oppure anche soltanto di una rassicurazione. Chi 37°, chi 37,4°, chi 37,8° ma aveva il berretto di lana in testa. Quindi, val la pena riprovare, magari scherzando sul fatto che davanti a questa pandemia diventiamo tutti aspiranti dottori. Questione di soggettività, perché il Coronavirus fa più paura a qualcuno, mentre qualcun altro non vuole pensarci. E allora l’operatore scende in campo, per ricordare che in questo momento, più che in qualunque altro, con la salute non si scherza.

Il pranzo è allora servito. Sostanzialmente divorato, tanto che in un baleno risalta l’impellenza legata alla grande incognita proposta da queste ultime settimane. Come impiegare il tempo? Come è possibile convivere con la noia, senza che questa ceda il passo a una sensazione di soffocamento? Sensazione plausibile, laddove il mondo esterno presenti qualcosa, o qualcuno, in grado di oscurare la precauzione, inducendo l’ospite a mollare gli ormeggi, magari in maniera un po’ truffaldina.

Da subito, il diktat si è fatto perentorio. Dal “Galgario” non si esce. E se proprio devi uscire, per le cosiddette cause di forza maggiore, non tornare prima delle 20.00, orario fissato per l’apertura serale. Un soggetto in meno all’interno della struttura significa più spazio per tutti gli altri, oltre che un potenziale motivo di preoccupazione in meno. Ma là fuori, cosa c’è ad attenderti? Ecco allora esplodere il mix di serena impotenza, rassegnazione e apprensione, che implica come prima cosa quell’elasticità, quell’appigliarsi a qualsiasi compromesso pur di non sclerare, che compete all’operatore.

Ogni ospite vale un’istanza, il cortile interno è quello che è e non è facile prendersi in carico tutto, o tutti. Molto meglio lasciare libero sfogo alle esigenze di ciascuno, attraverso l’apertura pomeridiana delle stanze, concessa soltanto grazie allo straordinario – ma pure ordinario, considerando il mazzo che si fanno tutti i giorni, estate o inverno che sia, con o senza pandemie di mezzo – lavoro di donne e uomini delle pulizie, splendidamente sul pezzo e attente a sincronizzare gli orologi su un cronoprogramma ballerino, elastico anch’esso, soggetto a una vasta gamma di imprevisti. Donne e uomini dall’operato spesso oscuro e silenzioso, e che, come tutti noi, vivono di gioie e dolori. E che come noi meritano di tanto in tanto un sorriso e una gratificazione.

Dopo la pennichella, tra pomeriggio e sera rifiorisce la vita, tra merende, avvicinamento alla cena, sempre approntata grazie a Caritas, e una serie di incombenze, pulizia degli spazi in comune in primis, appannaggio degli ospiti. Ci sono i turni, ci sono apposite tabelle affisse che li indicano e tutti tornano parte ugualmente preziosa, nell’ottica della compartecipazione. E dopo-cena, un rilassante tè caldo chiude i battenti della giornata, nonostante l’attività si prodighi ancora attraverso la lavanderia e l’immancabile questionare, su ciò che è andato storto, o poteva andare meglio. Dentro il “Galgario”, ma anche fuori.

La vita va avanti; il lavoro, almeno per qualcuno, anche. Il momento è critico per tutti. Ma insieme, dando prova di coralità e di collegialità, al di là di stigmi o etichette, ne usciremo.

Nikolas Semperboni, Maggioni Andrea, Piazzi Samuele sono operatori del dormitorio cittadino del Galgario di Bergamo è gestito dalla cooperativa sociale Il Pugno Aperto di Treviolo in partnership con Caritas e cooperativa RUAH.

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