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Il filo dei giorni in una comunità per minori

Simona Mulazzanidi Daniela

Lavorare in una comunità residenziale educativa per minori al tempo del coronavirus è davvero una gran fortuna! Certo, amo il mio lavoro, è una scelta che faccio quotidianamente da molti anni.

Dopo il momento iniziale di grande preoccupazione – “E adesso, cosa cavolo facciamo?!” – non potendo più partecipare a impegni sportivi-musicali-ricreativi all’esterno, per non parlare del contatto fisico, delle coccole e degli abbracci, ci siamo strutturati.

Con l’aiuto della psicologa che segue da anni la nostra équipe e con la guida della nostra responsabile, ciascuno di noi educatori/trici ha provato a tirare fuori il meglio di sé, dandoci reciproco ascolto e sostegno, puntando ciascuno/a sulle proprie peculiarità e caratteristiche, dimostrando, ancora una volta, la ricchezza che contraddistingue il nostro gruppo di lavoro. A disposizione dei ragazzini.

Certo, per cominciare ci vuole un po’ di organizzazione!

Allora ci si porta dietro un cambio di abiti da tenere solo in comunità e, indossata la mascherina, si parte dalla sveglia del mattino: non troppo presto ma nemmeno tardi, alle 8 può andar bene. Ci permette di seguire ragazzini/e nelle operazioni di risveglio (con qualcuno/a scegliere il look della giornata, con i più piccoli rifare il letto insieme perché possa essere più accogliente la sera, con chi è più fantasioso/a trovare una nuova acconciatura da sfoggiare), fare in modo che facciano la colazione e poi trovare per ciascuno/a la collocazione migliore per affrontare la mattinata.

Spesso la scuola li impegna in videolezioni o videocompiti o video da guardare… insomma, tanti monitor, tante cuffie e tante giovani menti da seguire e aiutare a mantenere attenzione, concentrazione, motivazione. Perché all’inizio è stato stimolante adoperare le tecnologie per fare scuola; ma, dopo il primo entusiasmo, sono emerse le fatiche della mancanza di relazione col docente, coi compagni, con la materia stessa, privata dell’esperienza diretta e concreta. Se tante volte l’unione fa la forza (e allora ci possono essere piccoli gruppi di lavoro per tipologie di classe/età), altre volte essere in tanti/e può essere disturbante e rumoroso oltre che tecnologicamente impossibile (è una questione di Giga!!!).

Gli orari delle videolezioni sono spalmati su mattine e pomeriggi, a volte davvero un po’ troppo lunghi (c’è chi finisce alle 18 del pomeriggio, sob), ma per ora ragazzini/e reggono bene: sono davvero in gamba.

Proviamo anche a prenderci qualche pausa, oltre al pranzo che, dalle 13, ci occupa circa un’ora e mezza (tra chi apparecchia prima e chi sparecchia e fa la lavastoviglie dopo).

Un po’ di relax dopo mangiato, se le videolezioni ce lo permettono; oppure un torneo di ping-pong, una sfida a calciobalilla, una partita a carte. Quando il tempo è bello possiamo scendere in cortile: la nostra struttura ha questa fortuna, di avere un grande spazio all’aperto con un canestro da basket, una rete da pallavolo, due cassoni pieni di terra per fare l’orto… e pochi vicini. Così possiamo accendere la musica e fare veri e propri allenamenti fitness (che abbiamo anche ripreso e inviato al prof di educazione fisica) o partite a palla prigioniera dopo aver saltato la corda, giocato a “schiaccia7” o a “Ventuno”, per non fare sempre la solita ammucchiata a calcio…

Per andare in cortile si passa dalla sala prove musicale dove, se ci sono le giuste condizioni, ci si può anche fermare a suonare la batteria, la chitarra, il basso e a cantare, tanto per non perdere l’allenamento e l’apprendimento fatto con il progetto musica della “Scala del Re”.

La merenda delle 16 spezza un po’ il pomeriggio a metà, dividendo anche i più grandi dai più piccoli. Sì, perché chi ha già compiuto 14 anni ha diritto ad avere l’uscita con il cellulare… beh, adesso ha diritto ad avere il cellulare senza l’uscita, ma è comunque un piccolo spazio di libertà che, di questi tempi, è molto apprezzato.

E poi arrivano le 18 e ci si rilassa tutti facendo la doccia, fermandosi un po’ nello spazio della propria cameretta o trovandosi un angolino di tranquillità in sala tv. Si cerca di raccogliere le energie della giornata, vedendo un po’ cos’ha prodotto, e ci si prepara al momento serale, con il cambio educatori/trici per il turno di notte che avviene all’ora della cena, alle 19.

Avendo messo l’andare a letto verso le 22,30, ciascun educatore/trice propone magari la visione di un film, o la lettura di un libro, o lo spazio giochi un po’ più educativi (in questo periodo c’è anche il progetto “Connessioni” che impegna quindicinalmente il gruppo dei grandi in una videoconferenza con altri/e ragazzini/e per confrontarsi sulle loro esperienze e sfide). Questo mentre l’altro/a collega segue le numerose videochiamate o telefonate da parte dei familiari. Già, perché questo è uno dei momenti delicati: lo è già di per sé, ma questa emergenza sanitaria lo ha reso ancor più carico di emotività, tensioni, conflitti, paure, speranze, desideri… mancanze…

Quando è iniziato il lockdown lo scorso 9 marzo, oltre all’interruzione della frequenza scolastica che già era iniziata con le vacanze di carnevale a febbraio, per ragazzini/e ospiti della comunità educativa “Peter Pan” si è trattato di rinunciare a incontrare le proprie famiglie, o alcuni dei componenti, nelle varie modalità che erano previste da ciascuna situazione. E la spiegazione data loro è stata quella diffusa dai media, ma mediata dalle nostre parole e da quelle ricevute dai loro familiari, mirate a contenere allarmismo e panico per dare spazio a buone pratiche e alla condivisione dei loro pensieri.

Quando potrò rivedere mamma/papà/nonni?“, è questa la domanda che più spesso ci siamo sentiti rivolgere. Nell’attesa abbiamo aumentato il numero delle telefonate a ciascun nucleo familiare, proposto di scrivere letterine, fantasticato sul futuro e parlato delle emozioni presenti.

Daniela è educatrice nella comunità per minori “L’Isola di Peter Pan” a Murazzano (Cuneo), gestita dalla Cooperativa Operatori Sociali (COS) di Alba.

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Immagine di Simona Mulazzani

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