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Il supporto telefonico alle persone accolte in progetti di housing first

housingdi Erika Trombotto | 

Alcuni giorni fa, apro la casella di posta elettronica e arriva una delle tante mail giornaliere… ma questa si intitola “Supporto telefonico alle persone accolte in progetti di Housing First nelle città italiane in periodo di emergenza Covid-19”.

Mail che ha la funzione di dare un supporto agli operatori sociali (psicologi, educatori, assistenti sociali ecc.) che in questo momento aiutano le persone in una condizione di fragilità e in un momento così delicato.

Le prime parole che mi risuonano leggendo sono:

La chiamata al telefono diventa “la visita”!

Ebbene sì in questo momento, dove il mantra è “io resto a casa”, è proprio così.

La caratteristica più importante di qualsiasi comunicazione è la qualità della relazione tra la persona e l’operatore e lo sforzo che in questo momento siamo tenuti a fare è proprio quello di convertire l’empatia e la cura al telefono. Uno strumento utilissimo e utilizzatissimo, ma distanziante, freddo e che non permette un contatto umano vero.

E allora dobbiamo cercare di prenderci abbastanza tempo al “telefono” per fare la “visita”.

Come la persona è felice quando ci apre la porta della propria casa per vedere il proprio operatore e condividere con lui la settimana, allo stesso modo dovremmo riuscire a trasmettere, o almeno ci proviamo, la stessa emozione quando le persone rispondono al telefono e sentono una voce “amica”, lì per loro.

Uno spazio per capire come stanno gestendo l’ansia che la pandemia e la quarantena possono generare, come stanno vivendo il tempo che spesso non scorre, la loro noia, la confusione, la frustrazione e soprattutto la loro solitudine in casa.

E allora eccomi qui tutte le mattine, dopo aver preso un caffè e fatto le coccole al mio gatto, a fare le “visite” quotidiane: iniziano gli invii di messaggi del buongiorno, i vocali whatsapp per aggiornare le persone sulle novità, le telefonate fatte e ricevute, ognuna con il tempo e le attenzioni necessarie e la presa in carico, per quanto possibile di alcuni bisogni.

Mi vengono in mente il Sig. M. e il Sig L.; poco prima che esplodesse l’emergenza, erano riusciti a ottenere le chiavi della loro futura casa, la loro prima casa, dopo anni di strada e di dormitori, e oggi, non possono entrarci e devono gestire tutta la frustrazione e l’attesa, aspettare che riprenda gradualmente la normalità e che si possa anche solo ricevere il materiale per dare il bianco, che l’idraulico possa iniziare i lavori e che arrivino la luce e il gas.

E che dire di C., che ha dovuto sospendere il tirocinio, iniziato con fatica, ma dove oggi aveva trovato un suo spazio di autostima, di condivisione e di amici, dove la visita domiciliare era il suo momento tutto per sé per esprimere le sue difficoltà, le sue ansie, le sue idee e anche i suoi momenti di gioia.

E se penso ad A., tutte le volte che lo chiamo, mi chiede come sto per poi chiedermi: “Quando tornerai a trovarmi?”. Queste sono solo alcune pillole di ciò che queste persone provano ed esprimono ogni giorno.

Poi c’è anche tutto il resto… quello che provano gli operatori, abituati ormai da anni a mettere da parte le loro emozioni, per dare priorità ai loro clienti. Ma credo che ad oggi, ai tempi del Covid-19, le emozioni di tutti si accomunano e si accavallano. E l’emozione comune, dopo la paura, è “andrà tutto bene”, speriamo.

Erika Trombotto è psicologa per la cooperativa sociale Terra Mia e per il Servizio Housing First AbiTO di Torino.

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