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A fine turno gli occhi bruciano un po’ – L’irruzione delle tecnologie nella relazione educativa

phone-3594206_1920di Giorgia Ravasio | 

Chi l’avrebbe mai pensato che le tecnologie sarebbero entrate in maniera così prepotente nel lavoro educativo?

Quando torno a casa a fine turno gli occhi bruciano un po’, le braccia sono come intorpidite e il cellulare puntualmente scarico.

Da un giorno all’altro mi sono ritrovata a rinnovare il mio abituale set di strumenti per il lavoro educativo con le famiglie e i ragazzi che seguo, di cui ero solita sentire la presenza all’interno della mia stanza colloqui o condividere con loro esperienze sul territorio incontrandoli nei luoghi pubblici o nelle loro abitazioni.
Improvvisamente eccomi impegnata a cercare piattaforme digitali dai nomi più disparati, fare i conti con la complessità, ritenere indispensabili un paio di auricolari e avere uno schermo davanti al viso per circa tre quarti della giornata.
Ecco che le tecnologie si sono trasformate nel mio nuovo mediatore della relazione educativa. Non più lo spazio fisico ma quello virtuale, non più un corpo consistente, presente, fatto di materia ma un’immagine bidimensionale, un po’ sfocata.
Dopo diversi tentativi, non poche resistenze, inciampi, disguidi tecnici, appuntamenti mancati… sorprendentemente l’evento educativo accade. Quel processo che attiva nei due soggetti della relazione, l’educando e l’educatore, una dialettica di punti di vista che nel reciproco incontro producono un cambiamento.

Scettica fino in fondo sull’utilizzo di dispositivi elettronici, pensavo non funzionasse, invece mi sono resa conto che a cambiare sono i modi con cui la scena educativa viene allestita, perché l’uso di uno strumento tecnologico che fa da mediatore impone una nuova intonazione sensoriale e quindi corporea. Il telefono che si porge all’orecchio chiede che tutta l’attenzione si concentri lì, nell’udito, per cogliere il tono di voce dall’altro capo del telefono. Si scopre che ora più che mai le persone hanno bisogno di parole e di tempo, e che quando si apre il campo relazionale lì si costruisce un filo invisibile che tiene uniti.
Piano piano lo strumento diventa famigliare, crea un ponte che attraversi con sicurezza. La videochiamata si trasforma in un portale d’accesso a una quotidianità inedita e inesplorata. Non solo l’educando che fa entrare l’educatore nel suo mondo ma per la prima volta è anche viceversa. Così possiamo apparire meno supereroi e più esseri umani. I ragazzi hanno un gran bisogno di questo tipo di autenticità e si partecipa contando su quel filo invisibile che anche loro imparano a tessere.

Continuare a svolgere il lavoro educativo in questo momento obbliga alla flessibilità, alla pazienza e alla creatività. Comporta re-inventare nuovi modi possibili.

Giorgia Ravasio è educatrice in un Servizio Minori e Famiglia a San Giuliano Milanese.

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