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Gli echi del mio lavoro mi fanno compagnia – Pensieri di un’assistente sociale sulla via di casa

spring-4141645_1920di Elena Garrione | 

Le stelline di cartone appese alla ringhiera che delimita la scuola primaria ondeggiano appena, sospinte dal leggero venticello. Al di là di questa ghirlanda un po’ consunta, si vede il cortile ricoperto di ghiaino, vuoto: i bambini sono a casa.

Trenta, forse quaranta, passi più in là un giovane albero dalla magnifica fioritura cattura il mio sguardo. “Magnolia rosa” penso, osservando quei meravigliosi calici illuminati dal sole. Non sono sicura che sia proprio quel tipo di pianta: non me ne intendo. Ma prendo quell’immagine come un dono di questo strano rientro a casa. Un dono della natura, che – rifletto – continua imperterrita i suoi ritmi anche se i nostri sono cambiati.

Sto tornando a casa dal lavoro, a piedi. Mi concedo il lusso della passeggiata, visto che non bisogna portare o andare a prendere a scuola le ragazze, né ci sono visite domiciliari o incontri fuori sede da effettuare. Il lavoro è cambiato, come quasi tutto, negli ultimi giorni

Svolto a destra sbucando sul marciapiede di un viale più grande. Due signore con la mascherina passeggiano affiancate, chiacchierando. Mi vedono e rallentano il passo. Io accelero il mio. Normalmente, ci saremmo avvicinate senza problemi, ciascuna impegnata nel suo incedere verso la propria meta. Ora no: c’è la distanza di sicurezza da rispettare.

Più in là, nei pressi della rotatoria, incrocio un ragazzo che porta a spasso il suo cane. Andiamo in direzioni opposte, il marciapiedi è strettino, il metro ad un certo punto è difficile da rispettare, ma ci schiviamo il più possibile. Non c’è forse paura, ma c’è una distanza nuova che leggo nei gesti e nello sguardo tra l’indifferente e lo sfuggente, che non scansano tanto la mia sagoma quanto la cordialità del mio sorriso. Una distanza che temo rimarrà anche nei giorni del “dopo”, nel futuro di tutti.

Un signore, seduto su una poltroncina, vedetta confinata ai due metri quadri abbondanti del suo terrazzino, guarda il piccolo panorama di case e palazzi che la sua postazione gli permette di vedere. Osserva i passanti, quasi li controlla. “Sei autorizzato ad essere in giro?” pare chiedere a ciascuna delle solitarie figure che galleggia nel vuoto delle strade per lo più disabitate. Ho in mano l’agenda, sulla quale cade anche il suo occhio attento. “Sei andata al lavoro” pare dirmi.

 

Sì, sono andata al lavoro stamattina. E, come in ogni rientro a casa, gli echi del mio lavoro mi fanno compagnia, mescolandosi ai pensieri proiettati verso il resto della mia vita, verso i miei affetti e il mio privato. Ma questo rientro è insolito, perché sono a piedi e non in auto come la maggior parte delle volte, perché il lavoro di oggi è stato svolto con modalità e priorità nuove, perché siamo in emergenza.

Una signora scrolla lo straccio della polvere fuori dalla finestra di casa sua. Ci guardiamo per un secondo. Mi sembra così distante, lei immersa nel suo tran tran casalingo, io in questo trattino di congiunzione lavoro-casa.

Due cortili più in là una vecchietta passeggia, lenta, nel sole tiepido di questa primavera in arrivo. Accanto a lei, una donna statuaria vigila quell’uscita, utile ad entrambe – anziana e badante – ad ossigenare corpo e pensieri.

Procedo per la mia strada, cercando anch’io di ossigenare corpo e pensieri. E mi chiedo che cosa so io in più o di diverso da queste persone che ho appena casualmente visto. Cosa so, in più di loro o di diverso da loro, o in più o di diverso da quelli che oggi sono rimasti a rispettare quel #iorestoacasa che il mio lavoro non mi permette di considerare, almeno per le ore di servizio? Cosa so in più di loro, di diverso da loro, io che lavoro come assistente sociale da più di venti anni e che anche oggi ho fatto l’assistente sociale, che anche oggi sono assistente sociale?

Nulla” penso, perché in me prevale sempre l’atteggiamento socratico del nulla sapere. Non so nulla, esattamente come tutti quanti, in questo caos e in questo tempo sospeso, in cui si attende una notizia, la notizia, quella buona, quella bella, quella miracolosa, ma in cui le informazioni si susseguono lasciandoci tutti frastornati ed ancora in una strana apnea collettiva, in cui abbiamo sentito tutto e il contrario di tutto e siamo ancora un po’ increduli, un po’ scioccati, presi dall’incalzare di eventi che sfuggono al controllo, nostro e di tutti.

Ma intanto lo sguardo si posa ancora qua e là ed in automatico affiorano quei “so” che mi accompagnano sempre, ma che raramente considero importanti nella vita quotidiana.

So che le grida che provengono da quell’appartamento al terzo piano, nel palazzo marroncino anni ’70, non sono di due coinquilini un po’ isterici per le restrizioni imposte: i toni, le parole, la tensione palpabile anche da lontano mi raccontano di una frattura profonda, vecchia ma ancora aperta, come le finestre dimenticate spalancate ed incapaci di proteggere dagli orecchi altrui. Mi vedo la scena, al di là delle parole che sento, collego quelle urla a tante storie, raccolte nel mio ufficio, in ospedale, in qualche angolo riservato di una struttura di accoglienza, tra le mie mani, tra i miei pensieri, tra i miei strumenti di lavoro, tra i tanti, a volte contorti, percorsi dell’aiuto.

So che in una casa quasi uguale a quella di cui sto costeggiando il giardino, in un altro quartiere di questa stessa città, una donna sta arrivando al limite della sopportazione e che la chiusura – inevitabile – di servizi o di opportunità ha caricato di assistenza e fatiche molte persone come lei, in questi lunghi giorni già capaci di mettere alla prova anche le esistenze più serene. Non sono supposizioni o teorie, perché di alcune di queste persone che viaggiano in riserva di carburante con la quarta innestata e le ruote logore, io ho presente i visi e le voci, e i racconti, e gli sfoghi, e le richieste di aiuto…

So che qualcuno non ha di che mangiare, neanche un centesimo in casa, anche a voler affrontare la paura degli atti fino a ieri scontati e necessari per fare una semplice spesa: uscire di casa, entrare in un negozio, scegliere la merce calcolatrice alla mano, passare per le casse, portare a casa la garanzia della sopravvivenza. Piove sempre sul bagnato: soggetto fragile e pure senza un soldo… Non è mica semplice stare tranquilli e farsela passare, così. E il problema è la fame e il rischio di vita, non la rinuncia alle attività ludiche o mondane.

So che in questa come in tutte le emergenze si parlerà, tanto, di numeri e che io, il mio vicino di casa, la mia città e tanti gruppi e sottogruppi umani diventeranno numeri, persone e volti scomparsi dietro la maschera di una cifra. Capisco che è inevitabile, che quando il soggetto da tutelare è una intera popolazione, non si possa chiamare ciascuno per nome o per cognome. Ma so che non lo accetto veramente, perché per mia natura e probabilmente per una specie di ottica professionale, non riesco a scordare la necessità di riconoscere le persone dietro i numeri. Le persone e le loro differenze, il loro dolore, le loro specifiche grandi o piccole risorse.

 

Forse è anche pensando alle centinaia di volti e alle centinaia di storie che stanno dietro il numero 100, o al 1000, o al 100.000, che guardo con una punta di rifiuto i cartelloni appesi ai cancelli e alle finestre. “Andrà tutto bene” recitano e uniscono il quartiere in un unico arcobaleno. È un messaggio di speranza, di positività, di vicinanza, di forza. È stato passato ai bambini. Fa bene ai bambini. Fa bene anche a noi: bisogna staccarci dalla negatività e pensare positivo. Ma io ho la percezione di qualcosa di incompiuto in quello slogan, ho l’istinto di aggiungerci un però, o un ma, o un anche se. Perché, diciamocela tutta, alla fine per molti, per i più, andrà veramente tutto bene, ma moriranno delle persone e altre staranno male e soffriranno e pensando a quei singoli individui – che non sono più il numero x della popolazione y, ma un padre, una madre, un fratello, una sorella, un figlio, una persona qualsiasi ma una persona – non posso fare a meno di fare a quello slogan una piccola aggiunta, almeno col pensiero.

Alla fine andrà tutto bene. L’umanità ha affrontato tanti pericoli, tante battaglie anche ben peggiori, ed affronterà e supererà anche questa. Ma, nel dopo che tutti attendiamo, qualcuno mancherà all’appello, qualcun altro sarà molto cambiato, il mondo sarà poco o tanto cambiato. E speriamo che nel dopo-dopo tutta questa esperienza non venga dimenticata: bisognerebbe imparare a far tesoro delle esperienze, trasformarle in patrimonio dell’umanità e non dell’oblio

La sede di lavoro è ormai più lontana da me di casa mia. Proseguo, coi passi e con i pensieri. Cos’altro so?

So che non sono un’eroina e che il mio andare al lavoro non può essere paragonato a quello di chi – medico, infermiere, operatore sanitario – è impegnato in prima linea e a rischio più di tutti. So che la mia professione non può avere in sé l’essenzialità della produzione del cibo e della garanzia dei bisogni “base”. Però so che quel mio lavoro si colloca in un punto particolare: quella zona in cui si provvede al concreto e ci si occupa anche dell’impalpabile, passando per la ricerca di un pacco viveri o di un pasto, per la garanzia dell’assistenza domiciliare o di un tetto sulla testa, ma anche per l’ascolto e il sostegno e per la ricerca di un benessere che permetta “vita” anche ai meno attrezzati ad affrontarla.

So che una parte di me non ci vorrebbe andare, al lavoro, in questi giorni, perché è la paura a parlare anche in me. Ma sono consapevole che riconosco la mia paura perché sono abituata a chiedermi ciò che provo e a ragionarci in mille momenti professionali.

E di paura ne ho provata, negli anni lavorati, anche per la mia incolumità. Questa volta è una paura diversa, però, contagiosa come il virus che l’ha scatenata, diffusa come le notizie, variegata come le opinioni che si moltiplicano, atavica come l’istinto di sopravvivenza. Non è la minaccia alla mia sola persona, il rischio di aggressione fisica o verbale con cui tutti noi colleghi abbiamo tante volte fatto i conti. E non posso neanche pensare “se la prenda con me, lasci stare la mia famiglia”, perché qui è un po’ il contrario: se nell’esercizio delle mie funzioni il sig. virus se la prende con me, beh, me lo porto a casa, eccome… E, a casa, c’è la mia famiglia, cui racconto poco del lavoro, ma che ha alcune immagini di me professionista; una è quella che dice che gli uffici in cui lavoro sono un porto di mare, un crocevia in cui si ritrovano le persone più diverse, ciascuna con il suo bagaglio di difficoltà.

 

È vero: si poteva dire che il mondo entrava nel mio ufficio, fino a poco fa. Mi piaceva pensare che era anche quello un viaggio: stavo ferma dietro la scrivania ma rappresentanti di mezzo mondo, o di tanti mondi diversi per meglio dire, mi raggiungevano, carichi di bisogni e richieste, sofferenze e problemi, ma anche della loro diversità. Oggi no: le porte sono chiuse, si riceve solo su appuntamento, bisogna contingentare, abbassare il rischio, per noi operatori e per i cittadini. Oggi, i tanti mondi si chiudono nelle loro case, ammesso e non concesso che una casa ce l’abbiano tutti, e rimangono fuori dal mio ufficio, collegati a noi dal cordone ombelicale della necessità: servizi, sostegni, indicazioni, dei punti di riferimento, un contatto. Le modalità sono cambiate, anche un po’ il concetto di urgenza, ma in fondo in fondo mi pare di vedere emergere più che mai le priorità, quelle vere, quelle essenziali, quelle irrinunciabili per la persona umana.

E allora, tutti i mondi diversi diventano un unico mondo, fatto dei bisogni essenziali dell’essere umano e delle fragilità dell’essere umano.

Questo virus, che ci mette tutti a rischio, senza distinzioni di razza o ceto sociale, ci riporta a questi concetti di universalismo. Ma ci allontana anche… chiusi nel nostro isolamento, concentrati ciascuno sulla sua piccola grande battaglia.

Mi viene in mente un’altra cosa che so anche grazie alle persone che ho incontrato nel mio lavoro: la vita umana non ha lo stesso valore a tutte le latitudini o in tutte le situazioni. Io vorrei che lo avesse, ma non è così.

Mentre mi accingo a cercare le chiavi di casa, penso che forse la badante della vecchietta che ho visto passeggiare in giardino le sa meglio di me, queste cose: le sa sulla sua pelle… E che probabilmente quella vecchietta conosce più di me le restrizioni e le paure, perché ha vissuto la guerra, la sua fame e le sue paure, i suoi lutti e i suoi coprifuochi, le sue rinunce e i suoi piccoli sprazzi di speranza. E che magari la signora che ha scrollato lo straccio pieno di polvere sta facendo considerazioni analoghe alle mie, mentre pulisce casa …

Che storia ho da raccontare oggi? Tante storie e nessuna, oppure una unica, ma quella verrà scritta dopo e parlerà di tutto questo col senno di poi e con la chiarezza di fatti già accaduti, non solo ipotizzati.

Rientro in casa con un po’ di timore: di tutta la mia famiglia, sono l’unica che ha avuto contatti con l’esterno e mi sento il peso della responsabilità. Parlerò solo da lontano o per telefono con mia suocera o i miei genitori: preferisco la prudenza… Entro in casa però anche pensando alla professione che ho scelto e che mi accompagna sempre, nella lettura degli eventi come della vita, con quel bagaglio di conoscenze, apprese dalle vite degli altri oltre che dalla formazione e capaci di trasformare un “altro” completamente astratto e teorico in una persona reale, concreta, vera.

Marzo 2020

Elena Garrione è assistente sociale nei servizi sociali del Comune di Vicenza.

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