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Il diario di viaggio in un tempo di sosta – Educatori senza frontiere

3di Simona Di Gallo | 

Il mio lavoro di educatrice all’asilo nido si è interrotto da quando è iniziato questo periodo di isolamento, senza relazione coi bimbi è davvero complicato pensare a come continuare a distanza.

Eccomi quindi a parlare della realtà di Educatori Senza Frontiere (Esf), unassociazione che si occupa di formazione ed educazione in Italia e allestero.

Sono in questa associazione da solo due anni, ma ho già provato quasi tutte le sue sfaccettature.

Sono tante le attività che Esf propone: dalla formazione ai viaggi all’estero, dai percorsi di formazione (teatro, scrittura, arte, gioco) alla possibilità di partecipare a formazioni dedicate alle grandi aziende (perché non forma solo educatori), dai weekend intensivi ai progetti nelle scuole.

In Italia sono due le sedi: a Milano dove ha sede la comunità Exodus di Don Mazzi e a Roma presso una struttura dell’Opera Don Calabria. I loro progetti sono tanti e spaziano in qualsiasi campo dell’educazione all’estero (Madagascar, Honduras, Bolivia, Palestina, Angola) e in Italia (Isola d’Elba e Africo).

A settembre 2019, ho avuto la grande opportunità di andare a far volontariato un mese in Madagascar, presso il loro progetto ad Ambalakilonga, una comunità per minori che ha visto nascere negli ultimi anni anche una scuola per educatori, la prima riconosciuta in Madagascar.

In questa prima fase di quarantena la formazione di tutti gli educatori e volontari non si è fermata e anche se fisicamente lontani, gli Esf si sono spesso ritrovati coinvolti in attività di scrittura ma anche nella continuazione del percorso del Teatro fisico della nostra mitica Giorgia, formatrice storica di Esf.

Le attività proposte sono state molto varie e utili, soprattutto in un momento così delicato, in cui ci siamo tutti dovuti reinventare il nostro tempo e nel nostro essere educatori.

Abbiamo ascoltato i suoni che provenivano da dentro la nostra casa e da fuori, dalle nostre finestre spesso aperte, abbiamo ascoltato i suoni delle nostre città silenziose.

Abbiamo ascoltato le nostre paure e quelle degli altri Esf, ci siamo sentiti più vicini che mai.

Abbiamo scritto lettere a persone a noi care, ci siamo ricordati dell’importanza dei piccoli gesti.

Ci siamo ascoltati e abbiamo condiviso le nostre case, abbiamo dato voce agli oggetti che compongono le nostre giornate.

Abbiamo sfornato pane da lasciare ai nostri vicini di casa.

Abbiamo colorato e creato, abbiamo ascoltato musica, inventato storie improbabili per lasciare andare la nostra fantasia e la nostra creatività, sperando un giorno di poter utilizzare queste “tecniche” con le persone che ci troviamo ad aiutare nel nostro lavoro.

Ci siamo coperti il volto con le mascherine e abbiamo provato a scrivere ascoltando il nostro respiro dentro di esse, e abbiamo guardato i nostri volti sempre coperti, nascosti; condividendo l’importanza di prendersi cura di noi stessi e degli altri, noi che di solito siamo più per il prenderci cura degli altri.

Abbiamo dato voce al nostro corpo con piccole attività fisiche, abbiamo riscoperto l’importanza dei passi a piedi nudi e dei passi con le scarpe addosso.

Ci siamo ritrovati dopo tempo per chiederci come stiamo adesso e come stavamo all’inizio quando ci siamo ritrovati rinchiusi nelle nostre quattro mura.

Abbiamo scritto il diario di viaggio in tempo di sosta, una pagina per ogni Esf. Chi scriveva nominava poi l’educatore che avrebbe dovuto scrivere la pagina successiva. Ogni pagina veniva poi pubblicata sul sito dove vengono pubblicati tutti gli articoli delle nostre attività.

L’attività che abbiamo più condiviso e su cui abbiamo più lavorato è la cornice rossa. È iniziato tutto con la Formazione Speciale, quando questa attività è stata proposta a chi è in Esf da più di 2 anni, durante i 4 giorni di formazione per un gruppo di circa 70 educatori. L’attività ci è stata poi riproposta durante questa prima fase da G., la nostra super formatrice, in video- chiamate di gruppo.

La guerrilla art offre unalternativa alleccesso di immagini commerciali con cui ogni giorno ci confrontiamo, sotto forma di pubblicità, che ci esortano a comprare. Può veramente trasformare e aggiungere qualcosa al paesaggio culturale di un territorio. La guerrilla art può essere qualsiasi cosa tu voglia: unidea, unespressione, un movimento, unesperienza, uno sfogo, un modo di comunicare, un modo di documentare, una sfida, una forma di gioco, uno stato, una performance, unattitudine, una pratica, unimprovvisazione, un rituale”

La cornice rossa è la nostra guerrilla art, è la nostra sfida per cambiare punto di vista sui dettagli. Ogni educatore ha costruito quindi la propria cornice rossa su un cartoncino, ci ha messo dentro “il suo dettaglio” e ha scattato una foto.

Penso sia un po’ la sfida educativa: guardare le persone da più punti di vista.

 

Simona Di Gallo, educatrice, è volontaria dell’Associazione Educatori Senza Frontiere di Milano.

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