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La resistenza del servizio sociale professionale: due storie dal fronte

daisy-5009532_1920Servizi sociali Ambito distrettuale cremasco | 

“La storia siamo noi, attenzione nessuno si senta escluso
la storia siamo noi, siamo noi queste onde del mare”
(Francesco De Gregori)

“Le anime più forti sono quelle temprate dalla sofferenza.
I caratteri più solidi sono cosparsi di cicatrici”
(Khalil Gibran)

Quante settimane sono passate?
È il tempo che separa il prima dall’oggi, dall’inizio di questo incubo. Ecco, “incubo” è uno dei modi più ricorrenti per definire ciò che accade, sono giorni complessi con il Covid-19 che impazza e che ha fatto esplodere l’incertezza. Perché giorno dopo giorno sembra venir meno ogni punto di riferimento, ogni buona strategia organizzativa costruita, a fatica, in anni di serrato confronto tra i 48 Comuni dell’Ambito cremasco, con la città di Crema Comune capofila.
Abbiamo lavorato intensamente per anni per mettere in pratica una differenziazione tra le funzioni del lavoro sociale: accoglienza, presa in carico e lavoro di comunità, sostenendone le specificità e la necessità di investire per definire per ciascuna modelli organizzativi, buone prassi, operatori dedicati.
Questa pandemia Covid-19 sembra averci sospeso: interrotte le consuetudini, la programmazione, i servizi di prossimità che man mano si sgretolano, l’agenda resta vuota eppure le giornate sono piene. È come se fossimo catapultati in una bolla, sospesi nel tempo e nello spazio, in una realtà dove non ci sono differenziazioni nelle fasi del lavoro d’aiuto ma solo e solamente l’ascolto, l’empatia e il fronte.

Eppure, è tutto quello che abbiamo imparato in questi anni che ora ci viene in aiuto: le relazioni che abbiamo costruito sono solide fondamenta sulle quali, velocemente, troviamo un nuovo modo per esserci, per trovare la forza di re-inventare nuove modalità di relazione di aiuto, nuove strategie, tutti e tutte solamente (si fa per dire) impegnate a stare sulla soglia.
Presi tra preoccupazione e disorientamento (il tempo del capire è breve, il tempo dell’agire non si può rimandare) siamo tutti messi a dura prova, ma l’aver investito sulla costruzione di équipe territoriali oggi significa che nessuna assistente sociale è sola ad affrontare scenari inediti.
L’emergenza non è solo sanitaria, è anche emergenza sociale: i servizi sociali non si sono fermati, hanno continuato a operare, con continui adattamenti, per garantire interventi rivelatisi cruciali al domicilio; non lasciare sole le persone e non essere soli, attivando in rete con i servizi del territorio gli operatori e i diversi volontari che hanno condiviso la preoccupazione per la propria comunità, creando connessioni, lavorando assieme e unendo le forze.
L’aver imparato che il lavoro di comunità è un elemento fondamentale per la professione e l’aver coltivato in questi anni reti di volontariato sono un prezioso aiuto per dare risposte e aiuti prossimi ai cittadini; possiamo valorizzare tutto ciò che un territorio può dare, raccogliendo grande solidarietà e disponibilità: le persone dimostrano generosità inaspettate anche grazie alla reciproca fiducia costruita nel tempo.

Ogni giorno decine di assistenti sociali dell’Ambito lavorano sul fronte, impegnati a raccogliere i diversi bisogni, le innumerevoli richieste di aiuto, a volte davvero strazianti: persone sole impaurite, angosciate perché non possono accudire i propri cari, reti famigliari e amicali che si frantumano a causa della malattia, anziani al domicilio che affrontano la morte da soli, figli fragili e disabili lasciati improvvisamente soli a se stessi.
Veniamo a conoscenza di vite cariche di fragilità e vulnerabilità che mai prima si erano rivolte al servizio sociale: chi per un aiuto concreto, chi per un ascolto, chi è soltanto impaurito. Siamo immersi in una contingenza inesplorata, nella quale tutto va continuamente ridefinito, rimodellato in relazione all’emergenza. I ritmi sono frenetici ed è una continua ricerca di idee, opportunità, per trovare forme di supporto e sostegno a chi è in difficoltà e per far fronte alle numerose richieste che arrivano al servizio.
E poi ci sono tanti morti, lasciano dei vuoti e non ci lascia indifferenti il dramma della mancanza di un rito di passaggio e di un ultimo saluto. E ancora sapere che l’imperativo “restate a casa” laddove la casa non è un luogo sicuro starà magari causando ferite ancora più profonde.
La vicinanza si esprime con forme inedite per noi: accogliere empaticamente, saper ascoltare per rassicurare e orientare senza la vicinanza fisica un po’ ci spiazza eppure, nella capacità di reinventare la professione, scopriamo che l’aiuto può essere mediato dai telefoni o dalle tecnologie per essere vicini, prossimi, per “attraversare i mondi delle persone”, per costruire quel lavoro di squadra che permette di generare legami di reciprocità e prossimità anche in queste condizioni.

I nostri racconti ormai cominciano tutti con … ricevo una telefonata.
Racconta un’assistente sociale di un piccolo paese alle porte di Crema. È il 6 marzo, al telefono è la mamma di Carlo: “Per favore stai vicina ai miei figli!”. La stanno portando in ospedale per un deficit di ossigeno. Pochi istanti per realizzare che è una mamma sola con due figli, Anna poco più che maggiorenne e Carlo, con autismo, nessun parente. Dunque, mamma ricoverata e figli in quarantena. In pochi istanti un groviglio di emozioni e la domanda delle domande: “E ora che faccio?”. Quello che io e altri abbiamo fatto, lo lasciamo raccontare a lei.

“Al momento del mio ricovero, che è avvenuto in maniera repentina e senza preavviso, la mia paura più grande nasceva dal fatto di non sapere come avrebbe reagito Carlo ad un distacco così improvviso e “brutale” dovuto al fatto di veder portare via la mamma con l’autoambulanza. Inoltre, ero preoccupata per Anna alla quale avevo affidato la gestione completa del fratello.
Immediatamente l’assistente sociale ha attivato un servizio di supporto e sollievo telefonico con i ragazzi che prevedeva alcune chiamate durante la giornata. Pur vivendo una situazione molto dura, ci siamo resi conto da subito di quanto fosse prezioso per noi questo contatto.
Anna ha vissuto questi momenti di relazione telefonica come una fonte dalla quale attingere energia. Sapeva di non essere sola: il sostegno emotivo telefonico ha creato un legame con l’assistente sociale che è divenuto nel susseguirsi dei giorni elemento certo di vicinanza affettiva, paragonabile ad un vero legame familiare, per l’intensità che rivestiva e che le ha dato la giusta carica per affrontare la quotidianità con il fratello.
Da parte mia ricevere messaggi regolari tramite l’assistente sociale su quanto stava avvenendo in casa nostra, e da parte di mia figlia, la quale mi rassicurava su quanto fosse importante per lei ricevere ed attendere le sue telefonate, è stato fondamentale per attingere a tutte le mie risorse nell’aiutarmi a combattere la malattia, consapevole che la mia famiglia non era sola, e che insieme potevamo farcela!
Abbiamo ricevuto anche aiuti molto concreti. Essendo in quarantena Anna e Carlo non potevano uscire e hanno ricevuto la spesa, i farmaci, la stampa dei compiti inviati dalla scuola e molto altro: non si sono mai sentiti soli, perché qualcuno provvedeva a loro con affetto ed attenzione. Oltre all’assistente sociale si sono prontamente attivati i volontari e l’educatore che ogni giorno effettuava videochiamate per supportare Carlo sia dal punto di vista scolastico sia dal punto di vista affettivo.
Da sempre abbiamo un ottimo rapporto con i servizi sociali, e questa situazione ha creato in noi la certezza che, seppur in lontananza fisica, il rapporto si è rafforzato in maniera intensa e unica.
La mia famiglia, da sola, non sarebbe stata in grado di affrontare un momento così duro fisicamente e psicologicamente. Non trovo parole sufficienti per ringraziare tutti per il sostegno ricevuto con varie modalità, per quanto ci hanno donato e continuano a donarci in questi momenti difficili, con dedizione e vicinanza sincera”.

Anche la telefonata che arriva a un’altra collega nel tardo pomeriggio mentre la giornata di lavoro sta (finalmente) per finire e si inizia a trovare il ritmo di un respiro normale, è di quelle che ti mettono alla prova. Ecco il suo racconto.

“È tardo pomeriggio, di giovedì, e la giornata di lavoro sta per finire. Suona nuovamente il telefono.
Laura, 17 anni, è conosciuta dai servizi sociali, vive con Giulio cui è stata affidata anni prima e il padre di lui ultraottantenne.
Giulio è ricoverato in gravi condizioni in quanto ha contratto il coronavirus; il nonno sentitosi male viene anch’egli portato in ospedale. Ora Laura è sola, positiva al coronavirus, minorenne. Bisogna organizzarsi subito. Ma come? Chiamo il servizio affidi, ma non trovo nessuno. Trascorre un’ora concitata. Laura è in ansia, non sa dove sia ricoverato il nonno e in che condizioni si trovi. Una vicina di casa, giovane donna appena maggiorenne, si offre di stare con lei. Si prendono le precauzioni del caso (guanti, mascherina, camere separate) e la vicina si trasferisce da Laura.
La mattina seguente cerco di comunicare con il giudice di riferimento del Tribunale dei Minori, ma senza esito. Impossibile trovare una comunità che accolga Laura positiva al Covid-19, non si tenta neppure. Si attiva la rete formale e informale.
La vicina di casa rimane la notte a dormire da Laura, il pranzo viene garantito dalla RSA locale anche in assenza di impegno di spesa e recapitato al domicilio dai volontari AUSER. L’associazione San Vincenzo fornisce un pacco alimentare per la cena e io mi impegno a chiamare Laura più volte al giorno, anche il sabato e la domenica. L’Assessore rimane in contatto con la vicina di casa per ogni evenienza e si mobilita con la sorella infermiera per capire dove possa essere ricoverato il nonno e come stia. Finalmente si rintraccia il nonno, le sue condizioni non sono gravi.
Dopo alcuni giorni, Laura deve recarsi in ospedale per fare il tampone, non lo fanno al domicilio. Ci si mobilita nuovamente: il Comune mette a disposizione l’automezzo, la vicina di casa si offre di accompagnare Laura per due giorni consecutivi. L’auto deve essere poi sanificata, ma non si trova un autolavaggio disponibile; l’assessore, con il supporto della sorella infermiera, si attrezza per farlo personalmente.
Il nonno rientra al domicilio ed è necessario ridefinire l’organizzazione domestica. Ogni giorno le cose cambiano perché non è facile far convivere un nonno ultraottantenne in quarantena e una ragazza di 17 anni. Però Laura capisce e collabora.
Una mattina Laura chiama allarmata, il nonno non rispetta la quarantena ed è uscito per fare la spesa. Cerco di tranquillizzarla e allerto i carabinieri che intervengono prontamente. Il nonno, ricondotto a casa, viene convinto a non uscire. Un altro giorno Laura m’informa che il suo cellulare è stato disattivato e che il problema non potrà essere risolto fino a quando Giulio non verrà dimesso. Per non lasciarla isolata trovo l’unico negozio aperto del paese e le acquista una nuova SIM. Ogni giorno si presentano e risolvono piccoli e grandi problemi nel paese blindato dove il Covid-19 rende tutto più lento, diverso, ma non impossibile.
Ora Laura sta bene ed è potuta rimanere a casa grazie alla sinergia tra istituzioni, associazioni di volontariato, un assessore temerario, una giovane donna, vicina di casa, che non ha esitato a dare la sua disponibilità a rischio della propria vita”.

Certo non è facile muoversi in questo contesto; gli assistenti sociali si trovano a esplorare strade dove si giocano ruoli inediti e coraggiosi e, nella resilienza, riescono a individuare la pista di lavoro. Si prospettano nuove realtà di lavoro dove ognuno assume dei rischi personali o professionali e si mette in gioco, contando sulla collaborazione dell’altro.
L’emergenza vede, seppur nella comunicazione a “distanza”, il concretizzarsi di quel lavoro di rete e di comunità sul quale tanto abbiamo puntato nel progetto “Fare Legami” (Welfare In Azione – Fondazione Cariplo). L’agire professionale dell’assistente sociale, nell’emergenza e nel contesto drammatico, ha attuato quelle prassi virtuose capaci di attivare e valorizzare le risorse comunitarie per raggiungere un obiettivo che ha condiviso con altri attori sociali. E il risultato è arrivato.

Quando sarà passata l’emergenza, è un altro mantra. Ci sentiamo al fronte, sul fronte, ma lo sguardo è già al futuro, alla necessità di fare tesoro di questa esperienza e di quanto ci sta insegnando, con la consapevolezza che nulla sarà come prima. Possiamo già individuare alcune tracce.

a) Abbiamo bisogno di sentirci comunità pensante, professionisti uniti nel confronto che diventa anche conforto tra colleghi, in grado di attivare veloci scambi informativi, consapevoli della necessità di sostenerci reciprocamente: il sentirci un “noi” non ci fa sentire soli. Non possiamo cambiare gli eventi, possiamo in questo momento trovare le risorse dentro ciascuno di noi per meglio viverli e affrontarli. Per riuscire ad ascoltare e ad accompagnare l’altro dobbiamo prenderci cura delle nostre emozioni; sperimentiamo anche l’impotenza, ci sembra di non fare abbastanza quando le cose precipitano e i servizi consueti (anche sanitari) rispondono parzialmente al bisogno.

b) La quotidianità del “prima” era troppo affollata di adempimenti burocratici e dunque la consapevolezza, che oggi tocchiamo con mano, di quanto la vicinanza umana permette di fare la differenza nella vita di qualcuno deve alimentare la motivazione primaria nel lavoro dell’assistente sociale.

c) L’uso del tempo non è una variabile indipendente; siamo costrette a essere molto più tecnologiche e magari anche in futuro potremo continuare a tenere riunioni senza costringerci a continui spostamenti.

d) Bisogni nuovi in scenari inediti richiedono risposte altrettanto inedite; è un allenamento notevole per comprendere che le strade non sono mai date a priori o costruite da altri, dipendono anche da noi, dalla nostra capacità di inventarci modi nuovi per fronteggiare la complessità dei nuovi bisogni, dalla nostra tenacia nell’affrontare una quotidianità ove gli schemi del passato non ci sono granché d’aiuto.

e) Facciamo comunità anche oltre l’emergenza: nei prossimi mesi, quando tutto sarà passato, saremo ancor più chiamati a “ricostruire” le comunità, a sostenere le relazioni umane nei contesti ove il Covid-19 avrà lasciato ben altri strascichi e tante persone e tante famiglie si troveranno a fronteggiare crisi economiche, sociali, relazionali.

f) Tocca a noi riuscire a far vedere e a far apprezzare il lavoro sociale alle organizzazioni a cui apparteniamo ma ci serve che esse ci supportino e che ci riconoscano altrettanto valore quanto quello riconosciuto a ogni forza sanitaria oggi in campo.

Quando sarà passata l’emergenza… avremo anche il compito di raccontare, a noi stessi e ai futuri operatori sociali, che si può operare anche in emergenza, si possono allestire luoghi di sosta in situazioni nuove per non farsi travolgere e per alimentare lo spirito della resilienza che certamente ci contraddistingue.
È doveroso per noi, ma lo è altrettanto per tutti i cittadini che oggi abbiamo il dovere di supportare.

Testo scritto dalle coordinatrici dei servizi sociali dell’Ambito Distrettuale Cremasco Daniela Bodini, Elena Brazzoli, Maide Lotti, Annalisa Mazzoleni, Patrizia Pedrazzini, Giovanna Sonzogni

* I nomi attribuiti alle persone di cui si racconta sono di fantasia.

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