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Là dove il tempo della vita è quasi finito – Storie da una casa di riposo

hands-4051469_1920di Filippo Tovaglieri |

Ci abbiamo provato. Non so quanto siamo stati bravi, ma almeno ci abbiamo provato. È sempre difficile rispondere a un anziano che ripete in continuazione di aver voglia di morire e che non capisce il senso della sua sofferenza. E lo fa, nonostante quell’amore donato e ricevuto per oltre novant’anni e, forse, ultima e unica fonte di vita.

Ma ora cosa rimane? Ora che quell’amore si ferma sulla soglia, che non può entrare, né essere accolto e tante volte nemmeno visto. Come spiegarne i motivi, così incomprensibili per noi, a quelle menti quotidianamente scavate dalla demenza?

Rimaniamo noi. Che presunzione! Chiamati a combattere la solitudine del loro cuore, travestiti da mogli, mariti, figli e nipoti o da qualunque cosa abbiano bisogno. Sì, perché se il pensiero si ferma, l’emozione no. Lei vive.

Certo, non sempre è bastato, o forse quasi mai. Perché l’amore per un famigliare non si compensa con niente, tanto meno con lo studio o con un po’ di buona volontà. Allora abbiamo chiesto il loro aiuto, cercando di accorciare le distanze e di spazzare via il tempo che passa attraverso strumenti moderni, mettendo i nostri sensi a disposizione di occhi e orecchie che giorno dopo giorno vedono e sentono un po’ meno. Ma che ancora guardano e ascoltano.

Gli schermi di quei tablet ci hanno portato nelle case delle famiglie degli ospiti, non senza difficoltà. Le canzoni di Benedetta ci raccontano le sensazioni quotidiane di chi, da casa, pensa ai propri nonni. Nove anni e una voce indimenticabile, è diventata la nipote di tutti: tutti pronti a riunirsi, in silenzio, in attesa delle sua videochiamata e curiosi di ascoltarla, ancora una volta. Dietro quel viso e quelle note abbiamo imparato a legger qualcosa di più profondo, abbiamo imparato ad ascoltar la sofferenza di chi è straziato dalla mancanza e dall’impotenza. Di chi vorrebbe essere qui con noi. Ma non può farlo. Di quelle famiglie obbligate a stare a casa e che darebbero tutto per trascorrere qualche minuto con i loro cari, ricoverati.

Da casa però arrivano anche belle notizie.

Guarda come cresce la mia pancia. Mancano due mesi. Poi nasce eh”. Eccolo, l’aggiornamento quotidiano della gravidanza di una nipote. E poi è nato davvero Marcello. Ma la sua bisnonna ancora non ha potuto abbracciarlo. Ci vorrà ancora un po di pazienza.

E poi la videochiamata di Ettore a sua moglie, ricoverata: non sono mai stati lontani più di due giorni in 55 anni di matrimonio, e ora sono quasi due mesi. Si mancano, se lo dicono. Purtroppo bisogna mediare la conversazione, sentono poco, ma almeno si vedono. Lui vorrebbe dirle altro, ma che vergogna dai, davanti a un operatore! Meglio di no. Tanto in quella faccia contrita Elisa sa leggere tutto quello che suo marito vorrebbe dirle. Si promettono di vedersi presto.

Accanto a loro, invece, si consuma una delle tante tragedie di questo periodo. È morta Lina al piano di sotto. Non una qualunque perché suo marito è qui, ricoverato come lei, ma in un altro nucleo. Non si vedono da inizio pandemia. E non si vedranno più. Dopo una vita insieme non possono nemmeno salutarsi per un’ultima volta. Il proprio passato sparito in un attimo. E il presente? Nessun gesto di congedo, una preghiera sussurrata tra sé, gli occhi persi di un marito che voleva essere altrove e che ora non vuole essere più.

Chiamano i figli, i nipoti, chiamano tutti, vogliono vedere, sentire, essere rassicurati: poi chiamano i curiosi, indagano, vogliono sapere solo perché le case di riposo sono sulle cronache di tutti i giornali. Non conoscono l’empatia, il rispetto, ma non vi parlerò di loro. Vi racconterò ancora alcune storie e le incredibili capacità dei nostri nonni.

Corpi rattrappiti, menti apparentemente vuote, motivazioni e desideri che si spengono, ma poi…

“Tua figlia ha voglia di vederti e parlarti, facciamo una videochiamata?”.

No, non ne ho voglia, mi chiama tutti i giorni, è da due mesi che siamo nella stessa situazione. Cosa abbiamo da dirci oggi?”. Eppure questa risposta rimane sulla punta della lingua. Ines chiede due minuti, si raddrizza sulla carrozzina, sistema sulle spalle il suo scialle, toglie qualche briciola dai pantaloni e, senza denti, fa uno dei miei sorrisi preferiti. “Ci sono, chiamala”.

E così torna a vestire i panni della mamma, sostiene, rassicura, sorride, a casa hanno bisogno di lei molto più di quanto credano. È uno sforzo immenso il suo, eppure, dopo una vita di fatiche, riesce ancora a trovare risorse impensabili. Consapevole di aver fatto la mamma, ancora una volta, sicura del benessere della figlia, si congeda. Smette di sorridere, torna comoda sulla carrozzina, toglie lo scialle. “Anche oggi è fatta”, esclama.

Poco più in là c’è Annina. In quarantena ha imparato a piacersi. Dopo una vita di capelli ricci e rossi, si guarda allo specchio. Si piace. Dove rimasto, il colore è spento. I ricci invece sono spariti. La parrucchiera ha dovuto chiudere il salone, anche qui. Si tocca i capelli bianchi, li mette in ordine con quelle mani che non si aprono più. Si riconosce, si accetta, anche così. Dopo mesi senza vedere la figlia, poiché si vergognava di mostrarsi in disordine, vuole chiamarla, vuole farsi vedere. La sorprende. “Guardami, ti piaccio?”. Lei, tradita da un briciolo di emozione, annuisce. Sa che sua mamma, donna autorevole e indipendente, ha trovato la forza e il coraggio di accettare i suoi limiti e i suoi difetti. Oggi ne è orgogliosa. Per la prima volta nella sua vita.

Infine una bella storia d’amore. Una storia d’amore vissuta per finta. O per davvero, dipende dalla prospettiva. Giulia è una donna felice. Dice che tutti si lamentano di non poter vedere i propri cari. Ma lei no. Lei si sente una privilegiata. Suo marito viene a trovarla tutti i giorni. La mente gioca, fa qualche sgambetto, ma ben venga se, ogni tanto, fa scappare da una realtà molto più grande e dolorosa. Suo marito è appena andato via, lei ne è convinta, lo vede, lo sente. In ogni momento della giornata si è appena allontanato. E visto che lei sorride, si asseconda.

“L’ho visto andare via, certo che lo hai scelto proprio bello, Giulia”.

Queste sono solo alcune storie, vissute per davvero, in una casa di riposo. Non sono altro che il dipinto di una realtà di cui si parla molto, ma di cui spesso si considerano poco le vite di chi la abita, gli ospiti, i famigliari, gli operatori. Nel bene e nel male, mentre da qui fuori, spesso superficialmente, si emettono giudizi e si esprimono opinioni insensate e poco rispettose a riguardo, lì si continua a vivere.

Dal nostro comportamento dipende molto di quanto gli anziani ricoverati potranno vivere nei prossimi giorni e mesi. Nel posto in cui il tempo assume un valore relativo poiché non si è più capaci di riconoscerlo e dargli significato, non si può più perdere tempo. La deprivazione affettiva e l’isolamento comportano conseguenze che pochi conoscono.

Il tempo perso qui, non si recupera più.

Siate ancora una volta pazienti, prudenti e responsabili nel vivere questa fase di pandemia. Molti di noi avranno tempo per colmare le proprie mancanze di oggi. L’invito è quello di vivere questo periodo pensando a chi di tempo ne ha meno di noi. O lo ha quasi finito.

 

Filippo Tovaglieri coordina il servizio socioeducativo di una RSA in provincia di Varese.

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