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“Dobbiamo proteggere le suore”. La vita in una casa per richiedenti asilo e rifugiati

mask-5008660_1920di Marta Marzorati | 

Chi l’avrebbe mai detto che il senso del nostro lavoro l’avremmo ritrovato durante una tale tempesta?

Lavoro in una delle isole felici dell’accoglienza – una casa in un’antica abbazia, dove in questo momento abitano 22 uomini adulti dai 19 ai 65 anni, provenienti dai contesti più disparati, ciascuno con il peso della propria storia.

Persone che vediamo ognuna per le sue vulnerabilità e bisogni, ma anche con le sue risorse, e che insieme, ogni giorno, tentano di ricostruire la loro vita a partire da una convivenza comunitaria con sei suore, un po’ anziane ma con la corazza di chi ha vissuto tutta la vita al servizio dei più emarginati, l’équipe (educatori e assistente sociale) e i volontari dell’Associazione che gestisce la casa di accoglienza.

Era lunedì 24 febbraio quando abbiamo sospeso la scuola di italiano con i volontari per dare spazio a una serata formativa sul Covid-19 e gli aspetti igienico-sanitari della prevenzione, tenuta da un medico dell’Ospedale Niguarda. Erano appena stati scoperti i primi casi a Codogno. Nessuno, allora, si immaginava che saremmo arrivati alla situazione che stiamo vivendo adesso.

Immaginavamo però molto bene la preoccupazione che notizie del genere avrebbero potuto destare in persone che magari capiscono poco l’italiano o hanno background socioculturali differenti, iper-connesse e quindi, tanto quanto noi, esposte a una miriade di false informazioni che seminano il panico, con la tensione aggiuntiva di parenti e amici che dalle loro terre di origine facevano continuamente domande.

Accogliere qualcuno non è dargli un pasto caldo e un tetto sopra la testa, magari in un centro-pollaio, mentre aspetta inesorabilmente “i documenti”, se mai arriveranno.

Accogliere qualcuno è, oltre a mettere in campo tutte le risorse materiali e professionali adeguate per garantire la massima tutela dell’individuo in un quadro legislativo/istituzionale che rispetti veramente i diritti umani, essere aperti alla relazione, disposti a costruire legami, a valorizzare l’individualità di ciascuno e la ricchezza che porta con sé.

Significa affiancare la persona nel suo percorso di comprensione della realtà in cui si è ritrovata a vivere e delle dinamiche che la sottendono, sostenerla nella ricerca di un nuovo senso, mentre mette insieme i pezzi di un’identità magari mandata in frantumi dai traumi subiti, ritrova speranza per ripensare il suo futuro e gli strumenti per renderlo possibile concretamente.

L’emergenza Covid-19 sbatte in faccia quello che già si sapeva ma non ci stancheremo mai di ripetere – il sistema dell’accoglienza in Italia è fallace non solo perché mancano un quadro giuridico/istituzionale tutelante, le risorse materiali e umane, ma soprattutto perché è carente di pensiero alla base dell’idea stessa di “accogliere”.

Come possiamo pensare di trasmettere e far rispettare le “regole per il contenimento della pandemia” in realtà dove le persone sono ridotte a cose, parcheggiate, stipate senza tutele, contesti che già nell’ordinario sono bombe a mano pronte ad esplodere, tanto si è focalizzati sulla gestione della quotidianità come fosse una costante emergenza, dove gli operatori sono relegati al ruolo di vigilanti?

Le settimane successive al 24 febbraio, nella comunità di accoglienza dove lavoro, sono state per tutti un crescendo di sbigottimento e paura, tensione e stress, tentativi di riorganizzare la vita quotidiana in un’ottica di “prevenzione e contenimento” dell’epidemia e di rendere comprensibile a tutti quello che stava succedendo, con l’équipe dimezzata e senza volontari, senza mascherine.

Abbiamo provato rabbia verso le istituzioni per cui noi operatori sociali siamo chiaramente gli invisibili tra gli indispensabili e i rifugiati l’ultima delle priorità. Abbiamo provato preoccupazione per i tirocini interrotti, i lavori che mancheranno quando tutto sarà finito, gli appuntamenti (attesi per mesi) per i documenti o il riconoscimento dell’invalidità sospesi, le conseguenze burocratiche e socio-economiche che questa crisi avrà sui percorsi di ognuno, per il fatto che chi è già ai margini lo sarà ancora di più. Abbiamo avuto paura del contagio di comunità, di mettere a rischio i più fragili.

Sono state però anche settimane di estrema collaborazione e comprensione reciproca, di umorismo, di riflessioni da vertice interreligioso sulla Vita e sulla Morte, di talenti che si ingegnano per rendere i tempi della quarantena più sopportabili. Di messa in discussione dei propri limiti. Di sperimentazioni di nuovi modi di lavorare. Di nuovi obiettivi. Di resilienza individuale e collettiva. Di solidarietà.

A. cammina con T., non vedente, avanti e indietro nell’orto, cercando di tenere la distanza. Non può più accompagnarlo per la solita passeggiata nel quartiere, perché “è vietato e sarebbe troppo rischioso per lui”.

I. fa ginnastica in giardino e si tira dietro qualcun altro, “contro lo stress”.

M. A. si adopera, senza sosta, nel risistemare ciò che è rotto in casa, mettendo al servizio le sue competenze da tutto-fare e insegnando agli altri che han voglia di partecipare assieme a lui.

U. prepara il tè per tutti. Y. e S. guardano il tg seduti sul divano, a debita distanza.

J. dice a K. tutto serio “dobbiamo uscire il meno possibile, per proteggere le suore, che sono anziane… ma anche T., che ha un problema di zucchero nel sangue” (è diabetico, ndr).

G., instancabile “rider”, mi chiede di aiutarlo a compilare l’autocertificazione prima di uscire e di dargli una mascherina.

E., il custode, ha paura di quello che succederà in Africa, “quando il virus arriverà lì”.

R. apre la porta agli operatori di Emergency, venuti finalmente a darci una mano per pensare un protocollo di emergenza, e li incalza, con fare intimidatorio, ”Lavate subito le mani”.

M. mi ricorda di stare attenta, di mettere la mascherina sul tram, perché se mi ammalo io, ci ammaliamo tutti quanti…. “E poi che casino, oh!”.

Marta Marzorati lavora come educatrice alla Grangia di Monluè, associazione che da più di 30 anni accoglie a Milano richiedenti asilo e rifugiati, parte anche della rete SIPROIMI.

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