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Diventiamo resilienti se alziamo lo sguardo – La fatica mentale di questi giorni

Alessio-Bdi Alessandra Oricchio | 

È sera e sto riguardando gli ultimi P.E.I, con un leggero ritardo rispetto alle solite tempistiche. Ho sempre rimandato questo momento perché c’era sempre qualcos’altro rispetto all’emergenza sanitaria che stiamo vivendo, che non mi ha permesso di portare a termine questo mio compito.

Da più di un mese, mentre in tanti stanno rallentando e magari sperimentando la noia, io mi sono trovata catapultata in una dimensione frenetica tra vita privata e lavorativa, fatta di imprevisti, nuova organizzazione da pensare, nuove informazioni da cercare, assimilare e far passare agli operatori. Nuovi bisogni dei ragazzi e degli operatori da percepire, rielaborare e cercare le relative risposte.

Grazie a una proficua collaborazione tra direzione e operatori è stato possibile riorganizzare i servizi residenziali cercando di superare le varie difficoltà che si sono presentate. Abbiamo creato postazioni internet per garantire lo studio a tutti, abbiamo scandito le giornate ricercando quelle routine perse, proponendo anche laboratori di vario genere.

In questo vortice mutevole di giorno in giorno, diventa quasi impossibile programmare. Perciò si vive alla giornata convivendo con il “peso” della responsabilità del prendere decisioni

Ai già mille pensieri si aggiungono i servizi diurni che hai dovuto interrompere da un giorno all’altro creando buchi nei minori e nelle famiglie che fino a pochi giorni prima seguivi e che oggi ti chiedi “come fanno ora che sono soli”? Cerchi di chiamare ogni tanto per sapere come stanno, ma altro non puoi fare.

Ma l’emergenza sanitaria non muta in positivo, anzi. Le restrizioni sembrano farsi addirittura più rigide. La fatica comincia a farsi sentire. Non è una fatica fisica, bensì mentale, perché vivi in un continuo stato di allerta, in un continuo non poter prevedere il futuro e una costante sollecitazione da parte del mondo esterno a dare risposte che magari anche tu non hai, perché le hai cercate dagli organi istituzionali, ma non hai ancora trovato risposte certe, chiare, o meglio, esaustive.

Poi pensi, se noi adulti fatichiamo a gestire l’ansia rispetto al Coronavirus come possiamo pretendere che lo facciano i nostri ragazzi?

E li guardi mentre svolgono i compiti, giocano, seminano l’orto e pensano a quando arriveranno le galline nel nuovo pollaio, magari un po’ sbilenco… ma che importa… quel che veramente importa è il fare le cose insieme.

E così nella frenesia di questo mese e mezzo ti fermi finalmente a riflettere: non possiamo vivere solo in balia degli eventi. Allora rialziamo la testa, ricerchiamo la motivazione del perché facciamo gli educatori e cerchiamo soluzioni originali per poter riprendere a fare il nostro mestiere. Abbiamo la possibilità di riscoprire questo valore. È la nuova sfida di oggi. E soprattutto riprendiamo, là dove possibile, le nostre routine, magari con strumenti diversi, magari con modalità diverse.

Dobbiamo rimetterci in gioco studiando nuove strategie? Dobbiamo capire come funzionano le nuove tecnologie? Facciamolo. D’altronde chiediamo ai nostri ragazzi di adattarsi a mille situazioni, perché non possiamo farlo anche noi?

Ecco perché questa sera ho deciso di rimettermi a pari e finire i P.E.I. e terminare il lavoro di supervisione che è da tempo sul mio pc, in attesa di essere concluso.

È questa una forma di resilienza?

Alessandra Oricchio pedagogista, responsabile dei servizi educativi a Cantù (Como).

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Illustrazione di Alessio-B, street artist

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