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L’ostacolo deve diventare risorsa – La legge della relazione di aiuto in un progetto di salute mentale

group-912843_1920di Raffaella Turano e Cesare Perrotta | 

Life is what happens to you while you’re busy making other plans” canta John Lennon in Double Fantasy. “La vita è ciò che ti accade mentre sei occupato a fare altri progetti”: la nostra narrazione può iniziare da qui, cioè dal momento in cui quanto stiamo facendo deve fare i conti con qualcosa di non previsto o, cosa ancora peggiore, come nel caso del Covid-19, di non prevedibile poiché difficilmente immaginabile.
Ebbene, se non si è sempre responsabili di ciò che accade nostro malgrado, lo si può essere di quel che accade dopo, quando sta a noi fare in modo che quell’agire in cui eravamo impegnati possa riprendere il suo corso. Si può, infatti, anche con modalità differenti, continuare a perseguire il proprio obiettivo.

A marzo 2020 il progetto “S(t)iamo Fuori! Socialità e benessere per persone con sofferenza psichica”, finanziato con i fondi 8 x mille della Chiesa Valdese, è alle battute finali. Promosso dalla cooperativa sociale “Strade di Casa”, in partnership con Aspic Cosenza e altre associazioni del territorio, con l’intento di contrastare l’isolamento delle persone con sofferenza psichica offrendo ascolto e supporto oltre che a loro anche alle famiglie – affinché diventino parte attiva dei percorsi di risocializzazione dei propri cari affetti da disturbi mentali – esso prevede, principalmente, azioni terapeutico-riabilitative di natura psicologica (sostegno individuale e di gruppo nei confronti degli utenti beneficiari e delle loro famiglie) e di natura sociale (percorsi di “socialità e benessere” nello spazio urbano e nella natura).
In particolare noi operatori (uno psicologo, Mimmo, tre counselor, Cesare, Pia e Raffaella, e due tutor, Giovanni e Luciana) seguiamo utenti e familiari ormai da un anno sulle azioni progettuali “percorsi di socialità e benessere con accompagnamento socio-educativo”, “supporto psicologico e motivazionale agli utenti” e “mediazione familiare/supporto psicologico e motivazionale ai familiari”.
Il lockdown interrompe bruscamente le attività, lasciando tutti interdetti e confusi: gli utenti, i familiari e noi non meno di loro. Senza possibilità di relazionarsi di persona quali le concrete possibilità di intervento? Ci chiediamo, smarriti e pieni di preoccupazione, come si sentiranno e reagiranno le famiglie già molto provate da situazioni di grande difficoltà e se avrebbero una loro ragion d’essere, come molti propongono, forme di video e smartWelfare. E, se sì, con quale efficacia?
Non sono domande alle quali sia facile rispondere, ma non c’è neppure troppo da pensare; impellente è il desiderio di agire perché, al di là di ogni altra considerazione, siamo consci del fatto che, ancor prima di essere di aiuto a qualcuno, quel qualcuno è di aiuto a noi stessi per dare senso a quanto facciamo. Il lavoro che a diverso titolo svolgiamo nel progetto rappresenta infatti, per tutti noi, non esclusivamente un lavoro, ma una dimensione significativa di quell’“essere con/per l’altro” senza il quale non sarebbe possibile essere se stessi nell’esercizio di quella specifica attività che descrive anche la vocazione di ciascuno.
Comunque, dopo un primo momento di riflessione, l’intero gruppo di progetto, formato sia dalle figure che coordinano le attività che da noi operatori, decide di adottare forme di supporto psico-sociale e di socialità a distanza. Vale a dire: telefonate e/o videochiamate ad ogni partecipante a cadenza regolare, per sapere come va e scambiarsi riflessioni e suggerimenti pratici; apertura, con cadenza prestabilita, di “spazi virtuali di ascolto”, dei quali i partecipanti possano usufruire; videochiamate di gruppo; rafforzamento degli scambi via chat, per avere uno spazio sempre aperto in cui far esprimere emozioni e rafforzare i legami. Iniziative, queste, che rappresentano forme di resilienza e di fronteggiamento nei confronti di ciò che sta accadendo, il diffondersi dell’epidemia appunto, che ci interpella all’esercizio di nuove modalità con le quali rispondere al fine di dare continuità al lavoro intrapreso.

Per seguire più compiutamente l’andamento del progetto in questo periodo, ripercorriamo delle brevi note – redatte o registrate da noi e dagli altri operatori dopo il termine del lockdown – in cui abbiamo provato a descrivere le azioni poste in essere per gli utenti e/o le famiglie durante la “fase 1” dell’emergenza Covid-19, mettendo in evidenza continuità e/o discontinuità rispetto ai mesi precedenti. Certo non si tratta di un mero report di attività: dentro questi scritti c’è anche uno sguardo su noi stessi, con considerazioni sul “nostro” modo di vivere la relazione di aiuto nell’ambito del percorso progettuale e non solo. E c’è, evidentemente, anche tanto altro: in primis il senso di un’esperienza altamente significativa, che ci ha coinvolti pienamente come esseri umani prima ancora che come professionisti.
Come scrive Raffaella, infatti, “L’alterità e la relazione ci interpellano, profondamente e in modo radicale: sono le cose che ci rendono umani…”.
Ed ecco, dunque, come in un coro a più voci, alcuni stralci che possono restituire lo svolgimento del percorso e la sua brusca interruzione: i vissuti degli operatori e, riflessi nelle loro considerazioni, quelli degli utenti e delle famiglie.
Scrive ancora Raffaella:
“Dopo l’ultimo gruppo, l’undicesimo, già ‘in atmosfera’ da coronavirus, e mentre si organizzano gli ‘ultimi’ appuntamenti (una pizza per trascorrere una serata insieme, genitori e counselor, il 12° e ultimo incontro, poi un appuntamento finale tra tutti, famiglie e operatori al completo, come coronamento di un’impresa portata a buon fine), il lockdown esige quella sospensione ineludibile e necessaria per arginare il propagarsi dell’epidemia… È un momento complicato per tutti, ‘inedito’ e difficilmente prevedibile, nei tempi e negli esiti: quel che è certo, però, come emerge dalle discussioni immediatamente avviate tra me e Cesare, e subito dopo con l’intero gruppo di progetto, è che bisogna riprendere in mano la situazione”.
Dello stesso tenore le considerazioni di Cesare:
“Dalle prime telefonate e messaggi sul gruppo di WhatsApp riemergeva, con diversi ‘sentire’, la paura di ritrovarsi di nuovo da soli, senza supporto alcuno, nell’affrontare una situazione nuova, inattesa, inimmaginabile, con l’aggiunta della forzata convivenza a seguito delle restrizioni adottate. Pur nella variegata personalità di ciascun utente ascoltato, ho colto quelle sensazioni di paura e smarrimento: il ritrovarsi soli e la necessità di contenere (e la non sempre riconosciuta risorsa della capacità di contenimento) l’impulso dei propri figli e voler vivere di normalità… abbiamo prima concordato e poi agito ritornando a contattare il gruppo famiglie, adottando nuove strategie d’intervento”.
Scrive Luciana:
“L’inizio del lockdown ha creato dapprima una frattura, nei ragazzi tra loro, e nei ragazzi anche verso me stessa… Ed i ragazzi? Che stavano facendo e soprattutto come stavano? Fin dalle prime telefonate, mi sono resa conto subito che il lockdown aveva sciolto quella rete di relazioni che si era intessuta lentamente, nei mesi, grazie al CONtatto tra i ragazzi, tra me e loro. Dunque, mi sono fermata e ho iniziato a riflettere. Per dare concretezza alla prosecuzione delle attività è stato dunque necessario stabilire nuove relazioni SENZA contatto. ESSERCI è stato ridimensionare le aspettative e rallentare i processi adeguandoli alle volontà dei singoli, instaurare un dialogo basato sui tempi e sui modi privilegiati dai ragazzi, grazie all’uso degli strumenti tecnologici, tenendo conto delle effettive capacità di utilizzo degli stessi da parte dei ragazzi, considerare soprattutto i loro stati emotivi in un momento così difficile e delicato”.
Non è stato facile per nessuno di noi. Tutt’altro. Queste le considerazioni di Giovanni:
Il lockdown ha portato grossa difficoltà nel continuare a portare avanti la relazione di aiuto perché queste persone hanno prevalentemente problemi relazionali e di salute mentale. Il non vedersi, il non potersi guardare, in parte il non potersi toccare, abbracciare, sentire fisicamente ha cambiato notevolmente la situazione… io ho avuto non poche difficoltà sia a livello di contenuti da poter trattare davanti a uno schermo o con una videochiamata o una telefonata: quindi l’intensità, la profondità della relazione è venuta a mancare, non completamente ma in buona parte, almeno per me…”.
Sulla stessa scia le riflessioni di Mimmo, lo psicologo:
“Nell’era Covid-19 tutto quello che abbiamo avviato, silenziosamente, con dispendio di energia e con fatica, si è repentinamente interrotto. Questa brusca interruzione non è affatto da sottovalutare. Anzi, rischia di diventare l’ulteriore, il surplus di vuoto esistenziale, di smarrimento, di ruminazione da dover riequilibrare alla ripresa del progetto. Un’ennesima frattura psichica e relazionale intra ed extra familiare da dover calmierare, lenire, guarire prima ancora di poter riprendere ‘in considerazione’ l’arretrato, lo storico”.

Ma quello che appare come ostacolo deve trasformarsi in una risorsa: è una “legge” che chi opera nella relazione d’aiuto conosce bene e non possiamo disattenderla proprio noi che operiamo in questo campo.
Ecco le considerazioni di Pia:
“La chiusura per la pandemia e l’impossibilità a incontrarsi hanno rallentato, ma non bloccato completamente, questo processo di crescita, di cammino insieme… Infatti, anche se online abbiamo fatto gli incontri di gruppo e ho continuato anche la ‘tessitura’ della relazione con ognuno di loro attraverso periodiche telefonate.
Prima della pandemia, non avrei nemmeno potuto immaginare di fare dei gruppi online con serenità, come poi di fatto è avvenuto… Gli incontri di gruppo online sono stati dedicati al racconto dei vissuti relativi alla pandemia, c’è stato un dialogo rispettoso e coinvolgente che ha favorito importanti riflessioni sul presente e sul futuro insieme alla esplicitazione di alcuni loro bisogni e desideri. Anche in questa fase ho continuato ad ascoltare e lasciar spazio al racconto dei loro vissuti personali, al parlare di sé”.
Scrive Raffaella:
“Le chat, il telefono, i videoincontri non possono sostituire la presenza, ma si fa di necessità virtù: e benché percepiamo nei nostri interlocutori la paura e il disagio di sentirsi ‘soli’… diventa subito chiaro che non mancano le risorse per affrontare la situazione. E si fa presto ad adattarsi. Le chat in cui lanciamo le nostre frequenti sollecitazioni alla riflessione e a una sorta di lavoro comune si riempiono: l’invito alla scrittura di sé è disatteso, ma compaiono … comunque i segni di un legame che resiste e si afferma”.
Per Luciana “…il primo grande obiettivo da raggiungere è stato quello di dimostrare ai ragazzi di ESSERCI, nonostante il cambiamento imposto nella quotidianità con le norme di distanziamento sociale obbligatorie. ESSERCI è stato soprattutto trasmettere che il lockdown non ha mai cancellato, neanche per un istante, il mio affetto per loro, il mio interesse per le loro vite… Oggi alla fine di questo progetto, ESSERCI è stato denso di significato anche per i ragazzi: A. telefona e organizza il caffè da prendere al bar con E. e S., P. dice che sente che qualcuno pensa a lui. Come direbbe don Bosco, ‘che i giovani non solo siano amati, ma che essi stessi conoscano di essere amati’ perché ‘esserci’ è rendere vivo un pensiero nella relazione con l’altro, nonostante tutto e tutti…”.

Ma, al di là delle difficoltà più o meno “sofferte” da tutti, qual è la valutazione globale dell’esperienza a distanza? Mimmo, che pure abbiamo visto essere alquanto critico sulla validità del lavoro a distanza, afferma che si sono potute “apprezzare diffuse positività sia nostre sia degli utenti. Sono emerse capacità di flessibilità, spinte rapide alla riorganizzazione; capacità di “frequentazione” di contesti di confronto e condivisione veloci (videochiamate) che, comunque, hanno sostenuto l’aderenza alla realtà; espressioni di speranza per il futuro; espressione di desideri di re-incontri; elaborazione di strategie e speranze per il futuro; moti di reciproco riconoscimento e incoraggiamento.
In definitiva, possiamo dire che, in particolare, gli utenti che hanno partecipato alle videochiamate hanno mostrato buone capacità di problem solving.
Poco? Forse, ma molto nelle circostanze date e imposte dal periodo pandemico”.
E, chiosa Cesare, riassumendo quello che è per tutti noi l’impatto del percorso progettuale:
“Il clima di fiducia e il supporto (non solo emotivo) offerto hanno consentito lo svelamento di ciascun componente, l’apertura al confronto, l’accoglienza delle differenti esperienze per farne tesoro nei propri vissuti. Un percorso fondativo di legami di solidarietà, di partecipazione alle inevitabili difficoltà, personali e famigliari, delle quali ciascuno si faceva portavoce. Un percorso che, prima ancora di offrire supporto alla genitorialità, si rivelava di rinforzo alla Persona, elicitando risorse possedute, sostegno alle stesse, incoraggiamento ad agirle. E di ciò hanno preso consapevolezza le nostre interlocutrici (e in qualche occasione anche i nostri interlocutori) che, sebbene in modo diverso l’una dall’altra, per le differenti personalità di ciascuna, hanno continuato a contattarci in modo più o meno diretto, chiedendo consigli e modalità pratiche all’agire per loro stesse e nei confronti dei figli.”
Tutti noi operatori abbiamo espresso piena soddisfazione per i progressi compiuti, per i risultati raggiunti e per esserci mostrati capaci di far fronte nel modo migliore possibile a questo periodo di emergenza non ancora terminato ma, in prospettiva, certamente meno temibile e, si spera, meno doloroso e denso di incognite per tutti.
Se, così come sperimentato in questo tempo, la vita è (anche) ciò che ti accade mentre sei occupato in altri progetti, allora ogni volta c’è qualcosa di nuovo da apprendere: la vita stessa, infatti, per il suo essere ciò che è, nel suo alternarsi di gioia e di fatiche, di felicità, di sofferenze e di passione, si rivela ogni volta il viaggio più entusiasmante che ci sia.

Raffaella Turano e Cesare Perrotta sono counselor nel progetto “S(t)iamo Fuori! Socialità e benessere per persone con sofferenza psichica”, finanziato con i fondi 8xmille della Chiesa Valdese, promosso dalla cooperativa sociale Strade di Casa, in partnership con Aspic Cosenza Counseling e Cultura e altre associazioni del territorio della provincia di Cosenza.

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