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Distribuiamo parole e sostegni – Istantanee da un servizio sociale

gubbio-3790381_1920di Elena Garrione | 

La giacca rossa della signora Glory[1] richiama il colore dei gerani che Federica ha messo sul davanzale della finestra del suo ufficio. Guardo quel quadretto insolito e delizioso di due donne che si parlano dall’una all’altra parte di una inferriata, dall’una all’altra parte di un universo di mondi e di vissuti che lì, sulla soglia di un ufficio aperto a metà, si incontrano, tra una informazione e un sorriso.

Vi farei una foto” dico alle signore che cordialmente si parlano, con la mascherina un po’ abbassata e la distanza di sicurezza ampiamente rispettata, distinte nei ruoli, uguali nella necessità di riorientarsi in questi giorni un po’ surreali. E la foto la scatto, nella mia mente, salvando in remoto l’istantanea di una quotidianità lavorativa nuova e di una professionalità che non smarrisce la strada nonostante gli intoppi. Nell’immagine appare la giacca rossa di Glory, i fiori, la pazienza di Federica, rappresentata dalle sue mani che ripetono a gesti ciò che le parole duplicate più volte non sono riuscite a spiegare, e quell’inferriata che delimita lo spazio tra il dentro e il fuori, tra l’ufficio e “la gente”.

Già: le inferriate… Dopo anni di scassi e di porte danneggiate, ci hanno dato questa protezione che ci lascia un po’ soddisfatte e un po’ perplesse, ma si spera anche un po’ più protette (più protette noi o le cose, chissà? viene il dubbio, ma tentare qualcosa si doveva, altrimenti fra un po’ ci sedevamo per terra e parlavamo con i segnali di fumo, avvisando chi di dovere che pc e cartelle se ne erano spariti insieme ai dati super super sensibili, al mobilio e ai ladri super super scrupolosi…). Coincidenza curiosa, le sbarre bianco lucente ce le hanno attaccate alle pareti esterne proprio nei giorni in cui noi – dentro – eravamo tra i pochi a proseguire il lavoro, come gli operai impegnati a martellare e avvitare, lì fuori, per finire la consegna di quel rimedio antiladro.

Erano i primi, confusi, giorni del lockdown e del lavoro agile, così agile, snello e sottile che è diventato invisibile per noi e non lo abbiamo conosciuto, rimanendo come al solito – invece che agili e snelle – appesantite da una mole sempre fuori misura di un lavoro che fa fatica a fermarsi perché accoglie i pezzi rotti e da riattaccare di qualcosa che non si ferma, non va in vacanza, non si congela come la maggior parte delle azioni che le ordinanze hanno previsto di tenere in stand by, casomai si riduce un pochino e si sistema quanto basta per non vedere più solo il nero nel proprio futuro. O casomai accelera la corsa e moltiplica le richieste di aiuto, neanche che di problemi ce ne fossero pochi prima dell’arrivo del nuovo coronavirus.

 

Le ho guardate, dalla mia scrivania, quelle sbarre candide al di là del piccolo rettangolo di vetro che sta dietro di me, quando siedo in ufficio. E il pensiero è andato a Pietro, che l’ha combinata di nuovo e si è fatto beccare. L’ha combinata neanche tanto grossa, a dire il vero, ma – si sa – è un recidivo. E poi – lo ha detto chiaro – dentro, lui, ci voleva tornare, perché là niente niente un letto ce l’hai e anche una forma di pace. L’ho immaginato guardare altre sbarre, dalla cella in cui è, ed avere un po’ paura perché, se è vero che un tetto sulla testa in questo periodo ce l’ha, la casa in cui vive fa circondariale di secondo nome ed è un tantino affollata, in un tempo in cui il sovraffollamento è proprio da evitare… Così, pensando a Pietro, un’altra foto che non posso scattare si è salvata tra i ricordi di queste giornate.

Di pensiero in pensiero, passo da un contesto comunitario ad un altro e ripenso a Luciano, che abbiamo inserito in casa di riposo. 59enne (cito gli appunti presi di fretta dove cifre e parole si fondono insieme) in una casa di vecchi: bella soluzione, che abbiamo trovato… Eppure, a guardarlo, di anni gliene dai 109, non si sa se è anche perché hai visto la cartella clinica e la speranza di vita azzardata dal medico, o se è perché hai sentito la sua storia e hai pensato che in meno di sei decenni tanta sofferenza e tanto “casino” non ci possono matematicamente stare. In ogni caso è in struttura e, se fino a ieri lo pensavo tutelato e protetto, oggi un mezzo pensiero lo faccio anche a lui, sovrapponendo nella mia testa la notizia di qualche ospite positivo al tampone e l’idea di un cerino buttato sulla paglia. “Speriamo che l’incendio non arrivi da Luciano…” (e neanche da noi, grazie tante, che le inferriate mica di proteggono da tutto…).

Passano i giorni e le ore. Ore passate davanti al monitor per le e-mail e i programmi. Ore passate al telefono (ho l’orecchio in fiamme, oramai). Ore passate ad ascoltare e rilevare bisogni e a reinventare il lavoro, giostrandosi nella gimcana dei “non si può”, “è tutto chiuso”, “il decreto dice”, delle paure e delle prudenze, delle nuove situazioni che bussano alla porta.

 

E, a poco a poco, arrivano letteralmente alla porta dell’ufficio, in molti. Non c’è mattina che non trovi qualcuno che attende al cancello. Arrivo al lavoro, si vede dall’agenda e dalle chiavi che tengo già in mano. “Lei mi sa dire…?” “Ma è tutto chiuso?” “C’è mica Sara, l’assistente sociale … le devo assolutamente parlare…”.

Rispondo cortese, determinata ad arginare l’ingresso altrui, ma anche a dare quel po’ di risposte che i cartelli non danno. Apro e richiudo la cancellata, entro dentro, promettendo di passare messaggi, di chiamare qualcuno, di tornare con moduli o indicazioni, cosa che faccio mentre timbro o saluto. Arrivata nel mio ufficio, dopo i lavaggi di rito – mani, tastiera, telefono, scrivania, maniglia, mani di nuovo – e il buongiorno alle colleghe, apro gli schedari e mi siedo alla scrivania, avviando il computer. Il mio tavolo è tappezzato, come ogni giorno, di messaggi, che ordino un po’, aggiungendo poi cartelle e pratiche ritirate per privacy e non perché tutto è concluso…

Sollevo lo sguardo e vedo le sedie di fronte a me, vuote, e calcolo ancora una volta lo spazio disponibile: come faccio a far rimanere costante il metro di distanza tra me e l’utenza (meglio sarebbe i due metri, penso prudente)? Ripesco dalla memoria le immagini degli ultimi colloqui, con quelle sedie messe quanto più distanti lo spazio permette che pian piano venivano avanti, neanche avessero le ruote… Ma come si fa? mi domando. Poi apro le mail e mi tuffo nel mondo virtuale, che non risparmia brutte notizie, arrabbiature o segnali di disagio, ma permette lo scambio e al contempo ci tiene lontani, fisicamente parlando… Le mie sedie rimangono lì a guardarmi, senza nessun occupante, mentre io sono in contatto con molti, seduti a distanza, nelle case o negli uffici dell’#iorestoacasa. Quasi quasi farei una foto anche a loro, le sedie, desolate per il rarefarsi dei loro fruitori e un po’ dimesse per i troppi carichi, fisici e mentali, portati negli anni, con chi le occupava e con me. Salvo anche questa immagine da qualche parte, tra la memoria di nomi e di numeri di telefono appuntati un po’ ovunque, ed imprimo il verde della stoffa in quel primo piano, mentre mi sposto in segreteria, mascherina indossata e fogli impilati alla mano.

 

Dalla grande finestra della segreteria vedo, in tante strisce verticali, contornate da sbarre verniciate di bianco, il paesaggio, anch’esso un po’ verde, del parco. Runner incalliti, cani al guinzaglio e qualcuno seduto sulle panchine mentre cattura il sole e il riposo, o forse inganna l’ozio e i grandi punti di domanda su come andrà avanti la vita. Una donna bussa sui vetri: è arrivata Martina, con la posta in consegna. Le vanno ad aprire ed io libero il campo, perché non vorrei che in segreteria si crei l’imbarazzo di “passi tu, passo io, siamo in troppe qui dentro…”. Metto nella raccolta di foto il parco a striscette e Martina che bussa su un vetro, tutti e due associati a questa strana primavera di pseudo letargo forzato e di cupe ombre e paure.

Il sig. Tuttagrinta non si può non vederlo: mastica un po’ di internet e nulla più e le carte, per telefono, non sa mandarle (se per questo, neanche per mail). Lo aspetto alle 10.00. Alle 9.50 ha già telefonato per dire che è davanti al cancello (le inferriate, sempre quelle) e che aspetta di entrare. Sistemo la mascherina ed indosso i guanti (adesso ne sono arrivati abbastanza) e prendo le chiavi: vado ad aprirgli e lo faccio accomodare nell’atrio. Ma la folla mi acclama. Numerose persone, distanziate sì e no, sono davanti alle inferriate e mi hanno avvistata. Non capisco neppure cosa dice quel coro. Faccio da vigile, dirigendo un po’ il traffico e tenendo allo stop chi non ho interpellato: “Uno alla volta se no non si capisce… grazie… portate partenza…”. “No, il personale del decentramento non c’è: è in smart working; eh sì, loro sì e noi no, ma è altro settore, non sappiamo niente dei moduli che dice, ma se vuole mi provo a capire … Non saprei dirle, dipende dalle disposizioni … Solo su appuntamento, sì: le conviene telefonare … La collega è uscita, se mi dice il suo nome le lascio un messaggio … Ora aspetti qui fuori: c’è il signore del mio appuntamento che attende, ma vado a chiamare una collega della segreteria e le spiega un po’ meglio… No: la domanda per il bonus emergenza [bonus emergenza?] non si fa qui da noi, o almeno non sappiamo ancora… Sì, sì, volevo parlarle, ma ora vede: non posso; vada a casa tranquillo, che di deve riguardare, la chiamo io più tardi e ci spieghiamo un po’ meglio…”.

Non so bene il perché, ma il cipiglio delle persone e la modalità di parlare attraverso le sbarre, mi fanno sentire protetta e scontenta nella stessa misura, anche un po’ assediata, diciamolo, e mi fanno pensare alle file per il pane in tempo di guerra. Non è lo stesso contesto e di pane non ne abbiamo da distribuire, ma in fondo – penso – rispondiamo distribuendo parole e sostegni alla fame, gridata, di indicazioni e di aiuti. Ecco un’altra foto con inferriata nel mezzo a dividere richieste e risposte, che poi alla fine ricadono insieme in un modus vivendi arrivato dal niente di un piccolo virus che ci rende straordinariamente uguali e normalmente diversi.

Tengo la raccolta di foto di inferriate e dintorni in un file della mente, insieme ad altre raccolte salvate nella cartella “lavoro al tempo del covid-19”.

Maggio 2020

Elena Garrione è assistente sociale nei servizi sociali del Comune di Vicenza.

[1] Per rispetto della privacy, tutti i nomi sono di fantasia e anche le storie sono un po’ vere, un po’ esemplificative.

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