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Se gli esperti dell’emergenza sono le persone assistite – Dal diario di assistenti sociali Inail

hands-1373363_1920di Anna Maria Olivo e Monica Lucato | 

Molti colleghi hanno scoperto il Servizio Sociale Inail quando è capitato di collaborare nella presa in carico delle persone che per l’Istituto erano “grandi invalidi del lavoro” e per i colleghi del territorio cittadini con grave disabilità acquisita.
Storicamente nelle Sedi Provinciali Inail lavora un’assistente sociale che, con un’équipe composta da medico, funzionario amministrativo e infermiera, si occupa della presa in carico di chi subisce un grave infortunio[1]. L’assistente sociale cura la relazione con i familiari fin dal momento dell’infortunio, supporta la famiglia nel rientro a casa (coordinando interventi di abbattimento barriere architettoniche e fornitura di ausili) e successivamente favorisce il reinserimento lavorativo e sociale dell’infortunato anche attraverso la pratica sportiva.
Il lavoro di rete con i servizi territoriali ci vede maggiormente impegnate con il Centro per l’Impiego, ma non mancano i contatti con i colleghi dei Comuni, del Sil, del Servizio Handicap Adulto. Chi lavora in questi servizi, quando si occupa di persone la cui disabilità è stata originata da un infortunio sul lavoro, scopre solo in quel momento che esiste una collega assistente sociale dell’Inali con cui si troverà a collaborare e a costruire, quindi, un progetto integrato.

«Lo sono stati per tutti, giorni difficili: i pensieri si affollano tra l’essere aiutati e essere d’aiuto, capire come gli infortunati stanno passando queste ore difficili, come e cosa sta cambiando nelle loro vite.
Capiamo subito che, in un contesto mutevole e imprevedibile, i nostri strumenti sono inadeguati: non possiamo offrire una soluzione, ma proporci di cercarne una nuova, insieme con colleghi e con assistiti.
Il colloquio telefonico resiste, anche alla pandemia: ci permette di mantenere il contatto, percepire preoccupazioni e smarrimento. Si pone la questione della “giusta distanza” riflettendo su cosa significhi svolgere il proprio lavoro da casa mantenendo una relazione prossima, nonostante il distanziamento. Ci siamo chieste come raccogliere i bisogni con strumenti adeguati, quale fosse il valore della telefonata professionale, come poter analizzare le “strategie immediate” trovate dagli infortunati e come accompagnarli in “risposte mediate” attraverso il nostro intervento.
Ci colpisce la naturalezza con cui affiora, nei colloqui, il parallelismo tra la situazione attuale di difficoltà e l’esperienza dell’infortunio, “l’altra volta” in cui la vita era stata stravolta, radicalmente, improvvisamente. Le persone assistite diventano in questo contesto gli “esperti dell’emergenza”, avendo già vissuto il trauma di un evento che ha cambiato profondamente la loro vita e quella delle persone care. Come valorizzare questa esperienza di vita e come farla diventare una spinta per sé e per gli altri?».

Da queste riflessioni il gruppo di assistenti sociali del Veneto ha proposto agli infortunati una rassegna culturale, a partire dallo stimolo “Restare vicini stando lontani, darci una mano senza darci la mano”. Già più di 70 persone hanno aderito all’iniziativa.
Francesco Bonami, critico d’arte, nei giorni in cui proponevamo la nostra iniziativa, scriveva: “L’arte è, tra le attività umane, la più utile tra quelle inutili. Anche nei momenti più cupi la gente ha continuato a fare arte e altri hanno continuato a guardarla. In più possiamo godere dell’arte anche a distanza. Fermarla è impossibile. Più impossibile che fermare un virus… potrà bloccare la paura che l’epidemia ci incute e aiutarci a resistere allo sconforto che l’isolamento dagli altri ci sta creando”.
La rassegna vuole attivare una catena (virtuale) attraverso la condivisione delle opere, capace di produrre relazioni e aggregazione, sviluppando così una “comunità leggera di supporto”[2].
Dal punto di vista sociale, gli interventi di arte-terapia utilizzano il linguaggio artistico come integrazione della comunicazione verbale nella relazione di sostegno alla persona. Il momento creativo è una sorta di scollegamento vero e proprio: la comunicazione col mondo esterno viene interrotta per potersi concentrare totalmente sull’esperienza che si sta vivendo.
La bellezza, allora, diventa un fatto di “cura”, nel senso dell’“avere cura”. Ecco il punto di raccordo con la nostra professionalità, che sconfina dal campo socio-sanitario in altri mondi, per collegare i diversi ambienti di vita delle persone.

Quanto accaduto in questi giorni “straordinari” ci ha interrogate e vorremmo condividere alcune considerazioni:

  • Siamo dentro a tutti gli effetti in questa emergenza, che come cittadini, come lavoratori, come familiari, ci ha messe di fronte alla nostra vulnerabilità psico-fisica e a dover gestire questa situazione alla pari con le persone di cui, professionalmente, siamo chiamate a prenderci cura. In questo senso ci sono risuonate come orientamento le parole di Ivo Lizzola, pedagogista: “Restiamo lucidi, serbiamo gentilezza, attenzione e cura. Tutto quello che viviamo ci richiama all’evidenza del nostro trovarci esposti gli uni gli altri, quindi nell’evidenza che la cura di noi stessi è cura d’altri, e la cura d’altri è cura di noi stessi”.
  • Ci siamo trovate nel paradosso che erano le persone assistite gli “esperti dell’emergenza”. Gli infortunati non sono soggetti passivi che ricevono aiuto ma, in un gioco relazionale dialettico, diventano artefici a loro volta di una proposta di aiuto per altri. L’assistente sociale si mette in ascolto: “Ora che anche voi siete costretti a vivere come noi… Sì, ora è più facile mettersi nei panni dell’altro”. Così abbiamo provato a valorizzare l’esperienza degli assicurati e le strategie da loro sperimentate per gestire l’evento traumatico. Nel percorso di cura emergono dei fattori protettivi (che posso avere un potere resiliente[3]), che permettono di affrontare in maniera positiva il trauma e sono in generale “utili” ad affrontare le situazioni di crisi ma anche possono permettere ai “traumatizzati” di essere d’aiuto ad altri. Su questi presupposti abbiamo favorito la condivisione di queste “strategie protettive” della nostra salute[4] attraverso quelle pratiche professionali che spingono all’empowerment delle persone, come ad esempio le pratiche di auto-mutuo-aiuto. Pratiche che il mondo accademico ha registrato e convalidato.
  • Il nostro agire professionale è stato guidato dal riflettere su come accompagnare le persone in questo particolare momento. Abbiamo sviluppato una strategia di ascolto dei bisogni, condivisa tra colleghi, da cui è scaturita la necessità di contattare le persone una alla volta con cura e attenzione, dedicando uno spazio di ascolto attivo. L’interessamento da parte dell’Istituto è stata una boccata di ossigeno per chi sentiva di avere il respiro corto. Abbiamo sperimentato una pratica di “Triage sociale” (termine francese che significa “Cernita, smistamento”) quale sistema per individuare i bisogni dei soggetti in carico e gestirli secondo classi di urgenza/emergenza crescenti, in base alla gravità della situazione personale rilevata. Tale strategia ha permesso una risposta appropriata alle richieste, smistandole ai diversi colleghi competenti e comunicando una vicinanza nonostante le condizioni emergenziali. Questo ha permesso, inoltre, di esplorare la tenuta e la solidità della rete di supporto, le capacità di “stare in rete” (disponibilità e competenza nell’utilizzo di ausili informatici).
  • Nell’affrontare un percorso nuovo, non tracciato, abbiamo riscoperto l’importanza del confronto professionale. Ci siamo accorti di quanto sia d’aiuto il gruppo professionale di riferimento per formulare ipotesi, verificarle, cambiare rotta, pur restando ancorati ai principi e metodi della professione. Ci siamo trovati a cercare e creare risposte facendo rete con i colleghi degli altri servizi, soprattutto quelli di maggior prossimità alle persone (enti locali, strutture d’accoglienza, ecc.), sviluppando nuovi nodi solidali e consolidando la rete sociale di appartenenza di ogni singolo assistito.
  • Abbiamo sentito l’esigenza di adottare strumenti nuovi (maggior disponibilità all’uso di messaggi attraverso i social, videochiamate, incontri di gruppo on-line, ecc..), con il timore di non riuscire a gestirli adeguatamente di non riuscire a rispettare le sensibilità delle persone. Per non perdere il potenziale che ci offrivano, abbiamo ritenuto di dover concordare le modalità comunicative di interazione, richiamandoci ai contenuti del “Manifesto delle Parole O_Stili”[5]. Il manifesto è un decalogo di principi utili a migliorare lo stile e il comportamento di chi sta in rete, promosso dall’Onlus Parole O_Stili, con l’obiettivo di responsabilizzare ed educare gli utenti della Rete a scegliere forme di comunicazione non ostile.
  • Abbiamo deciso di adottare un diario di servizio perché era necessario documentare l’attività svolta. Non come elenco delle attività realizzate ma come raccolta dei pensieri, delle emozioni, delle fragilità, delle carenze e delle innovazioni… un esercizio quotidiano di azione riflessiva per sviluppare azioni innovative. Ci viene ricordato da Consuelo Fiamberti che: “L’operatore scrive per poter disporre di uno specchio (bisogno riflessivo) e di un argine (bisogno contenitivo) per poter affrontare nella realtà quotidiana situazioni complesse, anche perché emotivamente coinvolgenti”. Scrivere e riflettere l’agire professionale significa dare visibilità al sapere esperienziale e condividerlo con gli altri.
  • Il lavoro di raccolta dei bisogni individuali, ci ha permesso di scoprire delle forti similitudini tra i bisogni delle persone. Questo ci ha indotto a scegliere di offrire degli interventi di più ampio respiro e collettivi. Si sono pertanto proposti Spazi Comuni quali, per esempio, la rassegna artistica, i gruppi AMA e l’attività fisica adattata, rivisitandoli con le modalità di distanziamento necessarie in questo momento.

Per concludere abbiamo capito che gli “esperti dell’emergenza” all’Inail sono gli infortunati, persone che hanno già avuto esperienza di un evento traumatico che ha sconvolto la loro vita. In questi anni ci hanno insegnato che “nella vita, come nel gioco, le carte non si scelgono, ma possiamo scegliere come meglio usarle. Nel burraco il due di picche (pinella=jolly) è più importante dell’asso di cuori e nel poker si può creare una scala minima che batte la scala reale di cuori. Ecco che una carta che a prima vista sembra inutile diventa la più importante” (di Michele).

Questo è stato un periodo in cui abbiamo cercato, come indicato da Lorena Milani, pedagogista, di “coltivare l’incompetenza”, come spinta a sperimentare, farsi domande, condividere pensieri, per trovare un modo creativo di So–Stare nella crisi.

Anna Maria Olivo e Monica Lucato sono assistenti sociali all’Inail Direzione Territoriale TV- BL.

[1] Inail (2018), Guida alle Prestazioni, in https://www.inail.it/cs/internet/docs/alg-pubbl-guida-alle-prestazioni.pdf pag. 77

[2] Internet, La rete delle reti per eccellenza è un vero strumento per realizzare nella pratica quello che la professione del Servizio Sociale rappresenta un caposaldo storico: il lavoro di rete (..). In Rete, oltre che trasmettere informazioni, si producono relazioni e aggregazioni, si costruiscono comunità” Banzato et al., 2000.

[3] In psicologia, la resilienza è la capacità di far fronte in maniera positiva agli eventi traumatici, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà. È la capacità di ricostruirsi restando sensibili alle opportunità positive che la vita offre, senza perdere la propria umanità. Persone resilienti sono coloro che immerse in circostanze avverse riescono, nonostante tutto e talvolta contro ogni previsione, a fronteggiare efficacemente le contrarietà, a dare nuovo slancio alla propria esistenza.

[4] La salute non è un’entità fissa. Essa varia per ogni individuo in relazione alle circostanze. La salute è definita non dal medico, ma dalla persona, in relazione ai suoi bisogni funzionali. Il ruolo del medico è quello di aiutare le persone ad adattarsi alle nuove condizioni.” Un concetto del medico e filosofo francese, Georges Canguilhem, ripreso dall’OSM per la definizione di un nuovo concetto di salute.

[5] Per chi vuole approfondire https://paroleostili.it/

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