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Con i richiedenti asilo ora ci si educa dialogando sul mondo

127174-sddi Fabio Casna |

Da tempo ciò che contraddistingue il lavoro nei Centri d’Accoglienza Straordinaria per Richiedenti Asilo è l’attesa, il tempo che trascorre ma sembra non passare mai.

L’attesa per i tanto agognati “documenti”, come li chiamano i nostri ospiti, che altro non sono che una forma di protezione, da loro riassunti con i termini sintetici quanto mai indelebili “2 anni” o “5 anni”. E in questo momento storico difficile per loro, quanto per noi operatori sociali, è il fatto che tutto viene sospeso, messo in uno stop seppur temporaneo, che al momento non ha scadenza e le domande delle persone sono: quando finirà tutto ciò? E la risposta è sempre la stessa: “Non lo so”.

Lavorare in un CAS è come lavorare in una grande famiglia, soprattutto nelle strutture altoatesine che si caratterizzano per un numero ridotto di ospiti (da 25 a 40 nella media, ma esistono anche strutture più grandi) e per una maggiore dimensione di autonomia degli ospiti, in quanto provvedono da soli alle loro necessità di cibo e di spesa nonché a determinati servizi.

Nel lavoro quotidiano puoi così confrontarti con loro e avere il tempo di conoscere la storia di ognuno, e il lavoro non diventa più “lavoro” ma si trasforma in un legame, a cui, da sempre, nel mondo sociale si aspira: conoscere i bisogni, ma soprattutto le aspirazioni delle persone. E questo legame ci consente di capire le loro frustrazioni e i loro disagi in un momento dove tutto viene bloccato e fermato, quasi il mondo diventasse una sorta di palla di vetro che scuoti e vedrai sempre la neve, anche nelle stagioni in cui non te la aspetteresti.

L’emergenza Coronavirus ha creato qualcosa di inaspettato: noi come operatori siamo rimasti colpiti in questo vortice assieme ai nostri ospiti, perché nessuno aveva esperienza di un siffatto evento, è giunto e ci ha inghiottiti. Ha limitato la nostra libertà, il movimento, che per un richiedente asilo è forse il bene più prezioso. Come spiegare qualcosa a qualcuno che non si è mai sperimentato prima? È difficile davvero.

Limitare il movimento vuol dire limitare i loro contatti con amici, conoscenti e familiari che magari si trovano a qualche decina di minuti in treno e per loro sono preziosi; vuol dire impedire la ricerca attiva di un lavoro portando un curriculum, facendo un colloquio di lavoro, aspirare a un posto di lavoro nel mercato del turismo (settore praticamente chiuso nel contesto territoriale del CAS dove lavoro); vuol dire limitare lo spostamento per una cosa forse che si riterrà sciocca: andare a fare la spesa a un’ora di treno di distanza, cioè a Bolzano, dove si trovano i negozi con i prodotti delle loro terre di origine, che significano casa e nelle loro menti hanno provocano ricordi.

A tutto ciò devono rinunciare: stare con loro e spiegare i motivi diventa complesso, ma il legame in questi giorni si fa più intenso e più viscerale. Sentono il nostro disagio ed esprimono il loro. E non esiste un noi e un loro in questo momento epocale. Tutto cambia e noi cambiamo con loro.

Nel centro così si parla di più, si cercano nuove aspirazioni e si programmano nuove azioni che si potranno fare a libertà di movimento riconquistata. Il lavoro vero e proprio viene ridimensionato, la famosa burocrazia, quella chimera tutta italiana tanto temuta dagli operatori del sociale, viene meno perché tutto si è fermato, anche le Commissioni Territoriali per la Richiesta di Asilo hanno stoppato il loro lavoro, almeno per le interviste. E quindi in un momento di crisi il lavoro euristico dell’operatore sociale continua e possiamo riscoprire elementi e metodologie accantonate.

L’arma diventa il dialogo: apprendere le nuove regole di vita e spiegarle, armandosi di tanta pazienza. Rispondere a domande sull’uso dei dispositivi di protezione, le famose mascherine, su quali spostamenti sono possibili e quali no, su quali sono i sintomi e l’importanza della pulizia, tanto riscoperta in questo periodo, e come mai non ci possono essere visitatori esterni al centro: queste sono le domande e le sfide a cui dobbiamo badare in questo momento.

E infine dobbiamo avere tanta creatività per impiegare il loro tempo, che nel passato abbiamo dimenticato perché presi dalla burocrazia, ma oggi possiamo davvero dedicarci al dialogo e riscopriamo questo nuovo, ma vecchio, strumento di lavoro, perché ora valgono quelle parole di Freire dove l’educazione, quella vera e autentica, la si fa solamente tramite un continuo scambio fra persone, dove non esiste educato ed educando e ci si educa tramite il dialogo con il mondo che ci circonda.

Fabio Casna è operatore nel sociale da qualche anno, da sempre nel mondo del volontariato sociale e approdato in Alto Adige da poco meno di due anni per coordinare un CAS.

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