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Dentro i giorni della peste – Doveva essere poco più di un’influenza, invece è coprifuoco totale

gioconda-1582120090849.jpg--il_coronavirus_diventa_arte__uno_street_artist_dipinge_la_gioconda_con_mascherina_e_smartphonedi Fabio Fedrigo |

Il calvario inizia circa un mese fa. All’inizio siamo un po’ tutti increduli. Con un piede nello smarrimento collettivo e con l’altro nell’illusione di un falso allarme. Poi, ora dopo ora, l’onda lunga ci schiaccia tutti in casa agli arresti sanitari. Giorno dopo giorno il governo dà nuovi giri di chiave a porte, serrande e portoni. Purtroppo non siamo su Scherzi a parte. Anche il carnevale smette di colpo di scherzare. Giù le maschere di Arlecchino e su le mascherine di Protezione Individuale per chi riesce ad accaparrarsele, a peso d’oro.

A casa come al lavoro, nulla è come prima. Il Mondo, l’Italia, il mondo fuori dalla finestra. I permessi per spostarsi con l’auto. I tragitti obbligati. La libertà in castigo per una nuova e prioritaria causa globale: la liberazione dalla peste. Gli edifici scolastici vengono trasferiti dentro Google Meet o Microsof Teams. L’appello in classe si fa nelle case. La professoressa di musica è dentro lo smartphone appoggiato sul pianoforte in salotto. Tutto così irrealmente vero. Il cane stravaccato sotto il tavolo ha l’espressione sorniona di chi ha già capito che stanno succedendo cose strane.

Senso dell’irreale più vero del vero. Alla sera la radio passa il bollettino dei morti, dei superstiti, dei contagi. Ospedali al collasso. Strade vuote. Facce ferme dentro il proprio metro quadro alle casse del supermercato. Sguardi sempre più logorati delle commesse. Giorno dopo giorno un morto alla volta, migliaia di morti.

Ogni giorno che passa non passa. Aumenta tutto. Morti, guariti, contagiati, restrizioni. Non si capisce più nulla. Doveva essere poco più di un’influenza, invece è coprifuoco totale. La Regione annuncia che il sistema sanitario recluterà personale. Ciò significa che lo strapperà al sociale con il rischio di indebolire l’organico delle Case di Riposo e delle strutture socio-assistenziali. Durissima, per tutti. Operatori che resistono tenendo botta e rispondendo all’emergenza. Operatori che si fermano: per malattia, per paura, per 104, per decreti parentali. Garantire tenuta dei servizi e approvvigionamenti: ecco le quotidiane priorità nel calvario gestionale dell’emergenza.

Gli sguardi dei nostri Coordinatori sul campo sono un impasto di responsabilità, preoccupazione e forza. Telefoni che suonano, ogni giorno di più. Dentro i telefoni scelte, notizie, consigli, paure, domande, risposte possibili e impossibili. Dentro i telefoni una mano d’aiuto, strade che non si possono più percorrere. Giorno dopo giorno gli uffici si svuotano. Lavoro agile, smart working, ferie arretrate. Chi può sta a casa, va fatto così. Stanza dopo stanza, giorno dopo giorno, scrivanie vuote e luci spente. Irreale. I nostri uffici, sempre pieni di noi e di via vaai di gente, ora sono come quelle strade fuori dalla finestra. Chi rimane è quasi completamente assorbito a gestire l’emergenza.

Senso di inadeguatezza, del possibile e dell’impossibile. Una centrifuga di stati d’animo. Ogni giorno arrivano notizie da Associazioni di categoria, consulenti, collaboratori che c’informano su decreti sicurezza, direttive societarie e ogni altra faccenda collegata all’emergenza. Ci arriva collaborazione e vicinanza, e un po’ di compagnia. Con i colleghi delle altre cooperative ci si sente per sapere come si sta e come va. Con il passare delle ore i Dispositivi di Protezione Individuale diventano la quotidiana ossessione del nostro lavoro. Ogni giorno stesso chiodo, stesso martello.

Le organizzazioni socio-sanitarie di questo Paese sono alla disperata ricerca di mascherine, guanti, camici e ogni altra dannata diavoleria per proteggere operatori e utenti dalla peste. Chi è a casa, pur informato e aggiornato dai media, se non fa il nostro lavoro o non conosce il nostro mondo, vive distante da ciò che stiamo vivendo. Così come noi del sociale abbiamo una percezione parziale di ciò che sta vivendo il personale sanitario nei reparti di terapia intensiva, nelle rianimazioni che collassano, negli ospedali e nelle ambulanze. Stare nelle situazioni significa attraversarle, respirarle, viverle dentro.

E poi arrivano le prime segnalazioni su operatori o pazienti con febbre. La febbre non è più la febbre di una volta, quella di un mese fa. In trenta giorni sono trascorsi anni. Nelle Case di Riposo, nelle nostre comunità socio-assistenziali ogni febbre è oggi La Febbre, la peste. I fantasmi con una Corona sul capo aleggiano tra gli operatori che entrano in turno di giorno e di notte. Alcune fabbriche locali si mettono a produrre mascherine. Intercettano la situazione, sistemano i macchinari e si mettono all’opera.

Intanto la Protezione Civile distribuisce mascherine alle Case di Riposo. Peccato che siano importabili per gli operatori oltre che fuori norma. E nemmeno qui purtroppo siamo su Scherzi a parte. La preoccupazione per la salute e la tenuta di operatori e servizi aumenta di ora in ora. Operatori e assistiti stanno in bilico su una linea sempre più sottile, fino a sovrapporsi. Un giorno alla volta si cerca di schivare la peste con piccole strategie di sopravvivenza e sostegno psico-gestionale.

Poi arriva il pomeriggio di un pomeriggio. Nel giro di un’ora piomba La Febbre in Terra e sui fragili petali del Girasole. Quattro ospiti della Comunità, uno dopo l’altro, salgono sopra i trentotto gradi. Dalle alte temperature cala il gelo, per tutti. E parte l’inferno. Il 118 risponde “controllate febbre, tosse e tenete gli ammalati in stanze separate. Sta girando anche l’influenza.. .non è detto che sia la peste”. Cercano di abbassare il panico e di far da filtro ai reparti ospedalieri. I tamponi non ci sono o non li vogliono fare subito. Non si capisce, non capiamo più nulla.

Dalla Task Force continuano a dirci di isolare i febbricitanti, e che potrebbe trattarsi di normale influenza. Non si fanno per ora tamponi… e continuiamo a non capire perché. Un giorno, due giorni, tre giorni… la situazione non cambia. E finalmente arriva l’ora e il giorno dei tamponi. E i tamponi ci dicono che quattro ospiti sono positivi. E ci dicono quello che sapevamo tre giorni fa. Gli operatori reagiscono in ogni singolo pianto a un metro di distanza. Un attimo infinito con cui e da cui si cerca di ripartire.

E poi ci chiedono i nomi degli operatori da tamponare. E poi ci dicono che gli operatori sono positivi. E poi… e poi dobbiamo venirne fuori. Non sappiamo come fare, né da dove cominciare a fare. Non ci siamo mai stati all’inferno. La coordinatrice è la capitana che ora dopo ora cerca di condurre operatori, ospiti e tutta la nave Girasole fuori dal buio mare. Resistenza, paura e sfinimento s’impregnano nelle corde umane e professionali di operatori inarrivabili.

Dopo trenta giorni la morsa del calvario stringe ogni giorno più forte. La Statale 13 è spettrale. Una corsia d’asfalto abbandonata a cielo aperto. La sensazione di correre con l’auto dentro La Strada di Cormac McCarthy. Gli umani non ci sono più. Lungo i trenta chilometri verso casa, incrocio una macchina dei carabinieri e poi una della protezione civile e poi a beccare l’asfalto piccoli stormi di corvi che se ne infischiano del metro di distanza uno dall’altro. Surreali visioni. La domenica fa poi il resto rendendo il silenzio più silenzio, il nulla più nulla.

Mentre corro ho negli occhi Federica che spinge a fatica le parole fuori dalla mascherina. Ho negli occhi il giardino del Girasole, gli stendini sotto il sole, il riflesso del cielo sui vetri, il terrazzo con lo striscione “Andrà tutto bene”. Ho negli occhi le case attorno scontornate dal silenzio. Penso agli operatori e ai ragazzi dentro Il Girasole. A come ce la stanno mettendo tutta. A quanto ci stanno insegnando. Penso alle altre nostre strutture, ai giorni fin qui attraversati, a quelli che attraverseremo per uscire insieme da tutta questa peste.

Trenta giorni fa c’inghiotte il calvario. Un tempo distorto, dilatato, fuso nel tempo. Ne usciremo da questa peste. Come e quando non lo sappiamo. Andrà tutto bene, ci si dice. Andrà tutto bene. E ne usciremo, ci si dice. E ne usciremo. E qualcosa cambierà, ci si dice. E qualcosa cambierà.

Fabio Fedrigo è direttore generale della cooperativa sociale FAI, che gestisce la comunità alloggio “Il Girasole” di Orsago (Treviso).

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