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Nella distanza dei corpi, rimane la voce – L’audacia delle parole che ci mettono in dialogo

Tela_fotpdi Sonia Ribuoli | 

Le ho aspettate. Le parole.
Le ho attese, nel ritmo paziente dei giorni.
Ho atteso che trovassero il modo per dirsi, per dire l’indicibile e l’inaudito. L’impensabile.
Che trovassero il modo per stare nello sgomento, nello smarrimento.
Dentro di me le sento ancora muoversi ondeggianti, confuse, parole alla deriva, in cerca di direzione, anche solo di una intenzione. Parole svuotate, strozzate. Disorientate, perdute.

Cosa dobbiamo dire noi? Cosa possiamo dire noi, che abbiamo il mestiere di tradurre il sentire, che creiamo ponti quando il silenzio rischia di farsi troppo ingombrante e pesante? Qual è, adesso, il nostro mestiere? Veramente abbiamo un senso ancora o è, questa volta, il silenzio, la parola taciuta, che lascia spazio alla parola dell’Altro?
Così si interrogano le parole.
L’Altro che è fuori, ma anche dentro di me.
Io che sono io qui dentro, ma che sono anche loro là fuori. Qualunque cosa voglia dire fuori, compreso un altro dentro come il mio.

Allora, come tenere tutto insieme? Come confinare tutto in una, due, tre, venticinque parole? Come far dialogare tutte queste voci? Come tradurle? Quali le parole da usare?
Creatività, resistenza, audacia, distanza, sognare, mancanza, sole, fine, finestra, tazza, aria, tu. Le parole si susseguono, si accavallano, si spingono, si rincorrono l’una con l’altra. A quali dare la precedenza, la priorità, quali lasciare passare?
Non lo so, non so quali tra loro siano quelle più adatte. Solo, sento dentro di me il dovere di scegliere parole responsabili, rispettose, delicate, ché io non devo parlare per forza, ché io in tutta questa triste vicenda non devo intervenire per forza, non ora almeno.
Io non salvo vite, non riconverto produzioni. Non distribuisco medicinali. Io, semmai, scrivo e, se scrivo, che le parole siano sensibili , gentili, che siano vettori leggeri di umiltà e di un po’ di sincerità. Quella dei fatti, quella del dipanarsi quotidiano che si re-inventa, che si ri-scopre, che resiste.

Così scopro che sono loro che resistono, che loro hanno una certa particolare inclinazione alla resistenza. Che il loro esercizio quotidiano è, per l’appunto, resistere. Allo smarrimento dei ricordi, ai fili usurati della memoria che si sfibrano, alla fatica dei gesti dimenticati. Alla nebbia dei volti confusi.
Scopro che resistono loro, ufficialmente de-menti, e che allo stesso modo, campioni di questa inaudita forma di resistenza sono anche gli altri, quelli che le loro menti sono formalmente dis–abili, quelli la cui distanza intellettiva li fa stranieri e dissimili ai più.

Scopro che questi altri, di contro, ogni giorno resistono dinanzi alla insostenibilità di certi picchi emotivi, alla ingovernabile potenza narrativa dei propri corpi, alla frustrazione di farsi comprendere, di trovare un linguaggio comune che sia come un ponte.
Io sono smarrita oggi, io non riconosco più le strade della mia città, non riconosco più i rumori della mia città. Solo, oggi, risuonano sirene di ambulanze, suoni di campane, cinguettii di uccelli, il rombo di qualche elicottero più raramente.
A ripetizione, questi i suoni che fanno l’identità della mia città oggi.

Io sono disorientata finanche negli affetti, nelle relazioni con le persone che non vedo, non tocco, non sento più, immersa come sono in questa solitudine radicale in cui vivo da quaranta giorni oramai.
Io mi devo ri-orientare, imparare a convivere con la paura, devo ri-cominciare, mi devo come riconvertire. Io mi devo allenare a questo fuori che mi sbigottisce e a questo dentro che mi stordisce. Loro ricominciano tutti i giorni, si ri-orientano ad ogni momento. Loro si allenano costantemente a stare dentro, a dialogare con l’eco assordante delle proprie voci interiori. E allora, mai come in questo momento, scopro il valore circolare di un lavoro di cura, del mio lavoro di cura. Di una cura che passa da me a loro, da loro a me.

Non ci possiamo toccare, non ci possiamo neanche vedere, non ci possiamo sentire, dove il sentire è sfiorarsi di pelle, non sentiamo il reciproco odore che ci fa riconoscere, che dice che sono proprio io e che sei proprio tu.
E quando la relazione è tocco, contatto, sguardo, carezza, re-inventarsi, ri-trovarsi attraverso canali che non siano corpo, non sembra possibile.
Quando il corpo non è più il tuo veicolo di cura, quando i tuoi gesti silenti non possono parlare all’Altro, quando ti senti derubato dei tuoi attrezzi di lavoro e quella materialità così tanto incisiva nel tuo agire quotidiano sembra d’improvviso dissolta, scopri che quello che rimane del corpo è la voce, anche nelle sue impercettibili, sottili sfumature. Rimane lo sguardo, direzionato e sempre eloquente, seppure filtrato attraverso uno schermo.

Scopri che quello che rimane, al fondo di tutto, è la relazione, che si solidifica nella conoscenza che hai dell’Altro, nelle singole peculiarità, passioni, desideri di ognuno.
Scopri che la relazione diventa la cifra della continuità, di quel filo che tiene insieme anche nella e dalla distanza. Scopri che non c’è distanza di uno, due, tre metri che tenga, che è quella forma così particolare di collegamento che hai costruito con loro, l’àncora a cui ti devi aggrappare per non annegare e che, aggrappato così come sei, puoi compiere un viaggio impensato nella conoscenza che hai di ognuno di loro e, per ognuno di loro, puoi scrivere dei brevi racconti che sappiano parlare anche dalla distanza.

Cerchi l’intesa, la solidarietà, il confronto, le competenze musicali dei tuoi colleghi e, con loro, crei un artigianale prodotto multimediale a più voci.
Tu leggi, loro suonano.
Abbatti le tue inibizioni e ti lasci riprendere da una telecamera, leggi le storie che hai scritto per loro, li fai entrare in casa tua e, via, invii, ed entri in casa loro. Crei delle alleanze con le madri, i padri, le sorelle, i figli, i nipoti e tessi e tendi ogni giorno quel filo che segna sì la distanza, ma anche la solidità del legame.
Raccogli da loro, attraverso il telefono, che ormai è diventato il naturale prolungamento di te stesso, parole, parole che fanno bene, parole che vorremmo sentirci dire, che ci descrivono o che ci mancano. Le raccogli e le cuci insieme, le fai diventare le parole che fanno poesia, ti inventi una rubrica e ogni settimana ne condividi con loro una, di poesia. Loro parlano, tu scrivi.

Siamo disorientati, persi, interrotti, sfibrati, spaventati, stanchi, svuotati.
Abbiamo perso la direzione, confinati nei nostri perimetri ci sentiamo come sbiaditi, ma non sono smarrite le coordinate delle parole che, anche loro, fanno atto di resistenza costante e che, audaci, ancora ci mettono in dialogo, ancora ci fanno scoprire la poesia che siamo gli uni per gli altri.

È di questo che voglio raccontare
Di questo giusto Profumo
Come una boccata d’Aria Fresca
Di questo Tempo
Che manca il Sole
Di questa Finestra
Che la Musica
Lascia filtrare
E della Fantasia
Che chiede di poter Volare
 

Estratto dalla Rubrica:
Le Parole che Fanno Poesia
Voci Lievi dalla Distanza

Sonia Ribuoli è educatrice e consulente autobiografica presso il Centro diurno per disabilità intellettive e per Alzheimer e demenze di Pesaro.

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