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Dall’impotenza alla creatività – Un servizio di educativa domiciliare e territoriale

shttefan-NvoMPkxT5Mg-unsplashEquipe della cooperativa sociale Adelante | 

Stare a casa, evitare i contatti relazionali, parlare con i bambini, i ragazzi e le famiglie solo attraverso il telefono, insomma, premere il pulsante “pausa” nel nostro lavoro: questo è quello che è accaduto ad alcuni di noi educatori domiciliari e territoriali. Ci siamo sentiti impotenti di fronte alle restrizioni attuate e alle volontà di interrompere il progetto educativo a causa dell’emergenza da parte di Servizi Sociali di riferimento o dei genitori di alcuni nuclei familiari.

Tutto ciò ci ha costretti a fermarci, a prenderci del tempo per riflettere rispetto al nostro agire personale e professionale, al nostro ruolo e alle nostre modalità di interazione con le famiglie e con la comunità in termini del tutto nuovi e diversi da quanto fatto finora. Il lavoro continua, ma non è il solito lavoro: si è trasformato tutto in una sfida creativa che ci permette, seppur nella distanza, di stare al fianco delle famiglie, dei bambini e dei ragazzi che da sempre cerchiamo di sostenere e accompagnare. Dopotutto è anche, e soprattutto questo, il nostro lavoro: tessere relazioni al di là del tempo e dello spazio che viviamo o che siamo costretti a vivere.

Possiamo dire che la dimensione d’aiuto si sta ricalibrando in tempi e spazi nuovi.

Il tempo, che in questo periodo si misura perlopiù in momenti di interazione attraverso le videochiamate, rappresenta una scelta, poiché la chiamata pone i ragazzi di fronte a diverse possibilità: rispondere, quando rispondere, o rifiutare. Prima, infatti, ci si presentava a casa delle famiglie, e questo significava organizzare orari e giorni di accesso prestabiliti e farsi accogliere nei loro ambienti e tempi di vita. Oggi il rifiuto di una videochiamata diventa una scelta, che sebbene lasci l’educatore inerme di fronte alla possibilità di raggiungere l’altro in quell’occasione, allo stesso tempo è un’opportunità del tutto nuova di giocare la relazione. Quest’ultima viene costruita insieme, accordandosi rispetto a quando sentirsi e attraverso l’esplicita volontà delle parti di incontrarsi in videochiamata.

Ci siamo scoperti a sperimentare questa condizione in controtendenza rispetto al nostro solito agire professionale, che ci vedeva concentrati nell’attivare tutte le risorse a nostra disposizione per gli obiettivi educativi da raggiungere, ritrovandoci dentro a una piena asimmetria educatore-ragazzo. Ora, tutto ciò ci ha permesso di disvelare che la parte che fanno i ragazzi in realtà è quella veramente centrale nel progetto e nella relazione educativa. La situazione adesso sta permettendo loro di sviluppare più autonomia nel rispetto della loro crescita individuale, di affrontare dei compiti educativi secondo i loro tempi e le loro condizioni, ma sta permettendo anche a noi di scoprire modalità comunicative diverse, di conoscere i ragazzi sotto un altro aspetto.

Il tempo è anche flessibilità. In questi tempi d’incertezza in cui si può uscire solo in caso di necessità e i servizi pubblici hanno sospeso le loro attività, l’educatore è diventato un “punto fermo” per le famiglie: accoglie le loro esigenze, i bisogni e le paure legate a questioni pratiche della vita in quarantena. L’impossibilità a vivere relazioni dirette aumenta la complessità del compito educativo in quanto sono dilatati i tempi di lavoro nel raggiungimento degli obiettivi del progetto di ogni singolo nucleo familiare.

Il tempo, infine, è diventato un’opportunità per la riscoperta di alcune competenze e abilità di bambini/ragazzi e genitori che erano “addormentate” o che semplicemente l’educatore e il contesto non erano stati in grado di cogliere e di valorizzare nel modo più adeguato. Ogni giorno educatore e genitore si ritrovano a fianco nel gestire la quotidianità che richiede sempre più una maggiore autonomia e responsabilità genitoriale.

Dall’altra parte c’è lo spazio, che in questo momento è esclusivamente quello delle case, nelle quali, però, non c’è più una persona che accoglie e una che è accolta. Prima entrare nelle case delle famiglie voleva dire anche immergersi pienamente nelle loro vite, trovandosi di fronte a un litigio, a un pisolino di un genitore, o semplicemente a una giornata no. I due ruoli oggi si scambiano e si intrecciano continuamente, l’educatore da ospite delle famiglie apre ora la porta e fa vedere parte della propria casa e della sua quotidianità.

Lo spazio è, inoltre, ricerca dell’intimità, dove il ragazzo o il genitore cerca di ritagliarsi un proprio angolo personale in casa per stare in videochiamata, scegliendo cosa mostrare all’educatore dello spazio individuato. Diventa qui prioritaria la necessità di avere una propria privacy in linea con il desiderio di crescita e autonomia, che si scontra con le ristrettezze di case e appartamenti troppo piccoli e condivisi con gli altri membri della famiglia.

In questi spazi e tempi nuovi ci siamo trovati dentro una terza dimensione, quella umana: una dimensione in cui non c’è un confine tra noi e loro, non c’è una porta da aprire e chiudere.

Il senso di isolamento e vulnerabilità nel tempo e nello spazio ci accomuna tutti, ed è nell’umanità riconosciuta nell’altro che siamo in grado di accompagnare una relazione d’aiuto. Forse prima lo davamo per scontato, ma oggi abbiamo capito che lo sconfinamento di spazi e tempi è importante, fa parte del lato umano del rapporto con l’altro e rappresenta, oggi più che mai, una delle risorse da mettere in campo nel nostro lavoro educativo.

Equipe di educativa domiciliare e territoriale della cooperativa sociale Adelante di Bassano del Grappa (Vicenza).

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