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Cronache della pandemia dal welfare state

grass-1913167_1920di Petra Macor

Buongiorno a tutt*,

sono Petra, una social worker, vi scrivo da uno stato estero. Non specifico la mia professione, da voi sarei forse un’educatrice, o un’assistente sociale, o un’assistente alla persona, qui siamo tutt* social worker: sappiamo, sappiamo fare e sappiamo essere.

Il coronavirus ha colpito duramente anche il mio paese.

Per prima cosa hanno chiuso i bar, i ristoranti, i pub e ogni locale della movida giovanile.

I rappresentanti del nostro governo hanno ritenuto che in questi luoghi le distanze di sicurezza non fossero rispettate, inoltre adolescenti e ventenni non sono in grado di evitare scambi di effusioni, quindi il rischio di contagio all’ora dell’aperitivo è altissimo.

Le famiglie hanno affrontato questa chiusura con difficoltà, ritrovandosi i figli e le figlie a casa tutta la sera.

Queste misure non sembravano però sufficienti, la curva dei contagi non si arrestava, così sono stati chiusi tutti i negozi, le aziende e le fabbriche. È stato richiesto uno sforzo in più, ma il paese si è presto adeguato, dimostrando l’unità nazionale e la solidarietà che contraddistingue il nostro popolo: i datori di lavoro, gli amministratori delegati, i ricchi e i padroni, hanno diviso i propri proventi e hanno assicurato al governo che, con la redistribuzione dei redditi, le lavoratrici e i lavoratori potrebbero rimanere a casa per almeno cinque anni.

Ogni sera, la Protezione civile ci aggiorna sull’andamento dell’epidemia, e dopo un mese dalle prime faticose restrizioni si è iniziata a ventilare un’ipotesi difficile, ma necessaria per la salvaguardia della salute di tutte e di tutti: chiudere le scuole. E di conseguenza tutti i servizi socio-educativi, per bambine, bambini, adolescenti, persone con disabilità, adulti in diverse situazioni di difficoltà.

La FIOM (Federazione Internazionale Operosi Marmocchi) ha minacciato uno sciopero generale chiedendo al governo di posticipare di almeno qualche giorno la chiusura, in modo da poter distribuire computer e tablet a ogni persona in età scolastica per garantire la fruizione della didattica a distanza.

ConfEducazione ha invece ribadito la propria contrarietà alle misure del governo nazionale, con questo comunicato stampa: “Non si può fermare il paese, certe attività sono essenziali, permetteteci di proseguire in sicurezza, ma non chiudiamo tutto. Fermare le scuole, i doposcuola, i centri diurni, gli interventi educativi domiciliari, porterebbe velocemente il paese a una crisi da cui sarà difficile rialzarsi. Siamo a disposizione dello Stato per garantire i servizi essenziali e imprescindibili”.

Come social worker sono preoccupata. Stiamo vivendo una situazione inedita e la salute è il bene più importante, ma bloccare i percorsi di aiuto quali conseguenze potrebbe avere?

Mi conforta credere nella resilienza, nell’autodeterminazione, e penso che alcune persone ci stupiranno positivamente, dimostrando la propria capacità di fronteggiare i problemi di vita.

Mi conforta sapere che in qualche modo noi social worker cerchiamo comunque di esserci, anche se a distanza.

Ma credo sia fondamentale ottenere tutti i dispositivi di protezione e attuare uno sforzo enorme per garantire i servizi essenziali in sicurezza, accogliere le richieste delle bambine e dei bambini, garantire sostegno alle persone con disabilità, continuare a lavorare con le famiglie, non interrompere le attività didattiche, riscoprirne il senso educativo e tralasciare l’obbligo prestazionale.

Altrimenti il capitale sociale sarà eroso, e nessun piano di investimento straordinario potrà recuperare quanto perso. Né nel mio Paese, ma neanche nel vostro.

Petra Macor lavora come assistente sociale nell’area minori e famiglie a Trieste.

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